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Dall’India a Cervignano: la testimonianza di don Manoj Kispotta

Si conclude in questi giorni il servizio del sacerdote indiano (studente all’Università Gregoriana) nell’Unità pastorale cervignanese

Parole chiave: don Manoj Kispotta (2), India (3)
Dall’India a Cervignano: la testimonianza di don Manoj Kispotta

Per un paio di mesi nell’Unità pastorale di Cervignano ha operato don Manoj Kispotta, originario di Chchattisgarh (India). Ha 33 anni ed è in Italia per studio, si sta specializzando nell’Università Gregoriana di Roma in missiologia. Il padre si chiama Thomas e la madre Vinay, ha una sorella, Kiran, e un fratello, Deepak. É arrivato in Friuli grazie a don Giulio Boldrin, altra conoscenza cervignanese, direttore del Centro Missionario diocesano.
Don Manoj come Le è arrivata la chiamata che poi l’ha condotta all’ordinazione sacerdotale?
"Quando avevo 10 anni mia mamma (la sua famiglia è cattolicissima da molte generazioni, ndr) mi ha portato ad un ritiro dei carismatici, l’input me l’ha dato un sacerdote che mi disse "quello che chiedi dal cuore ti sarà dato". Poi ogni mattina mi alzavo alle 4.30 per andare pregare, dicevo tre Ave Maria e un Padrenostro e lo sto facendo tuttora. Ho avuto difficoltà per entrare in seminario, in quanto chi ha studiato nelle scuole statali non vi può entrare, ma finalmente, aiutato da un sacerdote in vacanza nel mio paese, ho iniziato a studiare per essere consacrato".

Per un sacerdote cattolico dell’India che significato studiare proprio a Roma?
"È stata una bellissima esperienza. Intanto ho conosciuto l’Italia, terra di grande cultura, dove ci sono delle bellezze incredibili. So che Dio è in ogni luogo, che ci guida e ci protegge, ma arrivare qui a Roma è stata una grandissima emozione".

Da quanto tempo si trova in Italia?
"Sono in Italia da 15 gennaio, il mio vescovo Eugene Joseph mi ha mandato a studiare e a specializzarmi a Roma all’università Gregoriana".  

Come è stato accolto dalla comunità di Cervignano e, soprattutto, che comunità ha trovato?
"Ho trovato una comunità solidale verso il pellegrino che viene da lontano, mi hanno accolto con grande umanità, il parroco don Sinuhe, i suoi collaboratori, le suore: tutti mi hanno fatto sentire a mio agio, come in una grande famiglia. Posso dire di essermi trovato come a casa, molto bene".  

Quali sono le principali differenze nella vita comunitaria tra le parrocchie italiane e quelle indiane?
"A dir il vero nel celebrare la messa ho trovato una grande differenza. In India le chiese sono molto partecipate: ci sono solo giovani, tantissimi giovani che animano le celebrazioni, anche durante le messe settimanali. In Italia ho notato che c’è poca partecipazione, con pochissimi ragazzi e molte persone anziane. C’è molta differenza".

Eppure l’Italia è un Paese a maggioranza cattolica, mentre in India i cattolici rappresentano una minoranza…
"In un Paese di 1 miliardo e 300 milioni di persone come l’India, noi cattolici siamo un piccolissimo granellino: solo il 2,5% della popolazione.
Ma nonostante tutto c’è grande attività, nella mia zona su un bacino di 21.000 cattolici ci sono ben 147 sacerdoti e 27 congregazioni di suore".

In India, a suo avviso, cosa significa essere cristiano e quale sarà il futuro del cristianesimo?
"Anche se conviviamo, serenamente, con tutte le religioni che insistono sul territorio, la vita per noi cattolici non è facile: ci sono persecuzioni, attentati, anche nelle chiese. Noi non abbiamo paura, anzi Gesù ci dà la forza per andare avanti e proseguire nel nostro cammino di fede.
Devo dire comunque che alle nostre messe partecipano anche persone di altre religioni, in quanto c’è grande solidarietà tra i fedeli di ogni credo religioso: se c’è bisogno di aiuto ci si dà una mano tutti quanti. Questa situazione è molto positiva".

Il suo futuro dove lo vede?
"Quando avrò finito di studiare ritornerò a casa. Non so che incarico mi assegnerà il mio vescovo, ma la mia volontà è quella di predicare, annunciare la parola di Gesù, anche nei più piccoli angoli della mia terra. Penso che la mia vocazione sia quella di andare in terra di missione; c’è molto lavoro da svolgere, cercherò di fare del mio meglio.
Una cosa è certa, porterò nel mio cuore, per sempre, l’esperienza vissuta in Italia e ricorderò con grande apprezzamento il periodo trascorso a Cervignano del Friuli".

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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