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Una pieve di confine dell’età della riforma

Le feste religiose, desiderate (a volte sopportate) dal popolo nel ’700 occupavano un numero enorme di giorni

Una pieve di confine dell’età della riforma

Le feste religiose, desiderate (a volte sopportate) dal popolo nel ’700, occupavano un numero enorme di giorni; si era creato un movimento di riforma (con Ludovico Antonio Muratori) per una drastica riduzione. La proposta che trovava fiera opposizione dal cardinal Angelo Maria Querini, arcivescovo di Brescia. Fin nella lingua friulana rimase traccia della pletora di feste che bloccavano ogni crescita economica: nacque il proverbio "o par un sant, o par chel altri, no soi rivât a fâ nuje!".
Questo aspetto entrava nella vita dei nostri paesi. Prendiamo la pieve di Chiopris (con Nogaredo austriaca, Viscone e Medeuzza venete), in una relazione del pievano e vicario foraneo Giacomo de Senibus per un’ inchiesta del Senato veneto (1772-1773). Si preoccupava Venezia e si preoccupava l’Austria per l’eccesso di feste; nelle parole del pievano si sente che la materia è in viva discussione: il primo arcivescovo di Gorizia Carlo Michele d’Attems aveva deciso di darci un taglio.
A Viscone, con la chiesa quasi sul greto del Torre, le devozioni sentivano il pericolo delle acque, ed ecco un santo di fresco: Giovanni Nepomuceno (beatificato nel 1729), e un S. Nicolò, un S. Gottardo, il patrono S. Zenone e, un po’ scoloriti nel popolo, Fabiano e Sebastiano, invocati nelle pestilenze. In vigore S. Antonio, da Padova e l’Abate, ambedue dal culto ancorato sul vicino santuario di Medea.
Il pievano suppone che siano feste "per devozione", compresa quella del Battista, forse da un voto. Il suo spirito riformatore si manifesta quando opina che sarebbe stato meglio mutare le processioni dei Visconesi a Madonna di Grazia a Udine e a Cormons (qui meta era la B. V. del Soccorso), "in altre più brevi a piacimento mio e del popolo di Chiopris che vi concorre".
La relazione tocca la parte veneta della pieve: insiste su Medeuzza segnalando le feste di S. Bovo, S. Giorgio, i due Antoni, S. Pietro Martire, la Maddalena, S. Paolo, S. Floriano, Santa Margherita, S. Valentino, S. Gottardo, S. Ignazio, Santa Lucia, Santa Apollonia, S. Francesco Saverio, S. Rocco e S. Biagio, "ma con diversità, varietà, instabilità, a seconda degli anni, delle premure e del genio o spirito particolare…". Medeuzza avava, ab antiquo, il culto di Santa Lucia e Santa Apollonia, comunissimi allora, legati alle invocazioni, rispettivamente, per la vista e contro il mal di denti. Più propria del paese Santa Margherita, pateticamente cara alle partorienti (di sicuro quella di Antiochia, III sec.). L’influenza dei Gesuiti goriziani, che ne promossero il culto, si sente in S. Ignazio, a loro si votò l’intera pieve, allorché, fra 1712 e 1713, imperversò un’epizoia che li fece rivolgersi al Santo, non sapendo più "a ze Sant vodâsi", visto l’antico radicamento ai due Antoni. Stesso ragionamento dovrebbero aver fatto col provare, per lo stesso motivo, nell’epizoia del 1742, con S. Bovo (X sec.). Qui non solo Medeuzza, con messa in loco, venne impegnata, ma anche Chiopris, Viscone , con "una messa schietta"  e il Santuario di Madonna di Strada, con una messa cantata. Le plebi erano esauste, ciononostante alcune feste "si osservano con distinzione", racconta il documento, come quelle di S. Floriano (patrono contro la furia delle acque, ma implorato anche contro gli incendi!) e di S. Pietro Martire, difensore della retta dottrina.
Non era tutto spirante santità il gregge di pre’ Giacomo, difatti a Viscone e Medeuzza sono "molto frequentate le osterie", nelle processioni votive non si procede "con quella divozione che converrebbe" e qui non si può non notare una differenza di visione globale che il sacerdote dà del suo popolo, nella relazione della visita pastorale del vescovo goriziano Rodolfo d’Edling, dove il popolo è descritto frequentare i sacramenti e addirittura "avidus verbi Dei", avido della parola di Dio, salvo quelli di Nogaredo, ma per pretese di maggiore autonomia.
La relazione descrive che cosa significava rispettare quelle feste: partecipazione alla santa messa e "astinenza dell’opere servili almeno grosse. Quasi tutti in quei giorni fanno dell’opere servili leggiere, ed a dimandarli perché le osservino, chi dice per divozione, chi per voto". Eppure, in questo documento che, trascritto in appendice a un libro di Simonetta Marin [Il culto dei santi e le feste popolari nella Terraferma veneta.
L’inchiesta del Senato veneziano (1772-1773)], occupa due pagine si racconta non poco. Prendiamo gli scrupoli di quelle persone: vien fuori che, per i precetti delle feste "Loro stessi ne sono dubiosi se peccano non osservandoli". Il pievano, che aveva respirato ambienti veneti e austriaci (studi a Gorizia e a Udine, ordinazione sacerdotale ad Ardnolstein) argomenta che "in anni passati s’osservavano con più rigore e zelo", e ciò anche per le drammatiche situazioni di vita.
Non c’erano "solo" le epidemie fra uomini e animali, bastava che il clima facesse qualche bizzarria, ed ecco piombare le carestie che "li obbligano a stare in moto continuo".
Pur nella sua buona sintesi, il documento è loquace. Parla della figura di questo pastore, che si preoccupa del quotidiano per sua gente e del cammino terreno, che tende all’eternità. Formula una proposta: "Ottima risoluzione sarà liberarli da ogni scrupolo di debito, come si fece a parte austriaca per Chiopris e Nogaredo". Poi spiega che ciò avvenne col "governo" del pievano Simone Gabraviz "di questa parrocchia zelantissimo rettore", giudizio meditato, non di un superlativo non raro all’epoca.
Difatti il Gabraviz, che segnò un’epoca per la sua pieve, se non altro per aver introdotto la festa della Addolorata di Chiopris ebbe una funzione che si spinse oltre i confini dei paesi a cavallo del confine. Collaborò coll’Attems nella prima visita pastorale, come predicatore e covisitatore.
Fu autore di un documento dettagliato, interessante anche per la storia del costume, che esaminava ciò che andava riformato nel Cormonese.
Si era alla soglia delle riforme di Giuseppe II (con tutte le loro contraddizioni), che avrebbero sconvolto anche la situazione della archidiocesi di Gorizia, ma si notava già che un assetto più sobrio era necessario per ridare nuovo slancio alla vita della Chiesa fin nei più piccoli paesi.
Contrariamente a quanto si crede, la "periferia" ci aveva già messo mano.

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