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"Un largo debito di riconoscenza"

Gli anni della scuola vissuti da un goriziano nel pieno della II^ Guerra Mondiale

Parole chiave: Guido Marziani (1), memoria (35)
"Un largo debito di riconoscenza"

Questa volta desidero parlarvi degli insegnanti che ho avuto a Gorizia: molto mi hanno dato di conoscenza e di educazione, verso di loro devo un largo debito di riconoscenza.
Già all’asilo si prese cura di me una maestra che non dimentico. È suor Teresina, la religiosa delle Orsoline presso le quali ho passato i primi tre anni della mia esperienza educativa. Subito manifestò per me una stima che mi mise a mio agio, nel momento in cui affrontavo un ambiente e una situazione per me completamente nuovi.  Mostrò subito fiducia nelle mie prime capacità, apprezzando in particolare la mia tendenza a disegnare. Ho sempre presente poi, il suo sforzo, in collaborazione con l’esperta di musica, per rendermi adeguatamente intonato: le due educatrici mi facevano eseguire una serie di esercizi vocali che ripetei più volte, ma non so con quanto successo... Di lei mi torna sempre presente il bel sorriso, l’accoglienza festosa, la vicinanza partecipe, l’incoraggiamento all’incontro con i compagni. A lei devo un inizio scolastico gioioso e sereno, ricco di esperienze positive, che rappresentarono la base di una più sicura fiducia in me stesso e nelle mie possibilità.
Alle elementari mi accolse uno scenario nuovo, di più severo impatto che mi rese piuttosto preoccupato, ma anche qui ebbi la fortuna di trovare una maestra molto accogliente e brava, la signora Calabrese. Con il suo fare dolce e comprensivo seppe metterci ben presto a nostro agio e condurci, sarà lei a seguirci lungo tutti i primi due anni delle Primarie. Tra l’altro, fu tanto attenta nei miei riguardi che, quando mia madre venne ricoverata all’ospedale, mi ospitò a casa sua. Inoltre, deve aver avuto una sicura stima di me, se nel giorno della visita del Provveditore alla nostra scuola, volle che tra gli scolari fossi io ad accoglierlo con un discorsetto da lei preparato. Di quell’episodio, oltre a serbarne particolare memoria, mi è rimasto il libro regalatomi dall’autore della visita, un bel "Pinocchio", impreziosito da una sua personale dedica. La maestra, alla fine del proprio insegnamento, ci lasciò ben rodati nelle nostre prime armi culturali, cresciuti nelle capacità e nel sapere, pronti a continuare sicuri il percorso scolastico.
In terza arrivò un maestro, il Pellegrini, che trascorse con noi solo un anno. Lo ricordo elegante e giovanile, disponibile e socievole, con lui ci ritrovammo bene. Abitava in via Montesanto e noi della zona lo accompagnavamo a casa alla fine delle lezioni, un po’ timidi accanto al nostro superiore, ma fieri di una così importante compagnia. Dopo l’esperienza con lui non ci sentivamo solo cresciuti nella conoscenza, ma più disinvolti nella vita scolastica. Avevamo vissuto un altro anno appagante, ben considerati, adeguatamente apprezzati, trattati da amici.
In quarta e in quinta ci accompagnò il maestro Sacchi, ancora una volta una guida con noi amichevole e ben disposta, sicura e capace nel suo lavoro. Durante la quinta ebbi due esperienze che m’insegnarono qualcosa di diverso dalle nozioni scolastiche... Una successe quando un mattino, durante la lezione, realizzai il gesto che doveva farmi grande agli occhi dei compagni, gettai per terra una "fialetta puzzolente", che sparse per la classe un lezzo orrendo! Naturalmente se ne accorse anche il maestro, che forse capì lo scherzo e si limitò a chiederci chi alla sera prima avesse mangiato delle uova marce... Forse il suo era un modo per sminuire il fatto, ma la sua reazione alla mia bravata non mi piacque, secondo me sminuiva il mio gesto. Nello stesso tempo avevo una grande paura, pensando che qualcuno potesse rivelare la verità! Arrossii, mi sentii perso, ma per fortuna non successe nulla, comunque l’emozione e l’ansia furono così intense da convincermi a non ripetere mai più qualcosa di simile! Il secondo apprendimento "extra" lo realizzai nel supplemento scolastico pomeridiano, dal momento che allora coloro che pensavano di andare alle scuole medie dovevano superare un esame particolare e il maestro di quinta li preparava durante il pomeriggio. In uno di quegli incontri decisi per la prima volta di "marinare" la scuola, invece di andarci, mi recai sul colle della Castagnavizza. Pensavo di godermela, al contrario si rivelò per me un tormento insopportabile: avevo paura di venire scoperto! Mi andò comunque bene, il maestro non mi chiese nemmeno la giustificazione per l’assenza, ma ciò invece di farmi contento mi fece rimanere ancora più male: mi rendevo conto di avere tradito la fiducia del mio insegnante! In ogni modo ancora una volta avevo capito che certe cose non le dovevo ripetere, infatti non le ripetei mai più.
La scuola elementare che stavo frequentando era quella di via Cappella, si presentava con un suo tradizionale edificio ed un cortile; in quest’ultimo, tempo permettendo, ci s’intratteneva durante la ricreazione. Quando arrivavamo, all’ingresso ci accoglieva l’immancabile bidello, attento ed ordinato, controllore onnipresente e ben oculato dell’ordine scolastico. A suo tempo lo trovavamo anche venditore di apprezzati chifel e di leccornie varie, che addolcivano il palato degli scolari che se le potevano permettere. Per i corridoi dell’istituto campeggiava invece, alto, imponente e severo il maestro Bombi. Davanti a lui, autoritario e serio, si cercava di filare dritti e compunti, senza dare a vedere di essere fuori posto. Il severo insegnante ci dava l’idea che fosse il direttore, forse era il più anziano dei docenti, certamente il più famoso: di lui sapevamo persino dove abitava, in via Formica! Una personalità la sua, che non si poteva fare a meno di notare: mi è ancora presente, non l’ho certo dimenticata.
Le medie che iniziammo l’anno dopo, si trovavano in via Randaccio: è lì che andammo a dare l’esame di ammissione. Una prova che affrontai con trepidazione e ansia, non mi sentivo ben preparato. Alla fine invece le cose si risolsero fin troppo facilmente, ebbi infatti una sfacciata fortuna: gli esaminatori invece di chiedermi qualcosa del programma scolastico mi chiesero di parlare dell’attualità. Io, che ero molto attento alle vicende belliche del momento, eravamo nel 1942, sapevo tutto della guerra in corso, così mi risultò facile rispondere in pieno. Stupii la commissione, in particolare il suo presidente, che era un perfetto gerarca fascista, come si poteva capire dalla divisa che indossava. Si vede che lui ci teneva alla guerra del suo amato Duce, perciò apprezzò molto la mia esposizione e si stupì non poco di quanto sapevo. Rese partecipi del suo entusiasmo anche gli altri insegnanti e ciò penso influisse su tutto l’andamento delle cose. Fatto sta che alla fine superai l’esame con l’esito più alto, un "ottimo", visto che allora non esistevano i voti. Ciò che mi era successo comunque sul momento mi colpì, poi mi fece capire che nella vita vale anche l’imprevisto, che... persino la fortuna occupa un proprio spazio! In ogni modo, l’esito dell’esame, oltre a lasciarmi un po’ frastornato, mi rese anche orgoglioso e contento.
L’inizio della media ebbe un andamento ugualmente positivo, la nostra classe venne accolta da una giovane professoressa, carina e simpatica, che subito ci affascinò coi suoi modi attenti e gentili. Ci sembrò perciò di partire nella nuova avventura col piede giusto, eravamo contenti, tutto procedeva in modo sereno e disteso. Purtroppo l’incanto venne improvvisamente infranto: il fidanzato della nostra insegnante, ufficiale dell’esercito, era improvvisamente deceduto! Infatti ci trovavamo nel pieno della guerra. La professoressa accusò il colpo tanto a fondo che abbandonò l’insegnamento, così noi, suoi alunni, rimanemmo senza guida e venimmo distribuiti nelle altre classi. Improvvisamente per noi era cambiato tutto, dall’insegnante ai compagni, alla stessa collocazione dell’aula. Della professoressa che ci aveva lasciato non ci rimase che il ricordo, qualche nostalgia, il sicuro apprezzamento, una indimenticabile riconoscenza. Non avremmo certo dimenticato che era stata una persona vicina a ciascuno di noi, che ci aveva fatto sentire a nostro agio, che con lei eravamo capaci di dare il massimo. La sua pur breve presenza ci aveva fatto più che mai comprendere quanto sia importante la personalità e il ruolo di chi insegna.
In seconda ebbi come insegnante il professor Alesani, una figura di docente di alto profilo, che rimarrà fondamentale nella mia formazione umana e nella mia vita studentesca. Si mostrava capace di condurci brillantemente, con serietà e competenza, sul piano delle conoscenze, nello stesso tempo ci offriva un’affabile presenza, amichevole e disponibile. Zaratino d’origine, manifestava un appassionato amore per la patria italiana, assieme a una sofferta nostalgia per la città che aveva dovuto lasciare. In questo ci commuoveva e ci faceva sentire italiani "due volte", come lui. Quando a Roma sfilarono per le vie della città i soldati anglo-americani nonostante tutto si rammaricò. Ci disse che, anche se ci avevano liberati dall’occupazione tedesca, erano pur sempre stranieri nella nostra capitale e ciò non gli piaceva: l’Italia doveva essere degli italiani! Con lui trepidammo per le sorti del nostro Paese in un tempo turbolento e triste, eravamo tra il 1943 e il 1944, la sua presenza però ci diede conforto e coraggio. Non ricordo in particolare tutte le cose importanti che imparammo da lui, ormai stanno nel profondo del nostro apprendimento, mi sono rimaste invece presenti nella memoria due specifiche spiegazioni che allora mi colpirono. La prima riguarda la luna, ci disse che era bugiarda e naturalmente ce ne spiegò il motivo: si mostra a forma di D quando cresce e a forma di C quando decresce. Ancora oggi ogni volta che la guardo mi ritornano in mente le sue parole! La seconda si riferiva al Sabotino: ci spiegò che si trattava sicuramente di un monte, dal momento che la sua cima raggiunge i 609 metri. Infatti, ci precisò che una montagna si può definire tale quando superi i 600 metri, allora io non lo sapevo. Due speciali ricordi quelli richiamati, rimasti vivaci nella memoria, piccoli spazi in una dimensione educativa che, come ho ricordato, ha dimensioni ben più ampie e significative nella mia vita di studente. Con il professor Alesani ebbi un altro incontro, questa volta fuori dalla scuola. Nell’estate di quell’anno di piena guerra, il 1944, durante una delle mie scorribande in cerca di avventura nel tempo delle vacanze, lo scorsi tra un gruppo di uomini messi assieme dai tedeschi per il lavoro coatto. Stavano sostando in via San Gabriele, all’altezza di un presidio della Todt, poco prima del passaggio a livello. Naturalmente lo avvicinai per salutarlo, meravigliato per averlo trovato in quella strana situazione. Mi accolse con piacere e mi mostrò le sue mani, non certo adatte al badile che da lì a poco avrebbe dovuto usare, manifestandomi tutto il proprio sconcerto. Ascoltai piuttosto sbalordito quanto mi disse e gli espressi tutta la mia condivisione per quella sua incredibile e incresciosa situazione. Gli augurai che venisse compresa la sua qualità d’intellettuale e che perciò si risolvesse presto e in positivo la sua incomoda posizione. Da quel momento però, non lo vidi più e non seppi come poi andarono a finire le cose. Avevo comunque capito bene in che condizione eravamo ridotti!
Alla fine delle vacanze estive ripresi la scuola non più alle medie statali, ma dai Salesiani. Le vicende belliche del periodo avevano indotto i miei a farmi fare questo cambiamento, come del resto fecero molte delle famiglie dei miei compagni. Infatti mi ritrovai tra molti degli amici dell’anno prima, in una continuità senza problemi di adattamento. Adesso i nostri insegnanti erano sacerdoti, il primo che avemmo fu don Drago. Con lui ci trovammo subito bene, aveva l’aria di farci un po’ da papà: durante la ricreazione correva e giocava con noi! Una familiarità la sua da noi molto gradita, del resto i Salesiani sapevano stare con i giovani, essendo quella dell’educazione giovanile la loro speciale vocazione. Intanto il nostro studio continuava nonostante fosse non poco disturbato dalle vicende belliche, in quel particolare momento dai continui bombardamenti, soprattutto della stazione Montesanto. Ma il nostro insegnante con serenità e pazienza continuò il proprio lavoro, permettendoci ugualmente di ricavare un discreto profitto. Del periodo della sua scuola serbo ancora una traccia su di un quaderno che ho conservato: un commento del professore ad una mia "cronaca". In essa esprimevo il mio disagio per la situazione che stavamo soffrendo, nella quale soprattutto avvertivo l’assenza della nostra patria. Don Drago nel commento al mio scritto manifestava, anche lui accorato, la propria partecipazione al mio pensiero e ai miei sentimenti. Si augurava una rinascita dell’Italia, che sarebbe dipesa dal comportamento di ciascuno di noi. A me raccomandava di farlo "con lo studio e la formazione del carattere". Le sue parole mi colpirono molto, mi furono di conforto nella mia preoccupazione, mi spinsero all’impegno: le leggo ancora oggi commosso, mi sono un ricordo unico e molto caro.
(continua)

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