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Rodolfo Giuseppe Edling esule a Lodi

Le vicende forse poco conosciute del secondo Arcivescovo di Gorizia, esiliato nella cittadina lombarda  per ordine di Giuseppe II, e l’eco del cui operato a favore dei poveri è giunto fino ai giorni nostri

Parole chiave: Rodolfo Giuseppe Edling (1)

In data 2 maggio 1787, mons. Pietro Maggi, Vicario della diocesi di Lodi, scriveva al suo Vescovo, mons. G.A. Della Berretta, in Genova per cure marine: "Ill.mo e Rev.mo Signore, smontò ieri sera, verso le nove, ai nostri Filippini, Mons. Conte d’Edling".
Lettere che preannunciavano l’arrivo dell’ospite e la scelta dell’alloggio erano giunte durante l’assenza del Vescovo sicché quell’arrivo fu improvviso e, come continua il Vicario, "scompigliò non poco i detti Signori (leggi: i religiosi Filippini); fu loro necessario cercare la cena all’oste e i letti ai vicini", e prosegue, non senza ammirazione:"La sala a pian terreno e l’umida contigua camera formano tutto l’appartamento del porporato. Porta egli con sé un prete e due livree (leggi: servitori). Uomo che parla e apre il cuore. Fin qui non cerca carrozza, avvezzo, dice all’uso delle gambe... Questa mattina, nell’atto del personale mio ossequio, mi sono tenuto sulle generali. Pena questo prelato per la lunga assenza di V. Signoria Ill.ma e Rev.ma e mi incarica di riverirla e assicurarla dei divoti suoi riguardi".
Mons. Rodolfo Giuseppe d’Edling proveniva ultimamente, dopo una sosta di alquanti giorni nel suo lungo viaggio da Roma a Lodi, dal Ducato di Parma e Piacenza dove, in Colorno, era stato ospite del Duca Ferdinando di Borbone e della Duchessa Maria Amalia di Asburgo, sua cugina.
Apparteneva, egli, infatti, a una delle più antiche e cospicue famiglie dell’allora Impero austriaco, imparentata con le più nobili famiglie del medesimo e con la stessa Famiglia Imperiale.
L’imperatrice Maria Teresa lo aveva nominato "Consigliere intimo", e lo teneva in grande considerazione e in rapporto di amicizia.

L’Editto di Tolleranza
Quando, morta la madre (della quale da alcuni anni era coreggente), Giuseppe II potè mettere liberamente in atto la sua politica antiecclesiastica e antiromana, nel 1783 aveva promulgato , in quell’ambito, quell’ "Editto di Tolleranza" che equiparava, a tutti gli effetti, cattolici e protestanti.
Il Governatore di Gorizia,
rifiutò di pubblicarlo; e fu immediatamente rimosso e sostituito. L’Arcivescovo, mons. d’Edling, oppose anch’egli il suo netto rifiuto, accompagnandolo, per di più con parole di disapprovazione per il decreto stesso.
Chiamato a Vienna per discolparsi, dapprima gli fu inflitta una ingente multa pecuniaria, poi, persistendo egli nel rifiuto, fu rimosso dalla sede vescovile e privato dei suoi beni.
D’Edling scese, allora, a Roma per incontrare il Papa e consultarsi con lui, e Pio VI, in segno della sua personale stima, lo insignì del titolo di "Assistente al Soglio Pontifìcio".
Non garbava a Giuseppe II che l’esule Arcivescovo di Gorizia se ne stesse in Roma, e gli ordinò di scegliersi per il suo esilio una località della Lombardia austriaca con la proibizione di allontanarsene, pena la perdita dei frutti delle sue rendite che, bontà sua, gli aveva conservati.
D’Edling sia per non perdere quel solo denaro che solo gli era rimasto e che solo più tardi gli sarebbe stato rimesso, sia soprattutto per non acuire gli attriti tra la Santa Sede e l’Imperatore, obbedì; rimise il suo Arcivescovado di Gorizia nelle mani del Sommo Pontefice, e subito si mise in viaggio verso Lodi, in Lombardia, scelta, come luogo del suo esilio, per la sua buona fama e perché sede di una comunità di religiosi di San Filippo Neri, il santo che egli ammirava per la sua spiritualità, lo zelo dei prossimi, particolarmente dei giovani, e orfani.

A Lodi
Ed era arrivato tra loro, in Lodi, la sera di quel 1° maggio 1787, improvviso, come si è detto.
Il Vescovo Della Beretta, da Genova, diede immediato riscontro al suo Vicario, ingiungendogli di ordinare al d’Edling di portare scoperta e a vista la sua Croce di Vescovo "e di dare benedizioni": un riconoscimento della sua dignità e un invito a fare, per così dire, le sue veci; cosa che si ripeterà più volte, particolarmente durante l’occupazione francese di Lodi, incorporata alla Repubblica Cisalpina, quando il dissidente suo vescovo Gian Antonio Della Berretta sarà costretto al domicilio coatto in una sua villa del Milanese.
Accettò volentieri, mons. d’Edling, l’invito-ingiunzione: era Pastore nato, uomo di pietà e di grande cuore.
Il mattino seguente il suo arrivo, celebrata la S.Messa nella Chiesa dei Filippini, subito uscì ad incontrare e conoscere i suoi nuovi fedeli, e subito incominciò a soccorrere con larghe elemosine.
 Ad illustrare i dodici anni che mons. d’Edling passò in Lodi, dalla sera del 1° maggio 1787, quando vi giunse, improvviso, all’8 dicembre 1803, quando vi morì, universalmente compianto, non mancano memorie coeve e celebrazioni a cento anni dalla morte, nel 1903.
Per i limiti di questo articolo, si preferisce attingere principalmente all’"orazione funebre" letta durante le solenni esequie celebrate dal vescovo Gian Antonio Della Berretta nella chiesa di San Filippo, nel giorno seguente la santa morte dell’Arcivescovo d’Edling.
È voce contemporanea, voce commossa di un giovane prete lodigiano, uno già "della turba festosa dei giovinetti" che il santo arcivescovo era solito radunare "in tutte le sere dei giorni festivi, per instillare a quell’età tenera l’amore celeste, mostrando egli stesso con le continue lagrime quanto dolce quell’amore sia". Orazione funebre che meriterebbe di essere conosciuta per intero a motivo dei valori che contiene nella rievocazione della figura dell’Arcivescovo d’Edling, uomo tutto di Dio e del suo prossimo, umile, sobrio in ogni cosa necessaria alla vita, e penitente pur nei fastigii della sua alta posizione sociale ed ecclesiastica, inflessibile dinanzi ai soprusi dei potenti, tenerissimo e accondiscendente verso i semplici, povero per i poveri.
Testimone de visu et auditu, partecipe e interprete del lutto di tutta la gente di Lodi, il Cagnola (è il nome del giovane sacerdote) ne sente l’attesa "di vedere giustificata l’amarezza del suo dolore con la rimembranza dei meriti singolari che tanto a noi resero insopportabile la sua scomparsa" e si dispone a dar loro "a conoscere la bellezza del cuore del mai abbastanza encomiato Arcivescovo, il quale tanto per incendio di carità divampava che ben aveva ragione di ripetere: Factum est cor meum tamquam cera liquescens in medio ventris mei.  Voi vedrete pertanto nel cuore del defunto Rodolfo un cuore che si strugge per amore di Dio, un cuore che si strugge per amore del prossimo; e quindi non più vi sembrerà meraviglia se tanto egli era caro agli uomini, e caro al Cielo".
E chiede, il singolare oratore, che "Quello spirito tutelare che mirabilmente lo diresse nelle vie della perfezione, stenda adesso la mano benefica a chi è in dovere di scoprirne la gloriosa condotta, e renda a noi fruttuoso l’esempio di un Arcivescovo il quale per la sua carità può dir sempre: Factum est cor meum tamquam cera liquescens in medio ventris mei".
Un’icona vivente, dunque, del principale e fondamentale comandamento: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e amerai il prossimo tuo come te stesso.
Ora, la Lodi di allora era ricca di chiese o luoghi di culto, antichi e meno antichi, bisognosi tutti, tuttavia, di manutenzione o di restauro.
Gli altari, soprattutto, erano oggetto di sollecitudine del d’Edling, la mensa sulla quale si rinnovava, con il sacrificio incruento di Cristo, l’atto più alto di culto e di amore a Dio come di amore incondizionato ed esemplare al prossimo. Intendeva, il santo Arcivescovo, sollecitare i Santi titolari di quelle Chiese a intercedere per il suo popolo e per lui, e, prima di ogni altra, quella "della Gran Vergine Maria, la quale egli era solito chiamare pieno di filiale tenerezza (son sue parole) la Mamma sua cara".
Ne promuoveva la conoscenza e il culto con Tridui e Novene, sempre affollati; così per S. Antonio, S. Michele Arcangelo, i Santi Angeli, i Santi Apostoli, distintamente; S. Giovanni Battista, S. Francesco di Sales, S. Liborio, S. Giovanni Nepomuceno, la cui statua, rovinata da scontri armati e gettata nel fiume, aveva fatto restaurare e riporre a capo del ponte sull’Adda, dove già l’aveva posta il popolo a protezione di Lodi; così per Santa Maria Maddalena, S. Nicolò, S. Biagio, S. Rocco, e la Chiesa denominata "Il Santuario della Pace", luogo dell’appuntamento quotidiano dell’Arcivescovo con i suoi fratelli poverelli, per pregare insieme e dare, poi, di sua mano, con affetto di padre, e largamente, l’attesa elemosina.
Altri luoghi di culto, per così dire, umano, possedeva la Lodi di allora: le case dei poveri, e i poveri senza casa; il Monte di Pietà; le famiglie decadute, rovinate dalle guerre; l’ospedale militare e gli infettivi; le carceri, e, infine, l’orfanatrofio aperto dai Padri Filippini, senza dimenticare le famiglie religiose, maschili e femminili, il Seminario e quei laici più impegnati e vicini alla Chiesa.
Luoghi di culto umano, che sperimentarono, tutti, senza eccezione, senza indugio, senza rallentare o interrompersi mai, la presenza paterna, la guida sicura, consolatrice e benefica, dell’esule Arcivescovo, che divenne ben presto "L’Arcivescovo di Gorizia " per antonomasia; e a lui venivano indirizzati, come al Giuseppe biblico, gli indigenti questuanti, e altri, in qualunque necessità fossero, con viva speranza, e non ne rimanevano delusi.

L’opera a favore dei poveri
Il mattino stesso della sua prima Messa e prima elemosina, o al più tardi l’indomani mattina, Mons. d’Edling volle visitare il Monte di Pietà. "Visti colà depositati a cento a cento i guanciali, le cortine, i letti dei poverelli, che per non cadere vittima della fame si erano così ridotti a dormire sulle dure tavole o sulla paglia, s’intenerì, sospirò, pianse e, sborsata la enorme somma di poco meno di dieci mila lire, ordinò che tutto fosse restituito a quei miseri dando così a conoscere quale fosse la sua tenerezza verso i bisognosi con un’opera quanto cara al Signore altrettanto insolita in Lodi".
Visitava di persona, l’Arcivescovo, le case dei poveri; alle porte di quelle dei ricchi batteva quando, non avendo più che dare e tardando il denaro a lui dovuto, questuava un prestito per potere continuare l’elemosina ai suoi fratelli poverelli. Avutane notizia, "a non poche famiglie decadute, di buon grado somministrava sufficiente denaro con cui sostenersi senza punto soffrirne nell’antico decoro". Così, a giovani senza mezzi e pur desiderose di accasarsi, "forniva una conveniente dote per una opportuna sistemazione"; e "alle vedove desolate o in ciascuna settimana o in ciascun mese, porgeva non mediocre soccorso".
C’erano, poi, gli orfani, per così dire, midollo del suo cuore.
La pubblicazione di un ex studente, Paolo Ferrari, uscita nel 1903, primo centenario della morte del santo Arcivescovo, offre una circostanziata informazione di quanto fece, difese, durante l’occupazione francese di Lodi, e poi dotò, Mons. d’Edling l’orfanatrofio dei Padri Filippini, tanto da volerlo considerare, questi stessi, come creatura sua. Qui si ricorda, con le parole del Prete Cagnola, "che, quasi a Lui da Dio fosse affidata la cura dei poveri, e la tutela degli orfani, dieci pupilli raccolse nell’ Orfanatrofìo, e per dieci ne assicurò in perpetuo l’alimento".

L’arrivo delle truppe napoleoniche
Lodi, poi, austriaca nel 1787 quando vi era giunto l’esule Arcivescovo, francese nel 1797 e unita al Piemonte a formare la Repubblica Cisalpina, si era vista, ben presto, invasa da truppe belligeranti prò e contro Napoleone: nel 1799, i Russi che da Piacenza erano risaliti a cercare foraggio e quartiere, e nel 1800 "due reggimenti del Siciliano Regnante", come lo chiama il Cagnola, in realtà Gioachino Murat, re di Napoli e Sicilia, accorso in aiuto di Napoleone, rientrato in tutta fretta dalla campagna d’Egitto, proclamato dal Direttorio, con un colpo di stato "Primo Console", che aveva ripreso il comando dell’Armata d’Italia. I due reggimenti, giunti in Piacenza nel mese di giugno, si erano, poi, acquartierati in Lodi per passarvi l’inverno.
È voce comune che Mons. d’Edling si tenesse sempre, e tanto più in quei frangenti, lontano dagli intrighi della politica, intento solo a fare del bene quanto poteva e a chiunque, e per questo motivo da tutti rispettato.
Ora, favorito dal fatto che il colonnello dei Russi era un suo cugino, non esitò a presentatigli per perorare la causa di un tale che ’aveva detto questo, aveva fatto quello’, e gli era riuscito di salvargli la vita e ottenergli la libertà.
Ai militari del "Siciliano Regnante", invece,"benché nell’età di anni settantacinque - e con estrema fatica" fa notare il Cagnola, "al fine di promuovere la loro santificazione", aveva tenuto, nella Chiesa del Santo di Padova, un corso completo di Esercizii Spirituali, seguito da quelli con attenzione a ammirazione. Un solo fatto increscioso mentre Lodi era ancora austriaca: due soldati austriaci, uscendo dall’osteria ubriachi, avevano, tuttavia, riconosciuto nel sacerdote che passava, colui che aveva tenuto testa al loro Imperatore, e lo insultarono villanamente fino a percuoterlo. La gente presente avrebbe voluto fare giustizia sommaria dei due: "Non vedete - si oppose l’Arcivescovo con evangelica mitezza - che non sanno quello che fanno?"
Sta di fatto che la prima evangelizzazione (per usare un termine corrente) dell’Arcivescovo di Gorizia era la sua stessa persona semplice e dignitosa, con una parola umile e mite, ma, all’occorrenza, forte e decisa, e il sorriso buono del padre e pastore formatosi alla scuola di Cristo Gesù.
A motivo, poi, di questo continuo stato di guerra, si era costituito anche in Lodi un’ospedale militare: feriti ed infettivi. Anche a loro andava, e con sollecitudine e senza timore di contagio, il d’Edling, portando il conforto della sua parola fraterna e del suo ministero di sacerdote, e aiuti concreti.
Così tra i detenuti, atteso per la consolazione e il coraggio che sapeva infondere in tutti, e i soccorsi che arrivavano anche alle loro famiglie. Le pagine vibranti del Cagnola che dicono questi fatti, non si possono leggere senza commozione.
Mons. d’Edling, poi, a corto di denaro e respinto nelle sue richieste dai ricchi, per potere continuare le sue solite elemosine ai suoi fratelli poverelli e un aiuto concreto anche a questi suoi nuovi fratelli poverelli, infermi e detenuti, non aveva esitato a impegnare al Monte di Pietà quanto di prezioso della sua famiglia e della sua dignità episcopale aveva con sé. Gesto ammirato, e con stupore, da tutti i Lodigiani; spontaneo e naturale in Lui che viveva abitualmente nella dimensione di Dio e ne partecipava le istanze. Informa il Cagnola nella sua orazione funebre che il santo Arcivescovo "in tutto il tempo della sua dimora tra noi (che fu di anni dodici) - distribuì alle turbe dei bisognosi oltre le trentamila lire per ciascun anno"; eppure "mai si querelò di aver dato molto, bensì sempre si lagnava di aver poco da dispensare".

Leopoldo II
Frattanto, nel 1790 era morto Giuseppe II. Il successore, il fratello Leopoldo II, aveva tolto a Rodolfo Giuseppe d’Edling il divieto di uscire da Lodi, e glielo aveva comunicato di persona.
’ex studente Paolo Ferrari, nella sua pubblicazione nel centenario della morte di Rodolfo Giuseppe d’Edling, dà un lungo elenco di nomi di personalità o, comunque, in grande dignità, che non mancarono di visitare, in Lodi, l’esule Arcivescovo di Gorizia; di più, un forte numero di città non solo lombarde, dei dintorni di Lodi, ma anche dell’Emilia,e oltre, che conoscevano per fama il venerando Arcivescovo, e che, ora che poteva uscire da Lodi, ne reclamavano la presenza e il ministero.
Così, nelle Chiese di queste città, il d’Edling consacrò altari, amministrò sacramenti, benedisse matrimoni, ordinò, persino, alcuni sacerdoti ; in Piacenza fu nella Chiesa di S.Vincenzo dei Teatini che vi celebravano la memoria del beato Paolo Burali d’Arezzo, teatino, fondatore del Seminario di quella città, Vescovo e Cardinale di S.R,C; e in Cremona aveva celebrato le esequie del defunto Vescovo, chiamato da quella Chiesa che pensava di trattenerlo come suo proprio Vescovo; a tutti, e dovunque, spezzando, come si suol dire, il Pane della Parola "per eccitare - come già nella sua Lodi- Laici, Ecclesiastici, Regolari, Sacre Vergini, e tutti, alla divozione, alla virtù, alla santità". Non è da escludere che, come in Lodi, anche qui unisse alla buona notizia, l’aiuto concreto di elemosine.
È giustificata, così, l’affermazione del Cagnola che la carità del santo Arcivescovo gli meritò "la confidenza di tutta Lodi, e di tutta la Provincia" e, si può aggiungere, oltre, e gli maturò quella fama di santo per la quale il popolo lo aveva ribattezzato "il San Vincenzo de ’ Paoli di Lodi ". "Vox populi, vox Dei “: tanto da affermare il Cagnola (e con lui il barnabita Valdani che largamente attinge al Cagnola per la sua commemorazione nel primo anniversario della morte di Rodolfo Giuseppe d’Edling, non letta, forse per ordine della autorità occupante francese, come già era avvenuto due anni prima in Piacenza per il Duca Ferdinando di Borbone, ma successivamente pubblicata) "se i pubblici voti non sono delusi, non andrà forse gran tempo che con altre lagrime, non più di dolore, ma di allegrezza, ai piedi degli Altari invocherete il Suo nome, per nuove grazie convinti quanto convenga, al Principe e Vescovo Rodolfo Giuseppe d’Edling, ripetere che il suo cuore è un cuore che tutto si struggeva per incendio di sacro amore".
Suor Elisabetta M.Simoni ors.

P.S. Nella sua orazione funebre II Cagnola aggiunge che l’Arcivescovo, rimasto erede universale dei beni della sua famiglia dopo la morte della sorella contessa Ester, nubile, disposto quanto doveva disporre, tutto lasciò, insieme de" con alcuni suoi mobili che ancora aveva in Gorizia, al clero giovane di Gorizia”.

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