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Quelle lettere chiuse nel cassetto

Un’occasione, data da questo tempo, per riscoprire il valore di tante piccole cose date per scontate e nuovi rapporti, più veri

Parole chiave: racconto (9)
Quelle lettere chiuse nel cassetto

Una primavera come non si vedeva e non si sentiva da tempo.
Nella strana atmosfera di giorni ovattati di silenzio, la natura liberata dall’umana presenza sembra respirare felice: il verde appare più verde, l’azzurro più intenso, illuminato da un sole pulito. Affacciati al balcone di casa, ascoltiamo l’inedito concerto degli uccelli, un’armonia modulata su ritmi alterni non più soffocata dal rumore delle auto. La sorprendente scoperta di una dimensione diversa, di un orizzonte più vitale. Allungando lo sguardo, pare di vivere in un grande meraviglioso giardino, dove la glicine, la ginestra e gli alberi in fiore esplodono in colori mai così intensamente goduti. Ma esisteva anche prima un tale splendore e noi non ce ne accorgevamo? La natura sembra volersi prendere una rivincita: la tua prigionia è la mia liberazione. Un rimprovero come si fa con i bambini viziati, che possiedono il tesoro più grande, quello dell’amore, ma non sono contenti e vogliono altro. Riscopriamo la melodia del silenzio, tempestato di suoni trascurati. Anche i rapporti sono mutati, più veri, mentre riscopriamo il valore di tante piccole cose date per scontate. Strano come l’acre odore della morte abbia il potere di farci sentire tutti accomunati da un identico fraterno destino. Peccato che la danza della vita non possieda identico potere.
Questi i pensieri di Anna in quell’assolata domenica di festa dedicata alla mamma, prima fra tutte a Maria, la Madre di tutte le mamme. Quante volte in passato aveva proposto di far festa nel giardino sotto casa a mangiar cose semplici, condite di risate e confidenze di personali pensieri. Proposta assurda, di altri tempi. Figuriamoci in quel fazzoletto di giardino, vuoi mettere la grande tavolata di amici e parenti già prenotata al solito ristorante rinomato per le sue specialità.
Quest’anno invece poter festeggiare in giardino pareva un lusso non a tutti concesso. Si stava alla grande, accanto le sedeva la nipote appena diciottenne, dall’espressione non proprio contenta. Evidente che le mancava l’innamorato, tappato in casa come tutti. Finalmente il tanto atteso segnale del cellulare! Un sorriso ad illuminare il volto, pochi minuti di lettura e di risposta e poi soddisfatta tornare a mangiare insieme.
Fatto e concluso in pochi minuti.
La nonna rivide se stessa a quell’età.
Era il tempo in cui la fisarmonica della vita aveva esteso al massimo il suo raggio, per effondere una luminosa melodia, che mai più avrebbe riascoltato uguale, la magica melodia dell’innamoramento. Si rivedeva alla finestra in trepida attesa di quella adorata lettera. Aveva fatto i calcoli giusti? Certo, lei aveva spedito la sua sei giorni prima e se lui avesse risposto subito, come sperava, quello doveva risultare il giorno giusto. Scrutava la strada finché non vedeva apparire in lontananza l’amico postino, che arrivava pedalando con la solita bicicletta scassata, carica del prezioso borsone: - Signorina, ho una lettera per lei! - gridava da lontano sventolando la busta, tutto contento di poter esaudire l’attesa. L’avrebbe baciato! A quei tempi il postino, alla pari del medico e del parroco, era una delle autorità del paese, di sicuro il più atteso e gradito. Povero postino, oggi ha perduto gran parte del suo fascino, oggi che le notizie volano sulle ali di uno spazio rimpicciolito. Ma una lettera rimane sempre una lettera. Come descrivere l’intensa emozione nell’aprirla, pregustando le amate parole, da assaporare al chiuso della propria camera in modo che niente e nessuno potesse disturbare quel magico momento. Un’emozione che nessun cellulare potrà mai comunicare. E poi una lettera è un oggetto da conservare. Come le sue, custodite in un cassetto chiuso a chiave, più preziose del più prezioso tesoro. La prima cosa da mettere in valigia, quando finalmente era giunto il momento del grande viaggio verso una vita diversa. Tutto il resto si sarebbe potuto ricomprare, ma non quelle lettere, da custodire in un altro cassetto di un’altra casa.
E lì avevano riposato per quasi cinquant’anni, indisturbate: - Bisogna che trovi il coraggio di bruciarle - si era detta più volte da quando lo scrivente se n’era andato - non voglio che dopo di me vengano lette. -
Aveva donato i suoi vestiti, gran parte delle sue cose, ma quelle lettere erano rimaste lì, chiuse in un cassetto. Giacevano intatte e pulite come se tutti quegli anni, una vita intera, non fossero per niente trascorsi. Ma conservavano ancora l’identico gusto? Ne aveva presa una e si era messa a leggere: come assaggiare una minestra stantia. Niente da fare, il tempo non perdona, è un tornado che travolge tutto e tutti.
“A cosa pensi, nonna? Non sei contenta che facciamo festa nel nostro giardino, come piace a te?”. Certo che era contenta, soprattutto perché erano riusciti a sprangare la porta a quel mostro, impedendo che entrasse in casa, come in altre per rubare il cuore ai sopravvissuti.
“Vado a mettere una bella musica, per festeggiare la mia mamma ed anche la mia nonnina”.
Dalla finestra aperta sul sole cominciò a diffondersi nell’aria una dolce melodia, che allargava il cuore alla speranza di una prossima vittoria sul male. Sicuro che riusciremo a vincere, perché siamo un popolo dalle antiche robuste radici, ben piantate nel terreno fertilizzato dalla fede nel Risorto.
Rinnovati dalla sofferenza di una prova mai prima conosciuta, l’anima si apre alla promessa di un futuro diverso, che la frenetica ripresa della vita si spera non ci farà dimenticare.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
Quelle lettere chiuse nel cassetto
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