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Le storie di ieri per guardare al domani

Il ricordo delle vicende di una famiglia come simbolo dell’impietosa storia del Novecento del confine  orientale italiano

Le storie di ieri per guardare al domani

In questo periodo confuso, dove ormai nulla è più ciò che sembrava ovvio, ricordare la storia della propria famiglia, segnata negli ultimi cento anni dall’impietosa storia del Novecento al confine orientale italiano, può certamente dare conforto e forza per guardare al futuro.
La ricorrenza del quattro novembre celebra la vittoria del regno d’Italia nella prima guerra mondiale, guerra che ha lasciato traumi profondi nelle nostre zone, di cui ancora troppo poco si parla.
Sgombrando la soffitta dei miei genitori ho ritrovato alcune cartoline che mio nonno paterno (1884-1940) ha spedito durante la sua prigionia in Russia, durata ben quattro anni.
Dopo la mobilitazione generale del 31 luglio 1914 buona parte dei soldati del Litorale (questa denominazione comprendeva allora la contea di Gorizia e Gradisca, la città di Trieste, il margraviato d’Istria e la Dalmazia) erano stati inviati nella lontana Galizia [attualmente la zona attorno Cracovia (Polonia) e Leopoli (L’viv in Ucraina)], dove l’esercito asburgico subì a fine 1914 una disastrosa sconfitta che provocò migliaia di morti e prigionieri. Austriaci di madrelingua italiana si ritrovarono, a pochi mesi dal trauma della sconfitta e della prigionia, in una situazione ulteriormente pesante: l’entrata in guerra dell’Italia aveva significato per la Russia la possibilità di consegnare all’alleato italiano proprio questi prigionieri, nemici dell’Italia fino a pochi mesi prima. La commissione italiana incaricata del controllo selezionava attentamente i possibili "nuovi italiani". Nella maggior parte dei casi la scelta per l’Italia o per l’Austria aveva poco a che vedere con il sentimento nazionale: mio nonno materno scelse già nel 1916 l’Italia, visto che buona parte della sua famiglia era stata evacuata dall’esercito italiano (Capriva era linea del fronte fin dal 24 maggio 1915) a Mirandola in Emilia, dopo una sistemazione provvisoria a Giassico, funestata da un’epidemia di colera. Mia nonna paterna invece era riuscita a scappare a Buccari, vicino Fiume (allora regno d’Ungheria), assieme alla sorella maggiore e ai sui bambini, prima dell’invasione italiana di Gorizia. Mio nonno paterno quindi non aveva alcun motivo per aspirare alla nazionalità italiana, visto poi che il cognome era chiaramente non italiano (Alt), e finì quindi nel gruppo che rimase in Russia quasi quattro anni, raggiungendo solo all’inizio del 1918 la concessione militare italiana di Tientsin, vicino Pechino, dopo un avventuroso viaggio sulla Transiberiana. Fu uno dei primi, i più vecchi e malati, che rientrarono nei propri paesi, dopo un viaggio in nave dalla Cina a San Francisco, dopo aver attraversato in treno tutti gli Stati Uniti e ripreso la nave sulla costa orientale degli Stati Uniti.
I miei nonni paterni si erano sposati nel gennaio del 1914, il nonno era già tranviere a Gorizia, la capitale della contea, città di più di 30.000 abitanti, dotata di due stazioni ferroviarie che la collegavano perfettamente al nord e al sud del grande impero asburgico, lì risiedevano anche altri parenti di entrambi, viste le possibilità d’impiego che la città offriva.
Quando i miei nonni tornarono a Gorizia, dopo un’assenza forzata di contatti reciproci durata quasi due anni, trovarono una città distrutta al 40% dall’artiglieria e dai bombardamenti italiani, l’economia in rovina (molti dei nipoti sarebbero partiti in seguito per l’Argentina o per la Francia) e il passaggio definitivo all’Italia nel 1921, che significò subito anche una frattura familiare, visto che il cognato di mia nonna, papà dei nipotini che aveva allevato da sola a Buccari dopo la morte della sorella, aveva optato per la cittadinanza jugoslava. Allora i confini erano invalicabili e difficilmente immaginabile la distanza che separava Gorizia da Lubiana: sono rimaste tante foto e cartoline, l’unico mezzo per a curare il legame affettivo tra le due guerre, particolarmente forte con uno dei nipoti, che tanti anni dopo non ha esitato un attimo a lasciare Lubiana per essere presente al funerale della zia a Capriva.  
Il tram riprese a funzionare: per rimanergli fedele ed assicurare un futuro sereno ai propri figli nel 1928 fu richiesta dalle autorità fasciste l’italianizzazione del cognome e quindi la perdita della propria identità. Inutilmente: il tram sparì da Gorizia nel 1935, mio nonno morì nel 1940, suo figlio maggiore nel 1944, mia nonna, assieme a mio padre, fu ospitata da una sorella a Capriva, dove poi si stabilì.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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