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Le Orsoline e la peste a Gorizia

L’epidemia di peste colpì la Contea di Gorizia nel 1682, dieci anni dopo l’arrivo delle madri Orsoline in città; queste mantennero, nonostante le numerose difficoltà e il rischio di contagio, la loro rassicurante presenza al Convento cittadino

Parole chiave: peste (1), suore Orsoline (2), epidemia (2)
Le Orsoline e la peste a Gorizia

In questo periodo di contagio che ha visto il mondo al centro di una pandemia ci sono stati diversi approfondimenti storici con interessanti riletture di testi antichi come il manoscritto di Giovanni Maria Marussig, sulla peste del 1682 - 1683. Credo sia importante riprendere in mano le fonti storiche e vedere le azioni dei nostri avi quindi ritengo sia interessante riprendere in mano le carte delle Madri Misericordiose Orsoline nel tempo della famosa pestilenza Secentesca.
La madre abbadessa e le consorelle erano giunte da solo dieci anni in città e già molto avevano compiuto a favore delle fanciulle. Fin dal primo giorno venne aperta la cosiddetta "scuola di fuori" per una dozzina di ragazze.
In quei primi anni di permanenza le monache si erano trovate anche in estrema difficoltà per quanto concerneva la costruzione del convento e proprio quando la situazione sembrava mettersi a posto giunse il terribile morbo della peste a fermare ogni attività.  
Le Orsoline giungono in città
Come sottolineava lo storico goriziano Camillo Medeot nella sua opera monografica, Le Orsoline a Gorizia 1672 - 1972, a pag. 35: strumenti della Provvidenza nella fondazione dell’Istituto delle Orsoline di Gorizia furono due sorelle, Maria ed Anna Bonsi, e il padre gesuita Francesco Rullini, loro direttore spirituale. Le sorelle Bonsi raccoglievano ogni giorno nella loro casa un certo numero di ragazze per istruirle specialmente nella dottrina cristiana la loro opera era molto apprezzata perché in città non v’erano maestre.
L’opera e la disponibilità delle sorelle Anna e Maria Bonsi[e] e il prestigio di padre Gullini, presso il nunzio di Vienna, la corte imperiale e gli Stati Provinciali, misero le condizioni affinché la tarda sera dell’otto aprile 1672 iniziasse la storia del Convento di Sant’Orsola a Gorizia.
Le fondatrici furono: Madre Caterina Lambertina de Paoli Stravius da Liegi Superiora, madre Angela Aloisia Prefetta, Madre Angela Teresa Butzerin - Watzenberg, Suor Margherita Eleonora novizia corista, Suor Maria Francesca Leopoldina Volkrim, novizia corista e Suor Maria Marta conversa.
A Gorizia le suore appena giunte furono accolte con grande gioia al suono delle campane e vennero condotte in carrozza a visitare tutte le chiese della città.
Dal primo libro delle cronache, conservato presso il Convento, dell’8 aprile 1672: una volta giunte al nuovo monastero furono accolte dalle due sorelle Bonse con somma allegrezza […] la superiora domandò di vedere il monastero […] fu menata nell’altre due camere, cucina, sottoportico, e finalmente sul granaio, essa attendeva a dimandare dove fosse il monastero; li fu finalmente detto, non esser altra fabbrica, che un pezzetto dove erano le Celle fatte fabbricare dal padre Rullini, le quali non erano ancora coperte; ma che si fabbricherebbe. Restò la superiora, e le Religiose stupite, ed affannate a questo incontro, massime a vedersi anche costrette d’andar a dormire sul granaio, non essendovi altro comodo di stanze; così dunque portarono i loro letti condotti da Vienna sul detto granaro,e passarono quella notte con riposo molto affannato. La sor Marta Conversa che aveva inteso sino a Vienna esservi una fontana nel cortile del Monastero, cosa che essa pregiava sopramodo, e cercava la fontana; non avendola veduta la sera, pensò trovarla la mattina, onde venuto il giorno s’alzo della medesima, ma no vide altra acqua che quella fangosa d’una fossa, che per non aver piovuto in quei giorni, era quasi asciutta.
Le stanze, ricavate nel granaio, erano talmente piccole che non entrava un letto in lunghezza, due di queste erano per la superiora e la prefetta e le altre quattro monache dormivano nel resto del granaio.
La cappella per la messa giornaliera era ricavata nella camera di Anna Bonsi (ad un certo punto sparisce dalla storia del monastero, senza motivazione alcuna, probabilmente abbandona la vita monacale per contrasto con le nuove direttive delle superiora).

I primi anni di vita del Convento
Madre Lambertina, dopo la prima fase di smarrimento, aprì comunque un educandato conforme alla regola di Sant’Angela Merici.
Furono accolte sette bambine e ospitate nel granaio. Fu aperta anche la cosiddetta "Scuola di fuori" cioè alcune classi esterne nelle due stanze delle sorelle Bonsi al primo piano e nel sottoportico.
In breve termine la scuola toccò le 100 allieve, ma il problema della lingua era notevole in quanto delle sei suore solo suor Margherita Eleonora di Trento parlava l’italiano per insegnare il catechismo, a leggere e a scrivere.
9 agosto 1672 suor Maria Lambertina sposta il convento nella cosiddetta casa Volante (tra le attuali via Roma e via delle Monache).
8 settembre 1672 Maria Bonsi diviene novizia con il nome di Maria Orsola della Natività e il 30 settembre del 1674 emise i voti solenni nelle mani dell’Arcidiacono di Gorizia Giacomo Crisaj.
Tra il 1672 e il 1674 una delle fondatrici Suor Francesca Leopoldina detta la Volchera (da Simon Volcher che fece edificare la più antica casa di Gorizia, e grazie ai 12.000 fiorini portati in dote il monastero poté iniziare la sua attività a favore delle fanciulle) decise di lasciare il noviziato per intraprendere una vita da "ritirata" cioè pensionante all’interno delle mura del monastero.
Suor Maria Lambertina si convinse che anche casa Volante era insufficiente per i crescenti bisogni della famiglia religiosa e della scuola e decise di tentare l’acquisizione di una casa attigua al monastero esistente, cioè casa Gullin (ma il proprietario non cederà mai anche perché di fede Luterana).
La badessa pensò anche di trasferire il monastero a Lubiana dove le Orsoline erano molto desiderate, ma nel gennaio del 1675 la contessa Anna Giulia Sinovig morì e suo marito il barone Orzoni, nonché unico erede, decise di lasciare ogni cosa (palazzo, cortile e orto) alle Orsoline.
Il 5 agosto del 1675 presero possesso della nuova casa. Il monastero e la scuola crescevano a dismisura e Vienna inviò l’8 marzo del 1676 altre due consorelle.
I lavori di restauro e ampliamento del monastero procedettero dal 1678 ala 1683 e furono eseguiti dalla ditta Giani.
Nel 1684 si fabbricò il campanile e nel 1699 vennero fuse le campane dalla ditta Polli di Venezia.

La peste del 1682 - 1683
Il primo caso di peste nella Contea di Gorizia, come raccontato da don Giovanni Maria Marussig nella sua storia della peste, si verificò a Sambasso e ne rimase vittima un commerciante di cavalli reduce dalla Croazia.
Ciò venne confermato il 24 giugno del 1682 dopo parecchi giorni di incredulità, tanto è vero che nel primo libro delle cronache si legge chiaramente che le monache ridevano di questa storia che pareva assurda. Ma tutto cambiò il 24 giugno, quella notizia iniziò a far tremare i cuori delle religiose e a far temere il peggio, infatti il giorno dopo, il 25 giugno, venne chiusa la scuola e le fanciulle furono riconsegnate ai loro genitori, soltanto 16 convittrici rimasero all’interno del convento.
La abbadessa madre Lambertina Caterina trattenne inoltre alcuni muratori che stavano lavorando al convento e alla chiesa con l’obbligo però di non uscire in città, infatti aveva compreso che il contagio avveniva in qualche modo per contatto personale.
Questi muratori ricevevano quindi il vitto e l’alloggio dalle madri orsoline e si occupavano come venne registrato nei libri contabili del fare il volto della Chiesa, giacché era appunto di già coperta, le sepolture ed altri interni stabilimenti, cioè la facciata della chiesa e le intonacature dell’interno.
Accanto ai muratori lavoravano due serve giovani di San Lorenzo di Mossa e le stesse religiose svolgevano il lavoro della bassa manovalanza.
Scrive la cronista che in quei lunghi giorni di silenzio, senza che nessuno si avvicinasse al convento, senza che nessuno chiedesse udienza in parlatorio e la città pareva quasi muta, le consorelle sembravano in un angolo di terrestre Paradiso e avevamo fato gran provision di gran quantità di bestiame, onde il cortile sembrava l’Arca di Noè per la diversità del pollame che avevamo.
Intanto da Sambasso le notizie giungevano sempre più impressionanti, si formò un vero e proprio focolaio, in pochi giorni 19 morti, 20 infetti: erano morti il sacerdote che aveva confessato il forestiero moribondo, chi lo aveva ospitato e le persone più vicine.
Il 9 luglio il primo caso conclamato di peste a Gorizia, nella braida Vaccano. In pochi giorni vennero realizzati ben due lazzaretti quello vecchio "del Corno di Sopra" e quello nuovo nella "Campagna di Santo Andrea".  
Le precauzioni di suor Lambertina
La abbadessa madre Lambertina cercò di correre ai ripari e trovò una sorta di rimedio per difendersi dalla peste: ciascuna sorella aveva un bossolo di odore preservativo che annusava spesso, massime nell’aria mattutina. Inoltre appena levata, doveva mettere in bocca e masticare qualche grano di ginepro, stato già da qualche giorno infuso nell’aceto, operazione da ripetersi frequentemente nel corso della giornata. Speciali erano le precauzioni per la carne di manzo che si importava dal di fuori, riservata alle religiose, mentre il pollame era riservato alle convittrici. Una donna, che abitava in una casetta davanti alla chiesa, acquistata la carne, la profumava subito col ginepro e poi, con grandi cautele, la consegnava alla portinaia, la quale a sua volta la tornava a profumare, così di nuovo in cucina.
E questo avveniva con tutte le derrate alimentari che si presentavano in convento.
Se la peste entrata nel convento madre Lambertina aveva dato disposizioni moto precise: anzitutto faceva leggere spesso un manualetto contenente istruzioni e norme contro la peste. Se per disgrazia qualcuna fosse stata infettata, costei sarebbe stata subito posta isolata in una cameretta presso la cappelletta di S. Giuseppe, nell’orto, e nella stanzetta sottostante starebbe la sana, che per l’amor di Dio si esibisce d’assisterla. L’infermiera volontaria, per ogni occorrenza, avrebbe potuto comunicare con le consorelle suonando un campanello. Sarebbe apparsa allora, a mezza strada, una della comunità a domandare l’altra, a debita distanza, a rispondere. Una fossa profonda era pronta ad accogliere la salma della vittima del contagio. L’assistenza spirituale sarebbe stata assicurata da quei ferventi religiosi che si consacravano all’aiuto delli appestati, ai quali si darebbe l’ingresso per la porta dell’orto, che corrisponde in fianco al collegio di questi buoni padri.
Per la geografia attuale il Collegio dei gesuiti era posto accanto alla chiesa di Sant’Ignazio, pertanto l’orto delle monache giungeva fino all’attuale via Roma e si estendeva quasi fino al confine con l’attuale piazza della Vittoria.

La vita nel convento durante la peste
In quei mesi di estrema difficoltà la vita religiosa continuava ma con maggiore intensità: rimesse nella divina volontà, disposte ugualmente al vivere e al morire.
Ogni giorno un sacerdote celebrava la messa nella cappella, le monache assistevano esternamente, solo un muratore rispondeva da oltre una finestra con i vetri.
Le domeniche e le feste la Santa Messa veniva celebrata all’aperto affinché anche i vicini avessero la consolazione di ascoltare il santo sacrificio e al suono della campanella si affacciavano dalle loro finestre, mentre le madri Orsoline si raccoglievano in una camera che dava sul cortile.
Al termine della messa costoro si recavano nel Coro per ricevere la Comunione.
Fuori dalle mura del convento la situazione era ogni giorno più terribile, infatti si potevano udire i pesanti carri che trasportavano i morti assieme coi vivi appestati che si menavano al Lazaretto e nessun suora voleva recarsi nell’orto verso la strada perché da quella parte si potevano scorgere i cadaveri degli appestati.
Il 9 agosto del 1682 la situazione nel convento sembrò precipitare, infatti la novizia suor Gioseffa fu colpita da febbre alta e da un forte mal di testa.
Il giorno dopo per precauzione la malata venne collocata nella camera prestabilita presso la cappella di San Giuseppe in compagnia di madre Rosalia che si era offerta volontariamente.
La povera novizia non era stata colpita dalla pesta ma dal vaiolo, così riportano le cronache, e dopo quindici giorni di isolamento entrambe fecero ritorno nel Convento.

La fine del contagio
L’inverno rigidissimo del 1682 contribuì a purificare l’aria e le case. Scriveva la cronista del Convento: verso il fine delle vacanze cessò il contaggio - si riferiva alle festività natalizie - si fecero le debite purrificazioni e quarantene per la città e finalmente verso il febbraio 1683 si tornò al consueto commercio.
Le Orsoline si salvarono tutte che provocò la morte di quasi 500 goriziani pari al 10 percento dell’intera popolazione locale.

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