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La realtà irreale di Zoran Mušič

I personaggi della cultura goriziana

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La realtà irreale di Zoran Mušič

Zoran Mušič nacque a Bukovica, nei pressi di Gorizia nel 1909 quando c’era ancora L’Austro-Ungheria. I nonni erano viticoltori nella regione del Collio. Il padre di Zoran, Anton Mušič, originario di Šmartno e la madre, originaria di Lig (Comune di Kanal ob Soči), erano insegnanti. In estate i suoi genitori visitavano regolarmente una delle sorelle di sua madre a Capodistria e gli zii a Trieste.
Nel 1915 il padre fu mandato al fronte in Galizia.
Nel 1919, poichè insegnante e di lingua slovena, dovette emigrare in Carinzia a Griffen, dove Zoran Mušič frequentò il liceo classico in tedesco, ma proseguì gli studi e si laureò a Maribor nel 1928.
Alcuni membri della sua famiglia erano di origine italiana, "cioè in casa parlavamo entrambe le lingue, sloveno e italiano", scrisse il pittore.
Nel 1930 iniziò a studiare all’Accademia di Belle Arti di Zagabria.
Conobbe le opere dei pittori sloveni Ivan Grohar, Matija Jama e Rihard Jakopi¤, ma anche tedeschi, George Grosz o Otto Dix.
Nella primavera del 1935, al termine degli studi, si recò in Spagna, a Madrid e Toledo, studiò la pittura di El Greco, Velázquez e soprattutto Goya (La Maja vestida), i cui "quadri neri" gli lasciarono una profonda impressione.
Viaggiò poi per l’Europa, scoprì le opere di pittori viennesi (Klimt, Schiele, Kokoschka) e alla fine si stabilì a Venezia, dove incontrò la pittrice Ida Cadorin, sua futura moglie.
Lì fu arrestato nel 1944 dalla Gestapo per la sua amicizia con alcuni esponenti della resistenza ed il 18 novembre fu deportato a Dachau. Vi rimase fino alla fine della guerra.
Nel campo riuscì a realizzare in segreto una serie di disegni che fissano sulla carta le atrocità quotidiane alle quali assistette. "I cadaveri si trovavano dappertutto - raccontò - impilati gli uni sugli altri".
Disegnando quanto vide, rimase per lui l’unico modo per sopravvivere e salvare la sua integrità umana.
Per la prima volta dopo la guerra, lui e la moglie Ida prepararono una mostra a Trieste, dove frequentò amici e artisti.
Visitando spesso i paesi della sua infanzia, dipinse vari murales nelle chiese di Drežnica, Grahovo e soprattutto Gradno sul Collio, dove si può ammirare la sua bellissima Via Crucis. Dopo aver dipinto cavalli, paesaggi senesi e dipinti astratti, raggiunse la svolta negli anni ’70.
Diventò pittore in tutto il mondo, famose le sue mostre a New York, Tokyo e altri continenti.
Dipinti, disegni e stampe di Mušič si trovano in importanti musei in Germania, Croazia, Canada, Spagna, Stati Uniti, Francia, Italia, Messico, Slovenia, Svizzera.
All’inizio degli anni ’90, Mušič trascorse la maggior parte dei giorni da solo, disegnando e dipingendo.
Dipingeva se stesso: il suo corpo si disintegrava gradualmente e il suo volto scompariva, come il paesaggio erosivo e i suoi soggiorni in Dalmazia, che aveva sempre inseguito.
Dipinse anche sua moglie Ida.
“Non dipingo gli altri, perché non li conosco, solo due persone che sia mai stato veramente in grado di ritrarre’’, concorda Mušič - se stesso e sua moglie, Ida.
Tutti gli altri gli sembravano maschere, disse.
Le figure emergono dallo spazio vuoto e sembrano incompiute.
I colori dei suoi autoritratti sono quelli del deserto, aspri e sobri, eliminando il superfluo e riducendo al minimo. Guardando i suoi dipinti sembra che ciò che gli interessi, sia far emergere l’aspetto interiore.
Egli stesso dichiarò che fece sempre il lavoro del pittore per poter sopravvivere e per capire chi fosse. Rifletteva continuamente sul suo lavoro, indagava i moti dell’anima.
I suoi dipinti testimoniano la sua instancabile ricerca di risposte alle domande fondamentali dell’esistenza umana.
carlo.nanut@virgilio.com

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