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Il requiem a Wagna per Francesco Giuseppe

La messa cantata dal coro di voci bianche del campo di profuganza in Stiria diretto dal maestro compositore Augusto Cesare Seghizzi

Parole chiave: requiem (2), Francesco Giuseppe (6), Wagna (6), profugo (9)
Il requiem a Wagna per Francesco Giuseppe

Il 2 dicembre 1916 venne eseguita una grande messa da Requiem dedicata all’Imperatore Francesco Giuseppe I scomparso il 21 novembre nel campo di Wagna di Leibnitz. La Messa, scritta di getto dal maestro Augusto Cesare Seghizzi in appena tre giorni, venne insegnata in meno di una settimana al grande coro di voci bianche presente nel campo di profuganza. Era composta da tutte le parti tradizionali di una messa da morto anche con la presenza della lunga e magnifica sequenza del "Dies irae". L’eco del Litorale del 6 e 12 dicembre 1916 racconta con dovizia di particolari dell’esecuzione della messa da Requiem di suffragio per l’Imperatore defunto, in quanto fu uno dei grandi eventi avvenuti nel campo di Wagna durante quel tragico 1916.

Wagna di Leibnitz Per la morte di Sua Maestà
Se il decesso del venerato Sovrano, l’Imperatore Francesco Giuseppe I, fu sinceramente rimpianto in ogni angolo dell’Austria nostra, anche l’accampamento di Wagna s’unì con animo concorde e sincero al grande lutto della Patria comune.
Appena s’era sparsa a voce della morte dell’Imperatore, i fuggiaschi, colpiti dall’inattesa tristissima notizia, vollero subito dimostrare il loro cordoglio con tutta la prontezza del loro carattere meridionale. E subito cessò ogni canto nei lavoratori, ogni chiasso nelle baracche; si esposero drappi e bandiere nere; si eresse in più d’una baracca una specie d’altura o catafalco col quadro abbrunato del compianto Defunto ed alla sera si recitarono devote preghiere per l’anima Sua; su ogni volto si vedeva un riflesso del dolore comune.
E non poteva essere altrimenti: i nostri poveri fuggiaschi, che nei bei tempi quando avevano ancora una casa propria ed una patria ristretta, della venerata persona del Sovrano avevano fatto sempre un culto sincero, i nostri friulani ed istriani che vivente Lo avevano acclamato sulle rive dell’Adria ed alle sponde dell’Isonzo, che in omaggio a Lui, nei Suoi diversi giubilei, Gli avevano eretto monumenti e lapidi ed al Suo augusto nome avevano dedicato ospedali ed orfanotrofi, dovevano ora sentire tutto il dolore che un figlio affettuoso può provare dinanzi l’esanime spoglia d’un amatissimo Padre.
Per ordine della Direzione venne issata la bandiera nera sugli edifici d’amministrazione, sui lavoratorii, sulle scuole, sui campanili.
Giovedì mattina si celebrarono nella chiesa di S. Carlo due Messe basse in suffragio dell’anima del compianto Imperatore coll’intervento di tutta la numerosa scolaresca. Nel pomeriggio dell’istesso giorno, mentre a Vienna la salma di Francesco Giuseppe veniva trasportata dallo sfarzo della reggia nel silenzio della tomba sotterranea dei Cappuccini, anche i nostri fuggiaschi si unirono in un ispirito al mesto convoglio della Capitale, mentre venivano chiusi gli uffici, le scuole e gli opifici di tutto l’accampamento.
Sabato finalmente si tenne la solenne Messa di Requiem nella chiesa di S. Carlo, che per l’occasione venne addobbata a lutto profondo: drappi neri coprivano tutte le pareti del presbiterio e simili panneggiamenti decoravano in modo severo le colonne e gli archi dinanzi all’altar maggiore.
Nel mezzo della chiesa s’ergeva il catafalco, su cui spiccavano, tra i ceri e le verdi piante, gli stemmi dell’Impero e di Casa d’Asburgo, nonché, in alto, sopra la bara, a corona e lo scettro imperiale. Ma spiccavano ancor più, non tanto per la loro squisita fattura, quanto per il gentile pensiero che le accompagnava, due bellissime ghirlande che vennero acquistate spontaneamente coi magri e lagrimati spiccioli dei profughi e deposte da appositi delegati ai piedi del catafalco. I nastri della prima ghirlanda avevano la scritta: "L’Istria fedele al venerato Monarca", mentre la seconda era fregiata della dedica: "All’Imperatore e Padre - i devotissimi Friulani". Anche a nome dei profughi della baracca 16 venne deposta una ghirlanda speciale.
Alla mesta cerimonia commemorativa intervennero in corpore tutti gli impiegati, medici, insegnanti ed addetti all’accampamento, nonché gli allievi delle scuole industriali ed agraria, del collegio militarizzato e dei due orfanotrofi. Il corpo dei pompieri prestava servizio d’onore attorno al catafalco.
La s. Messa fu pontificata da mons. Francesco Castelliz, commissario arcivescovile, assistito da tutto il Clero dell’accampamento. Il coro degli scolari, con accompagnamento di grande orchestra, eseguì in modo ammirabile una nuova "Missa da Requiem" a due voci bianche, scritta appositamente per l’occasione dal nostro M.o Seghizzi, in cui non sappiamo se maggiormente lodare la facilità e la spontaneità nel creare in pochissimi giorni un lavoro che a detta di intendenti - è giudicato di valore reale ed intrinseco, ed al pubblico profano piacque assai per la sua musica ispirata e piena di effetto, oppure la bravura e la pazienza del maestro nell’istruire in sì breve temo i suoi piccoli cantori.
Dopo la messa il M. R. catechista don Barbieri lesse dal pergamo un elaborato ed efficace Elogio funebre di Sua Maestà, in cui apparì la bella figura del compianto Monarca, circondata dall’aureola dell’amore e della venerazione, sul triste sfondo delle lotte intestine e mondiali e dei troppo frequenti, tragici dolori di famiglia. Assai commovente e davvero appropriata alle attuali circostanze di tempo e di luogo, fu l’apostrofe finale, in cui i profughi italiani dell’Austria giurano al novello Imperatore Carlo I quella sincera, inconcussa fedeltà che essi sempre mantennero al Sire defunto.
Col canto del "Libera" e coll’assoluzione di rito, impartita dal Pontificante, si chiuse la funebre cerimonia. (Da L’Eco del Litorale del 6 dicembre 1916)

Messa di Requiem

Per 2 voci bianche e orchestra del M.o A. Seghizzi eseguita nella Chiesa dell’accampamento il 2 dicembre 1916 per la morte di S. M. Francesco Giuseppe I.
La messa di Requiem è tratta da una seconda ispirazione; è una profonda concezione splendidamente evoluta che attinge i più alti vertici dello spirito musicale, un’affermazione mirabile dal geniale Augustus Magister. Forse una delle sue supreme rivelazioni. (Il maestro ha pensato, scritto ed eseguito la sua Messa nel brevissimo spazi di dieci giorni.) Musica bella, veramente sentita, infinitamente triste, potentemente dolorosa, intonata in tutta la linea delle sue splicazioni alla gravezza dogliosa dell’ora. La forma stessa oratoriale influisce convintamente sulla maestosa solennità del lavoro perfetto. È una grande sinfonia ampia quella che, fino all’ultimo battito della vita armonica dell’opera, svolge l’orchestra, mentre le voci umane in alcuni momenti, con verace espressione toccano i ritmi della musica chiesastica.
Il preludiante Requiem eternam si svolge con una flebile tenuità plorante di suoni, sommessamente, pienamente. Ad un tratto s’afforza, si diffonde, arriva ad una straordinaria potenzialità, dove l’orchestra dalla larga onda sinfoniale si unisce in una tempestosa fusione di toni alle voci squillanti ed argentine del piccolo coro.
Qui pure emergono potenti le vibrazioni delle trombe fra i getti freschi, melodiosi dell’organo. È un attimo di profondo scoramento, di viva comozione [Sic!].
Il Kyrie è un tessuto meraviglioso di vaporosi e lievissimi intrecci. La "Sequentia", felicissima nel suo incessante incalzarsi di motivi fugati, è pure una forte pagina della concezione Seghizziana.
Il più sensibile momento musicale di questa è certamente la nota disperatamente angosciosa e straziante: Lacrimosa dies illa. I cuori sussultano, lacerati dalla pienezza delle pene mortali e dall’oscuro affanno minaccioso d’oltretomba.
Un sereno spunto melodico è l’Offertorium: una melodia ricca, piena, conseguente. Si ha l’impressione che l’orchestra sia composta ormai non d’altro che da un incanto alito di brezze e dalla pura azzurria di mistici orizzonti.
Esalta lo spirito e lo compenetra della pungente nota del dolore e della tristezza che s’apre il varco a traverso [Sic!] tutto il tessuto armonico.
Il Sanctus è pure un imponentissimo squarcio della messa. Di particolare bellezza per la sua espressione quasi eterea, celestiale è il Pleni sunt coeli che rivela forse (nel canto) uno sforzo dell’artista verso una nuova forma d’armonia (eterofonia) di cui oggi molto si discute. L’effetto è stupendo; sembra che un’onda di gaudio angelico si stenda sulla terra travagliata.
Nell’Agnus Dei si opera una mutazione vaga, dolce. Passa la musica dall’invocazione che dal Dio dei mondi, impetra la soppressione del peccato, la vittoria della luce, al grido di speranza folle ma sicura nella calma serenità di plaghe ultraterrene. È un contrasto superbo di armonie d’altissima forza che rievocano lo scoramento e la commozione del primo "Requiem".
Ed il popolo, radunato nella vastità incensata del tempio abbrunato, è stato circompreso dalla potenza della musica. Ho veduto della gente con gli occhi pieni di lagrime, la musica è piaciuta non solo a quelli che hanno il senso ed il talento della valutazione artistica, ma essa ha commosso il popolo. È un vanto ed un onore di più per l’artista che l’ha concepita.
La Messa fu diretta dall’autore stesso maestro Seghizzi. L’esecuzione fu fine, delicata ed impeccabile. Il piccolo coro di bambine e bambini delle scuole popolari è degno d’uno speciale encomio.
Questi ragazzetti, sotto l’esperta guida del loro maestro, superarono in brevissimo tempo tutte le difficoltà imposte della composizione, lo stesso si dice della nostra orchestrina che suona con la lodevolissima collaborazione del magico, violino della Sig.na Nives Luzzatto, le cui splendide grandissime doti artistiche sono celebri. All’organo c’era il maestro Rodolfo Clemente che con la sua profonda cognizione e provata esperienza in fatto di musica molto giovò al buon successo del lavoro. (Da L’Eco del Litorale del 12 dicembre 1916)

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