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Il fascino senza tempo del cunto

Il maestro palermitano Mimmo Cuticchio è uno degli ultimi eredi di una tradizione di narrazione immutata nei secoli

Parole chiave: cunto (1), Mimmo Cuticchio (1)
Il fascino senza tempo del cunto

Ospite a Gorizia per uno spettacolo all’interno di "Puppet d’Inverno - festival di teatro di figura per giovani e adulti" promosso dal CTA di Gorizia, il maestro Mimmo Cuticchio - cuntista palermitano, figlio d’arte ed erede di una tradizione plurisecolare - si è fermato con noi per raccontarci qualcosa di più sul cunto, una forma di narrazione mai uguale, capace di catturare il pubblico di qualsiasi età e appartenenza, perché trova la sua forza nel bagaglio che ognuno di noi porta con sé.

Maestro, Lei è erede di una tradizione non solo importante ma anche secolare. Che significato dà oggi, in un mondo caratterizzato dalla velocità anche nella narrazione, al suo lavoro, al portare avanti tutto questo?
Già Omero e gli aedi raccontavano senza utilizzare alcun mezzo, utilizzando solo la voce, come appunto fa il cunto, nel quale c’è anche il canto, un canto certamente diverso dalle canzoni moderne.
Più che conservare mi piace dire che io "traghetto", tenendo viva la memoria non di qualcosa che è stato, ma di qualcosa che è in continuo movimento.
A volte si tende a pensare che, per essere moderni, si debba guardare sempre al cambiamento, anche azzerando tutto e partendo con un mutamento radicale, ma non c’è niente di moderno che duri nel tempo: è solo il contemporaneo ad essere moderno.
Credo che la consapevolezza del mio mestiere risieda nel conoscere che le tecniche e i saperi bisogna tenerseli ben cari, perché saranno proprio loro che aiuteranno a viaggiare. Poi lo si fa nel proprio tempo, che è un tempo diverso da quello, ad esempio, di mio padre. Pertanto, anche se utilizzo tecniche e modi di fare antichi, vanno in proiezione alla mia vita, a ciò che io guardo e vedo, alla gente con cui comunico.
Un esempio: mio padre si rivolgeva ad un pubblico composto prevalentemente da analfabeti o semianalfabeti, io invece a gente diplomata, laureata, specializzata, per cui è chiaro come sia cambiato tutto ma, invece di rimanere indietro - o di andare troppo avanti -, viaggio con i miei contemporanei, con chi durante la mia vita invecchia e con chi nasce e cresce, cammino insieme a loro.

Quando ha iniziato ad occuparsi del cunto? Qual è stato il suo percorso, anche accanto a suo padre?
Sono appunto figlio d’arte, ho lavorato per 23 anni accanto a mio padre, osservando la parte più tradizionale del cunto. A 25 anni ho aperto il mio teatro, iniziando a fare i cunti e da quel momento in poi ho "spiccato il volo", portando il cunto in giro per il mondo, cosa che invece mio padre non ha fatto, lui lo portava nei paesi della Sicilia.
Girando il mondo si scoprono tante tradizioni, tante culture, tante tradizioni e anche in base a queste poi si sceglie che tipo di racconto portare, di cosa parlare.

Negli anni si è dato molto da fare anche per continuare e tramandare questa tradizione. Ci racconta qualcosa della scuola per pupari e cuntisti che lei stesso ha promosso? C’è qualche erede?
L’erede più diretto è sicuramente mio figlio, anche lui molto appassionato e maestro di musica e compositore; in questo momento, per esempio, io giro con i cunti, lui a Palermo sta mettendo in scena spettacoli con i pupi. C’è anche tutta una serie di allievi che si dedicano ad imparare la recita, la manovra, a costruire e verniciare i pupi… il giardino è rifiorito.
La scuola, sorta nel 1997, è frequentata da molti giovani; diciamo che dopo il primo triennio, sostenuto anche dal Comune di Palermo, la scuola poi è rimasta purtroppo una scuola "di fatto", sono venuti a mancare i finanziamenti e pertanto non è stato più possibile proseguire con borse di studio per sostenere i ragazzi, come si faceva in precedenza. Come dicevo, i ragazzi ci sono, ma non vengono più dalle altre regioni italiane o dall’estero - la scuola è stata frequentata anche da una ragazza albanese e da un ragazzo inglese -. L’idea della scuola c’è ma viene fatta sotto forma di tirocinio: prendo un paio di ragazzi alla volta, in modo tale da poterli seguire e formare a dovere. Le richieste sono molte, c’è sempre tanto interesse verso questo mezzo di comunicazione antico.

A tal proposito, quali sono gli elementi che caratterizzano questo tipo di narrazione?
Presenza scenica, buona memoria - nel senso di essere un po’ imbonitori e capaci di seguire un filo logico nella narrazione, senza sbagliare nomi o perdere pezzi - dote d’improvvisazione, nella quale si deve essere padroni del testo che si vuole raccontare.
Nel cunto non si parte mai dal punto A per arrivare al punto B, ma lo si modella a seconda di come si svolge la serata, del pubblico presente - che va "compreso" nei primi 5 minuti -, accompagnandolo nella direzione dove lo si vuole portare, proponendo una narrazione anche e soprattutto in base alle loro reazioni.
Con il cunto si lavora come un "funambolo", procedendo appunto in base alle risposte che il pubblico trasmette, perché il racconto lo faccio io, ma lo fa anche l’ascolto; l’ascoltatore è il vero narratore, alla fine.

Cosa le piacerebbe aver lasciato al suo pubblico goriziano?
A chi mi conosceva già - so che alcuni mi avevano già visto in precedenza - mi piacerebbe aver lasciare un nuovo ricordo e il piacere risentire qualcosa che è antico ma che è sempre capace di toccare le corde dell’animo. Per chi non mi aveva mai visto, credo sia stata una scoperta e questa per me è una cosa che fa davvero piacere ed è importante; il cunto ha la forza di far uscire dall’ascoltatore il patrimonio che ognuno ha dentro di sé ma che spesso non si era riusciti a scoprire.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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