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I 250 anni della dedicazione della chiesa di S.Ignazio

La chiesa goriziana fu consacrata il 24 febbraio 1767 per mano del Principe Arcivescovo Carlo Michele d’Attems e dei vescovi di Concordia, Capodistria e Pedena

Parole chiave: chiesa di S.Ignazio (1), gesuiti (3), Carlo Michele d'Attems (3)
I 250 anni della dedicazione della chiesa di S.Ignazio

I gesuiti a Gorizia
"In quest’anno [1615] vennero a Gorizia nel mese d’aprile il p. Teodoro Buseo, superiore della provincia austriaca della compagnia di Gesù coi padri Cristoforo Dombrino, Bartolomeo Villerio e Vitale Pelliceroli, per trovare un luogo conveniente per la fabbrica del collegio che avevano stabilito di erigere in questa città. Essi trovarono lieta accoglienza e gradita ospitalità nella casa del dott. Pompeo Coronini e fratelli: fecero le necessarie perlustrazioni, assunsero i rilievi opportuni e quindi ripartirono. Tre mesi dopo, cioè nel luglio, il p. Vitale Pelliceroli assieme al p. Cristoforo Maier ritornò a Gorizia per stabilirvi una casa di abituale residenza; dopo aver dimorato per due mesi nella casa del dott. Pompeo Coronini […]. In dicembre venne da Vienna il p. Tommaso Polizio e così ebbe principio la residenza con questi tre religiosi; in seguito alla raccomandazione dell’arciduca, essi ottennero dal patriarca d’Aquileia, ordinario diocesano, la facoltà di assolvere i penitenti da ogni caso riservato". Tratto da Francesco Spessot, in "Primordi, incremento e sviluppo delle istituzioni gesuitiche di Gorizia (1615-1773)", in "Studi Goriziani" III (1925), pp. 83-142:

La grande Chiesa
La Compagnia di Gesù, voluta fortemente dall’Imperatore Ferdinando II, portò una ventata culturale senza precedenti. Fin da subito si iniziò la costruzione del convento e, pochi anni dopo l’arrivo in città verrà posta la prima pietra della grande chiesa dedicata a Sant’Ignazio de Loyola, fondatore dell’ordine. Ranieri Mario Cossàr, in "Storia dell’arte e dell’artigianato" del 1948 alle pp. 94 e 95, così racconta: "Finalmente, nel settembre 1654, era stata dato principio all’escavazione delle fondamenta per la grande chiesa barocca, che per il suo assieme dà una viva nota pittoresca alla piazza su cui sorge. In seguito alle dirotte piogge dell’autunno 1655 una gran parte del lato settentrionale di questa si era sfasciata ed era crollata la notte di Natale. L’impresario, del quale non si conosce il nome, aveva dovuto rifare la costruzione a proprie spese. Ad ispezionare la fabbrica era giunto da Fiume, nel 1656, Bartolomeo Werterleiter, dopo di che erano state poste le fondamenta per le due cappelle laterali. […] Per poter sollecitamente portare a termine la fabbrica della chiesa, Leopoldo I aveva concesso ai gesuiti, nel 1659, un sussidio di cinquecento fiorini annui, per lo spazio di sei anni; tuttavia appena nel 1680 poteva dirsi compiuta la parte muraria. Nell’anno 1685 si era iniziata l’erezione del nuovo edificio scolastico sulla piazza Maggiore, che dopo lo scioglimento dell’ordine doveva venir adibito a caserma […]".

Cronistoria
Nel 1659 con la spesa di 1000 fiorini venne eretto dai padri Paolo e Piero Moretti e da Francesco Moisesso un altare marmoreo. Nel 1680 furono completate le volte sopra le quattro cappelle, i corridoi e le gallerie sopra di queste, nonché era stato ultimato l’altare del Crocifisso della famiglia della Torre. L’oratorio, situato sopra la sacrestia, venne dipinto nel 1684, quasi in contemporanea allo splendido altare dedicato all’Assunzione della Vergine. L’anno seguente la famiglia Cobenzl fece edificare per 1048 fiorini l’altare dedicato a San Giuseppe e nel 1686 fu edificato quello in onore di San Francesco Saverio con il lascito di 1000 corone della famiglia della Torre. L’altare maggiore ligneo venne sostituito nel 1716 dalla spettacolare opera marmorea di Pasquale Lazzarini e consacrato il 31 luglio di quell’anno dal vescovo di Pedena Giorgio Francesco Marotti, e nel 1717 venne arricchito dai due grandi candelabri di marmo posti sui due gradini. Nel 1721 il pittore e coadiutore laico gesuita Cristoph Taucher, allievo di Andrea Pozzo, dipinse la celeberrima "Gloria di Sant’Ignazio". I campanili con la cupola a cipolla vennero terminati nel 1725 e la facciata con le statue di Ignazio [al centro], San Giuseppe [a sinistra] e San Giovanni Battista [a destra] fu completata tra il 1724 e il 1725. Nel 1744 venne eretto per lascito testamentario del conte Nicolò Strassoldo un altare bianco con la deposizione di Gesù dedicato alla moglie, Anna baronessa Terzi. Il pulpito di marmo bianco venne donato nel 1750 da Giambattista della Torre ed era costato 2500 fiorini. Le statue lignee di San Giovanni e Santa Maria Maddalena ai piedi della Santa Croce vennero state scolpite nel 1754.

A ricordo della consacrazione
A ricordo della consacrazione avvenuta il 24 febbraio del 1767 venne posta una grande lastra marmorea sulla parete di sinistra al principio della grande navata con l’epigrafe:
D.O.M. TEMPLVM. D. IGNATII. DE. LOIOLA. CAROL. MICH. AB ATTEMS. S.R.I. PRINCIPECS PRIMUS. GORITIENS. ARCHIEP. ALOIS. MARIA. GABRIELI. CONCORDIENS. CAROL. CAMVCCIVS. IVSTINOPOL. ALDRAG. PICCARDI. PETTINENS. EPISCOPI AN. MDCCLXVII VI. KAL. MART. DEDD.
I Quattro vescovi presenti al complesso rito di consacrazione del tempio furono Carlo Michele d’Attems primo principe arcivescovo di Gorizia dal 1752 al 1774, Luigi [o in alcuni testi Alvise] Maria Gabrielli vescovo di Concordia dal 1761 al 1779, poi nominato vescovo di Vicenza, Carlo Camuzio [o Camuccio] vescovo di Capodistria dal 1750 al 1776, poi nominato vescovo titolare di Tarso, e Aldrago Antonio de Piccardi vescovo della piccola diocesi di Pedena. Il vescovo de Piccardi fu l’ultimo vescovo di Pedena e la resse dal 1766 al 1784, poi venne nominato vescovo di Segna e Modruš. Il 19 agosto 1788 con la bolla Super Specula militantis Ecclesiae la diocesi di Pedena venne unita a quella di Trieste e contestualmente incorporata alla neonata diocesi di Gradisca. Il 12 settembre 1791, quando fu ripristinata la diocesi di Trieste, la diocesi di Pedena fu incorporata nella diocesi tergestina, oggi rimane diocesi titolare.

Il rito di consacrazione
Il rito di consacrazione, complicatissimo e ricco di segni, ebbe i suoi preliminari il giorno 23 febbraio 1767 nel pomeriggio, come prevedeva l’antico cerimoniale, e si protrasse per buona parte del giorno 24 febbraio. Qui di seguito le parti salienti del rito tratte dal pontificale romano dell’epoca.

I preliminari
Alla vigilia della consacrazione il clero della Chiesa e il vescovo consacrante si preparano col digiuno. Pure alla vigilia alcune Sante Reliquie, che in mancanza di un intero corpo di martire, possono essere anche di piccole proporzioni, vengono poste in un cofanetto, con tre grani di incenso, a titolo d’onore, o una pergamena commemorativa. Tali reliquie vengono esposte alla pubblica venerazione in una cappella o tenda fuori dal tempio, ed il cero vi officia davanti. La notte passata in preghiera davanti alle Reliquie ricorda le antichissime vigilie colle quali i fedeli si preparavano a celebrare le maggiori solennità. Visitando tali reliquie si acquista un anno d’indulgenza.

Inizio della cerimonia
La Chiesa da consacrarsi è vuota di ogni suppellettile, gli altari sono spogli di ogni ornamento, gli acquasantieri sono asciutti; tutto a significare il triste stato del mondo prima della venuta di Gesù Cristo. Sulle pareti della Chiesa sono disposte tutt’intorno dodici croci, tre in ciascuno dei punti cardinali; davanti ad esse è infisso un bracciale con una candela. Con l’accensione di queste candele comandata dal Vescovo, si inizia al mattino la consacrazione del tempio. Tutti i ministri escono dal tempio ne rimane a sorveglianza sono un diacono e si chiudono le porte. Il vescovo quindi si reca al padiglione delle reliquie recitando i salmi penitenziali senza le litanie e indossa i paramenti, piviale bianco e mitria.

Benedizione dell’acqua lustrale ed aspersione
Terminata le invocazioni il vescovo benedice l’acqua santa, si segna, segna il clero e il popolo e inizia ad aspergere le pareti esterne della Chiesa. Il giro è fatto tre volte a richiamare la triplice immersione. Per tre volte deve tornare dinanzi al portale e battere con il pastorale alla porta principale con le parole "Aprite, o principi, le vostre porte", ma solo alla terza volta il portale si aprirà.

Ingresso nella chiesa
Allora la porta si apre e il Vescovo col clero entra e dietro a loro di nuovo si richiude, il popolo infatti in questa fase del rito rimane fuori. Il presule procede fino al faldistorio, lì intona il Veni Creator e finito questo si continua con le litanie dei santi.

La Presa di possesso
Durante il canto un ministro dispone a terra due linee di cenere che si tagliano a croce di Sant’Andrea, tracciate antecedentemente. Il vescovo, terminate le litanie, impugna il pastorale e scrive su una delle strisce di cenere l’alfabeto greco e sull’altra quello latino. Il significato può rinviare alla riunione di tutti i popoli, diversi per lingua e costumi, nell’unità della Chiesa, o può rimandare alla presa di possesso e alla delimitazione del terreno che gli agrimensori romani compivano in antichità.

L’acqua gregoriana
Inizia ora la consacrazione della Chiesa e dell’altare. Il vescovo intona tre volte il Deus in adiutorium con voce sempre più acuta. Poi prepara la cosiddetta "acqua gregoriana", mista a sale, cenere e vino. L’acqua è simbolo dell’umanità di Cristo, il vino è segno della divinità, la cenere della morte e il sale è il simbolo della incorruttibilità dei corpi.
Poi il prelato traccia con la punta del pastorale una croce sull’architrave interna della porta ed una sulla soglia, quindi procede a consacrare l’altare purificandolo con l’acqua, lo asperge per sette volte, a richiamare il popolo ebraico che per sette volte girò attorno a Gerico. Mentre si procede in questa parte del rito viene cantato il Miserere e la sua antifona Aspergens me.
Dopo il settimo giro il presule procede alla aspersione delle pareti della chiesa da sinistra a destra e poi il pavimento a forma di croce, quindi tornato in centro alla chiesa asperge di nuovo ai quattro punti cardinali.

Traslazione delle reliquie
Terminato il canto del prefazio il vescovo si accosta all’altare, benedice la calce che chiuderà il sacello e quindi insieme al clero si dirige a prendere le reliquie processionalmente. I sacerdoti in pianeta le portano sulle braccia o se il cofanetto è piccolo il Vescovo le porta da solo.
Tornati alla porta della chiesa con il clero, il vescovo tiene una esortazione ai fedeli sull’importanza della venerazione e della custodia delle Sante Reliquie, quindi rientra nel tempio e a questo punti vi entra anche il popolo, e il coro festosamente intona l’antifona Ingredimini, Sancti Dei.
Il vescovo unge a modo di croce col Sacro Crisma ai quattro angoli il sepolcrino scavato sulla mensa dell’altare, poi vi depone le reliquie e le incensa, unge anche la porta interna della pietra che deve chiudere lo stesso sepolcro. Poi incensa l’altare in tutte le sue parti. Quindi la mensa viene unta dall’Olio dei catecumeni e dal Crisma e quindi incensata nuovamente.

Le dodici croci
Dall’altare il vescovo passa di nuovo alle pareti della Chiesa, e poiché le ha finora solo benedette, le consacra con il sacro Crisma le dodici croci simboleggianti i dodici Apostoli. Il presule incensa altresì tre volte ogni croce e mentre il coro intona il Lauda Jerusalem. Questa unzione è parte principale della consacrazione della Chiesa e per dimostrare ancora più l’intimo legame che unisce il tempio al suo altare, non si vogliono separare le loro unzioni, così all’Antifona Lapides pretiosi, si procede a ungere anche le pareti interne del tempio.

Il primo olocausto
Dopo l’unzione delle croci il Vescovo torna all’altare lo incensa e lo benedice. Il presule quindi benedetti venticinque grani di incenso, forma con essi cinque croci sulla mena dell’altare, ponendone una nel mezzo e le altre ai quattro angoli: vi colloca sopra sottili candele parimenti formate a croce e le accende perché ardano e si consumino insieme coll’incenso. Il numero e la forma di croce ricordano il Calvario e la sua Vittima colle cinque piaghe sanguinanti, il cui sacrificio sarà riprodotto così spesso sull’altare. Ardendo le croci e l’incenso, il vescovo presenta il primo olocausto a Dio sull’altare consacrato.

Ultimi riti
Con l’antifona Confirma hoc il vescovo compie l’ultima grande unzione dell’altare con il sacro Crisma, prima la parte anteriore e poi segnando una croce ai quattro angoli della mensa. Quindi i suddiaconi lavano bene con spugne e poi asciugano la mensa e il vescovo si lava le mani, prima stropicciandosi le dita con della mollica di pane. Al termine si benedicono i vasi sacri, le tovaglie e tutte le suppellettili in uso nella chiesa. A questo punto si orna l’altare, si accendo tutte le candele e il vescovo lo incensa e, come prescritto nelle rubriche, se è ancora in forze può celebrare il primo sacrificio eucaristico solenne altrimenti sarà un altro presule o sacerdote a officiare.

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