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Grande Guerra: il difficile rientro dei preti internati

Furono quasi sessanta i sacerdoti dell’Arcidiocesi di Gorizia arrestati dal governo italiano, strappati al luogo del loro ministero e internati in varie località della penisola subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Terminato il conflitto, venne impedito a molti  di loro di ritornare alle loro parrocchie, privandoli di ogni sostegno economico derivante

Parole chiave: internamento (1), sacerdote (11), Prima Guerra Mondiale (91)
Grande Guerra: il difficile rientro dei preti internati

Il giornale "La Gazzetta del Popolo della Domenica" di Torino pubblicava il 15 agosto 1915 una foto scattata nei primissimi giorni dall’entrata in guerra dell’Italia. Raffigurava un sacerdote e un soldato di guardia con il fucile. La didascalia sottostante diceva: "Un prete sospetto di spionaggio vigilato da una sentinella italiana nell’ora della passeggiata".
La stessa foto venne pubblicata il 2 settembre dello stesso anno sul settimanale illustrato "Das interessante Blatt" di Vienna con una diversa didascalia: "Nel territorio da noi evacuato e dagli italiani redento, un parroco condannato a morte per i suoi sentimenti austrofili attende la fucilazione, martire della sua patria". La foto ritraeva il parroco e decano di Visco in Arcidiocesi di Gorizia (allora in territorio austriaco ), don Mesrob Iustulin arrestato già all’alba del 24 maggio dai soldati italiani e incarcerato a Palmanova.
Don Iustulin fu uno dei quasi sessanta sacerdoti dell’Arcidiocesi di Gorizia arrestati dal governo italiano, strappati al luogo del loro ministero e internati in varie località italiane.

Arresti e internamenti
Gli arresti, le detenzioni e gli internamenti di sacerdoti e civili nei paesi occupati dalle truppe italiane ebbero inizio già lo stesso 24 maggio 1915 per proseguire nelle settimane successive. Le motivazioni erano talora assurde e cervellotiche (spie dell’Impero Austroungarico, detentori di armi nascoste nelle cripte sepolcrali delle chiese e di telefoni militari nei tabernacoli, segnalatori dei movimenti dell’esercito italiano con i rintocchi delle campane...) oppure genericamente accusati di essere "faiduttiani", cioè "austriacanti".
Nella sua biografia dell’arcivescovo di Udine mons. Anastasio Rossi ("La figura di un grande Arcivescovo", Udine 1951), P. Marghret così descrive quelle prime settimane di guerra:
"Qualsiasi sospetto di spionaggio, di disfattismo, qualsiasi propagazione, anche solo per leggerezza, di notizie relative alle operazioni militari, qualsiasi resistenza agli ordini dell’autorità venivano repressi senza misericordia: internamenti, incarcerazioni, condanne si rinnovavano di continuo. Spesso i provvedimenti venivano presi senza regolari processi, solo su indizi e denunce, né veniva dato in alcun modo agli internati di scolparsi, di difendersi".
Don Carlo Stacul, nato a Medea e parroco e decano di Gradisca d’Isonzo al suo arresto, fu fino al rimpatrio nel 1919 il rappresentante - definito più volte loro "angelo custode" - dei sacerdoti dell’Arcidiocesi di Gorizia internati in Italia, verso l’arcivescovo di Gorizia mons. Sedej e in seguito presso l’Ambasciata di Spagna a Roma e anche presso la Santa Sede.

La relazione di don Stacul
Di fronte alle menzogne sull’arresto e internamento dei sacerdoti goriziani don Stacul, a nome dei ventun sacerdoti internati a Cremona, il 26 giugno 1915 scrisse una relazione indirizzata a mons. Giovanni Cazzani, vescovo di quella diocesi:
"Eccellenza Reverendissima!
La squisita bontà addimostrata da Vostra Eccellenza verso di noi ci dà animo di indirizzarLe queste righe, che hanno il compito di esporLe la verità intorno alla nostra cattura e prigionia.
Dai giornali abbiamo appreso che Ella ha riferito al Santo Padre il nostro arresto ed internamento dei quali fa menzione l’intervista del redattore della "Libertè", riportata da diversi giornali italiani. Sappiamo pure che le espressioni di Sua Santità presso taluni suscitarono malumore e critiche. Ci sta a cuore di mettere in chiaro e fuori di ogni dubbio i fatti che riguardano noi quali prigionieri ed ostaggi. Il "Corriere della Sera" del 24 coir, riportando alcuni brani relativi del "Giornale d’Italia", pubblica a pag.2, colonna 6, rigo 35 e seguenti: "(Il Papa) Avrebbe inoltre deplorato alcuni atti compiuti dalla nostra autorità militare, secondo un’informazione del vescovo di Cremona. Il Papa ... giudicherebbe un atto del nostro Governo sulla fede del vescovo di Cremona: e l’atto sarebbe l’arresto, il semplice arresto di alcuni preti austriaci oltre il confine!".
Lo stesso giornale continua a riportare sulla medesima fonte, a pag.3, colonna 4, rigo 131 e seguenti: "In una decina di parrocchie si scoprirono dinamite, delle armi, degli apparecchi di segnalazione e degli strumenti vari di distruzione, che evidentemente non erano per nulla nelle cantine delle canoniche. Qualche prete si provò anche, col favore della notte, a traversare le nostre linee per passare a quelle del nemico e fu trovato possessore di documenti riguardanti la nostra situazione militare... Arresti non ve ne furono se non in casi patenti e provati di tradimento, che avrebbero meritato la fucilazione".
Il "Corriere" del 26 ribatte le stesse accuse, stralciando dalla "Idea Nazionale" le parole che questi preti furono sorpresi "in atto di flagrante tradimento".
Ora, di fronte a queste asserzioni noi dichiariamo in omaggio alla verità quanto segue.
L’arresto nostro non è stato un semplice arresto, ma un arresto rigoroso, dacché diversi di noi furono ammanettati come i vili malfattori, scortati dai carabinieri e soldati colla baionetta inastata e trattenuti per diversi giorni nelle carceri mandamentali e cellulari. In merito qualcuno può raccontare di essere stato percosso, sputacchiato, malmenato, insultato e minacciato di morte in tale circostanza. Non in una delle nostre parrocchie e curazie si scoprirono dinamite, armi, apparecchi di segnalazione, strumenti di distruzione. Nessuno di noi si provò di oltrepassare il fronte, né detenne documenti riguardanti la posizione militare italiana. Ci troviamo qui non in quindici o diciotto, ma in ventuno, senza contare altri sacerdoti che sono internati altrove. Così proviamo il più acerbo dolore di sapere che il nostro caro Friuli è in gran parte privato di sacerdoti e che migliaia e migliaia di buoni cattolici devono vivere e morire senza gli aiuti e i conforti religiosi più necessari per la salvezza delle anime.
Al contrario di quanto fu detto e scritto, che noi avessimo aizzato le nostre popolazioni contro l’Italia e il suo esercito, affermiamo anzi che dall’Altare abbiamo impartito avvisi ed ammonizioni, perchè tutti si mantenessero calmi, rispettosi, ubbidienti verso l’esercito e le autorità, seriamente proibendo ad ognuno di commettere qualsiasi atto ostile, perchè avrebbe avuto per conseguenza sinistra e fatale ripercussione su tutto il paese, come avvenne in Belgio. Per cui noi tutti ci proclamiamo davanti a Dio ed alla giustizia umana innocenti di tradimento e di qualsiasi delitto contro l’Italia.
Ma un motivo del nostro arresto ci deve pur essere. Possiamo con fondamento supporre che dei nemici personali e di partito ci abbiano denunziato quali spie del governo austriaco. Però noi protestiamo con sdegno di non aver mai fatto questo infame mestiere.
Dalle espressioni di qualche ufficiale italiano ci pare di intravvedere, che noi siamo stati arrestati per misura precauzionale, giudicando essere noi forse d’impedimento e danno alle imprese guerresche italiane causa l’aderenza e fedeltà nostra al governo austriaco. Contro di ciò noi osserviamo, primo, che i nostri sentimenti austriaci si contenevano nei limiti dell’onestà e del dovere. Il ministero sacro e la coscienza ci imponevano di rispettare ed ubbidire un governo legittimo riconosciuto da tutti gli stati del mondo, non esclusa l’Italia, la quale anzi fino a ieri aveva conchiuso con esso un patto di alleanza. Secondo, affermiamo con piena certezza, che noi lasciati nei nostri posti, non avremmo commessa un’azione indegna né macchiato il nostro onore con congiure, ostilità, opposizioni, danneggiamenti contro l’Italia. Prova ne sia, che abbiamo accolto gli ufficiali e i soldati italiani al loro arrivo nelle nostra canoniche con gentilezza e ospitalità.
Se discendiamo poi nel campo nazionale, noi proclamiamo altamente di esserci sempre gloriati di appartenere alla nazione italiana, per l’onore e la difesa della quale abbiamo serenamente sofferto avversioni e danni.
Infine esponiamo il modo col quale siamo stati catturati. V’è chi asserisce, che l’autorità militare già da tempo teneva in mano una lista coi nomi di tutti i sacerdoti che dovevano essere arrestati. Siamo stati presi all’improvviso, senza darci il tempo di prendere il breviario, della biancheria, del denaro. Siamo stati arrestati sotto vaghi pretesti, alcuni colla lusinga di essere presentati alle autorità militari e poi di essere tosto rimandati. Non siamo stati sottoposti ad un interrogatorio regolare, non siamo stati esaminati, escussi, lasciati difendere né sul posto, né a Udine, nè qui a Cremona, benché l’avessimo chiesto con insistenza.
Ciò che abbiamo qui riferito, corrisponde alla pura verità, che confermiamo colla nostra sottoscrizione.
Perdoni, Eccellenza Reverendissima, l’incomodo recatoLe con questo scritto, che ha carattere confidenziale e che affidiamo alla Sua più riservata discrezione. Continui, La preghiamo tanto, ad avere verso di noi affetto paterno tanto a noi caro e prezioso, del quale serberemo perenne gratissimo ricordo e ci benedica dal profondo del cuore.
Di Vostra Eccellenza dev.mi servitori".
 Seguono le firme dei ventun sacerdoti.
I sacerdoti internati, con il loro comportamento e il loro zelo si fecero stimare dai vescovi che li ospitavano.
Dalla lettera dei ventun sacerdoti ospitati a Cremona possiamo conoscere la vicinanza del vescovo Giovanni Cazzani. Di loro l’arcivescovo di Lucca, mons. Arturo Marchi diceva :"Di questi preti "cospiratori" ne vorrei avere molti nella mia diocesi".

La fine della guerra
Il termine della guerra, il 4 novembre 1918 non rappresentò per i sacerdoti goriziani la fine del loro internamento. Alcuni non tornarono perchè morirono là dove erano stati internati come don Francesco Marinic parroco di Quisca che morì il 22 settembre 1915, don Giovanni Mondini parroco di Chiopris che morì il 27 ottobre dello stesso anno. Don Mondini era, con i suoi settantacinque anni di età e già malato di carcinoma, il prete internato più anziano.
Non ritornarono don Pietro Muzzolini parroco a Scodovacca morto a Firenze il 20 marzo 1918 e don Antonio Rigotti morto il 14 luglio dello stesso anno nell’isola di Lipari.
Il primo sacerdote goriziano a ritornare fu don Francesco Spessot il 2 febbraio 1919. Don Carlo Stacul rientrò a Gradisca d’Isonzo il 10 aprile.
Gli ultimi rientrarono nella arcidiocesi alla fine dello stesso anno.
La fine della guerra non segnò la fine delle tribolazioni di questi sacerdoti e delle persecuzioni di cui furono oggetto.
Ci si accanì contro di loro anche dopo la vittoria impedendo a molti, al loro ritorno, di ritornare ai luoghi di ministero da cui erano stati allontanati con la forza. I mesi di prigionia e gli anni di umiliante controllo poliziesco non furono ritenuti sufficienti ad espiare le immaginarie colpe dei preti internati.
Nel marzo 1919 il Segretariato Generale per gli Affari Civili del Comando Supremo emana due circolari che contengono disposizioni gravemente lesive dei diritti dei sacerdoti ex internati. La prima dell’11 marzo 1919 (n. 220/26) aveva per oggetto le "rendite e i benefìci ecclesiastici nei territori occupati"; la seconda del 12 marzo dello stesso anno (n. 0312/21) riguardava la "rimozione e sostituzione di sacerdoti aventi cura d’anime con sede nel territorio occupato dal Regio Esercito". In sostanza molti sacerdoti ex internati furono rimossi dal loro ufficio e privati di ogni sostegno economico derivante.
Nell’azione ostile contro questi preti si distinse per l’accanimento il commissario civile del distretto di Monfalcone, Ales. Meno di un terzo dei sacerdoti ex internati poterono ritornare ai loro luoghi di ministero.
Tutto questo avvenne nonostante il sensibile appello di una lettera del Vescovo di Campo (l’Ordinario Militare) mons. Bartolomasi.
L’arcivescovo di Gorizia mons. Sedej, negli anni 1919 e 1920 dovette procedere a un vasto spostamento del clero in tutte le zone occupate nei primi mesi di guerra per non lasciare la popolazione priva della cura pastorale.
Nel 1969, cinquantesimo del rientro dei sacerdoti internati, in prefazione alla pubblicazione di Camillo Medeot "Storie di preti isontini internati nel 1915", l’arcivescovo di Gorizia mons. Pietro Cocolin così scrisse:
"Ciò che più interessa in questa pubblicazione e che merita rilievo, sono le qualità morali che i nostri preti seppero dimostrare in quelle tristi circostanze. Anzitutto la fedeltà alla disposizione del vescovo, restando con il loro popolo nei paesi ormai occupati oppure seguendo gli abitanti dei paesi troppo insidiati. Con fermezza dimostrarono di essere disposti a tutto, alla diffidenza, all’esilio, alla impossibilità di difendersi e alla durezza della prigionia, alla miseria ed alla fame. Alla fermezza dimostrata seppero unire l’umiltà e la pazienza nel dolore, nel sacrificio e nelle sofferenze.
Mi augurerei quindi che la presente pubblicazione fosse riconosciuta da tutti come un atto doveroso di riconoscimento delle virtù di quei nostri fratelli sacerdoti (...) così altre pagine di storia allora potranno essere scritte per esaltare la concordia fraterna, la libertà, la giustizia e la pace fra le genti che pur parlando lingue diverse formano un solo popolo e una sola famiglia".

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