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Don Cesco, don Ennio, don Luigi: la "Piazzutta" degli anni ’50...

La Gorizia del Secondo dopoguerra / 1 - "Per mettere in pratica gl’insegnamenti del Vangelo, da giovani pensammo che dovevamo innanzi tutto avvicinare i giovani"

Cari lettori,
vi racconto come è andata la mia permanenza goriziana nella parrocchia di Piazzutta, tra il 1946 e il 1950.
Tutto iniziò quando a scuola il mio compagno di banco, ormai diventato amico, m’invitò ad una riunione in parrocchia, tenuta da un seminarista che si occupava dei giovani. Accettai l’invito ed ebbi modo, dopo aver ascoltato le parole dell’oratore, di parlare con chi ci aveva intrattenuto.
Si trattava di don Cesco Plet, che m’invitò ad aderire all’associazione giovanile della quale si occupava e della quale Bruno Calderini, il compagno di scuola, era presidente. Lì per lì non mi pronunciai, avrei voluto mantenermi sulle mie senza prendere impegni, poi invece ci ripensai e, anche per assecondare l’amico che mi pareva dispiaciuto del mio atteggiamento, promisi che mi sarei rifatto vedere. Tornai e mi associai al gruppo dei giovani di AC di Piazzutta, che per la verità non era molto numeroso, arrivava con me ad una decina di persone.
Ci ritrovammo con il futuro sacerdote che si occupava di noi, assieme decidemmo come procedere e che cosa fare. Del resto, ci eravamo accorti che il da fare non mancava, se volevamo impegnarci il campo del quale occuparci appariva ampio. A incominciare da noi stessi che non potevamo venire seguiti molto e con regolarità da don Cesco, nemmeno con l’aiuto di un secondo seminarista suo amico, disposto a darci una mano, don Ennio Tuni.
Come prima cosa perciò decidemmo che ci saremmo almeno in parte curati da soli, i libri non mancavano, li potevamo leggere e studiare insieme. Qualche meditazione potevamo prepararcela da soli e poi presentarla agli amici, tra l’altro avremmo così anche potuto imparare a esporre il nostro pensiero. Uno alla volta ci sottoponemmo alla prova e fu l’inizio di un importante apprendimento e di una crescita interiore. In chiesa a pregare ci potevamo andare da soli e ci andavamo spesso, bastava varcare una delle porte della nostra sede.
Alla domenica eravamo presenti alla Messa dei ragazzi, personalmente li aiutavo a seguire i vari momenti della celebrazione, cercando di far comprendere loro il senso di ciò a cui stavano assistendo. I più piccoli mi seguivano abbastanza, mentre i più grandi, sistemati appena dietro la schiera dei ragazzini, davano testimonianza della propria devozione e guidavano, ad alta voce, le preghiere e i canti collettivi. Dopo il rito si aprivano invece le porte della sala-giochi e iniziavano i tornei domenicali, fatti apposta per ogni categoria giovanile che la frequentava.
Col tempo, un po’ alla volta, la nostra piccola compagnia di associati alla Giac incominciò a funzionare, tra momenti formativi e spazio ricreativo, quest’ultimo offerto a tutti, in un modo che in corso d’opera si andava perfezionando. Il gruppo, per forza di cose, doveva procedere per lo più in modo autonomo, senza la guida di nessun adulto, né laico né ecclesiastico, i nostri giovani assistenti potevano venire a seguirci solo qualche volta.
A loro esponevamo il lavoro svolto, con loro lo si discuteva, si programmava l’attività futura.
Sentivamo comunque la mancanza di un vero e proprio sacerdote, che ci accudisse a un più alto livello e si occupasse in modo più completo delle nostre esigenze spirituali. E’ vero che esisteva il parroco, certo disponibile anche lui nei nostri riguardi, ma da noi ritenuto troppo anziano e lontano dalle nostre esigenze giovanili. Tra l’altro, lo vedevamo a volte inquieto a causa della nostra rumorosa e a suo parere disordinata esuberanza.
Ma venne finalmente trovato anche il sacerdote adatto a noi, giovane ed aggiornatissimo, che oltre tutto conosceva l’ambiente, perché parrocchiano di Piazzutta, era don Luigi Marcuzzi, colui che poi divenne l’amatissimo don Gigi!
Lo potevamo anche facilmente reperire, faceva infatti capo al Seminario, non molto lontano dalla nostra sede.
Con lui iniziammo un fitto dialogo, ponendogli diversi problemi e chiedendo qualche chiarimento, ma il tema che s’impose nei nostri discorsi fu quello della figura e della personalità di Gesù Cristo. Volevamo conoscere non solo la storia e la vita di Nostro Signore, ma anche che fondamento avesse e quanto contasse ciò che si raccontava di lui nei Vangeli. Il don ci fece da maestro, c’indicò come fare, ci consigliò il testo dove trovare le risposte alle nostre domande. Si trattava del volume che allora andava per la maggiore sulla vita di Gesù, "La vita di Gesù Cristo" di G. Ricciotti. Era un libro tosto e poderoso, che un po’ alla volta, passo passo, ci condusse alla scoperta di tutti gli aspetti che volevamo conoscere della realtà del Signore. Ci fornì i dati storici, criticamente fondati, della sua figura, svelandoci in pieno la grandiosità della sua persona, la profondità del suo messaggio: si apersero davanti a noi i tratti di una vita straordinaria ed affascinante. Alla fine le nostre convinzioni di credenti in lui risultarono non solo più salde e fondate, ma anche capaci di fornirci una carica interiore di forte intensità. Incominciammo a pensare con più convinzione ed in profondità a che cosa potevamo fare per mettere in pratica gl’insegnamenti del Vangelo.
Da giovani pensammo che dovevamo innanzi tutto avvicinare i giovani, a incominciare da quelli della parrocchia. Cercammo di conoscerli e contattarli, proponendo le nostre iniziative che intanto avevamo elaborato. Qualcuno ci avvicinò e volle stare con noi, altri si accontentarono di partecipare a ciò che proponevamo.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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