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Dicembre 1915: il secondo Natale di guerra nelle cronache delle Orsoline

"Si vive come in un piccolo paradiso nonostante il rombo dei cannoni, il cadere delle granate e lo scoppiare delle bombe". La guerra vissuta in una Gorizia assediata dalla truppe italiane, sotto i bombardamenti e le distruzioni, nelle pagine delle cronache del convento della Madri Orsoline

Parole chiave: Madri Orsoline (6), Prima Guerra Mondiale (91)
Dicembre  1915: il secondo  Natale di guerra nelle cronache delle Orsoline

Le cronache delle Orsoline sono uno strumento fondamentale di conoscenza diretta degli avvenimenti che colpirono Gorizia durante i secoli e in particolare durante il primo conflitto mondiale. Nel mio precedente intervento agostano sulle colonne di "Voce Isontina" ho proposto alcune pagine estive delle cronache del 1915, ora si presentano alcune pagine autunnali che dimostrano la sempre maggiore violenza degli attacchi italiani per la conquista di Gorizia.
Nel mese di settembre la guerra continuava a produrre morte e distruzione; il 27 settembre si legge nelle cronache: "Continuano le granate a cadere in città, facendo nuove rovine. Alcune di esse caddero pure presso l’edifizio del "Monte di pietà", ove si trova una piccola statua della Vergine Addolorata. Una granata strappò alla medesima un braccio, e il velo che le copriva il capo, le si abbassò sulla faccia, quasi volesse coprire la mestizia dipintavi per le disgrazie avvenute. Ciò commosse tutti gli astanti. - Ogni qual volta che le granate nemiche volano per l’aria, la buona M. Priora si porta colle sue amate figlie nella piccola cucina presso il refettorio e là tutte recitano la coroncina "irresistibile" coll’aggiunta di altre preghiere. Si vive come in un piccolo paradiso nonostante il rombo dei cannoni, il cadere delle granate e lo scoppiare delle bombe. La Rev.da M. Priora non può pero nascondere un interno cruccio che sente per l’assenza di tante sue figliuole, benché sappia che si trovino molto bene nei Conventi che a braccia aperte furono accolte dalle buone Madri e Suore. - A ciascuno dei Conventi di Lubiana e di Bischoflack furono spediti 50 quintali di patate, più 5 ettolitri e ½ di vino. I Conventi di Tjrnau, Pressburg e Linz non accettarono ricompensa di sorta, rifiutando con gentili maniere anche un’offerta in denaro".
Dopo alcune settimane di permanenza continuativa a Gorizia, Madre Cecilia decise di partire alla volta dei conventi, sparsi in Europa, dove trovarono rifugio le altre consorelle goriziane. Così il 7 ottobre partì per i conventi di Lubiana, Bischoflack, Linz, Pressburg [Bratislava] e Tjrnau in Ungheria. Durante questo viaggio la Superiora assistette alle professioni solenni di diverse monache nonché poté rilevare come gli altri conventi avevano in considerazione le sorelle goriziane.
Ottobre
8 ottobre Grandi combattimenti presso l’altipiano di Doberdò. Rombi di cannoni per tutto il giorno.
9 ottobre Gl’Italiani, sul fronte dell’Isonzo, sparano erroneamente sui propri soldati. Uno Schrappnel traforò il muro della saletta e cadde nel cortile senza esplosione. Manifattura inglese.
10 ottobre Continuarono le visite delle granate alla povera città. Le aiuole di [...] del nostro orto si ebbero pure delle saette degli aereoplani francesi. La buona M. Valeria occupata là, fu presa di mira; ma il suo Angelo Custode la guardò bene durante quest’attacco nemico, sicché non le fu torto un capello. Intanto s’arricchì la nostra raccolta d’arme da guerra.
11 e 12 ottobre Far bucato e pulizia per la casa ove fecero visita le granate fu il nostro lavoro di quest’oggi. Continui combattimenti sul "Calvario". L’Ospedale della Croce Rossa fu colpita durante lo spazio di un’ora da sei Granate e Schrapnell. Noi temevamo assai per la nostra Casa. Per due ore intere stavamo nascoste nelle cantine.
13 ottobre Il celebre Santuario di Maria Luschari fu bombardato e bruciato dagl’Italiani. - Da noi esplose nell’aria un pezzo di schrapnell, di cui una parte cadde dinnanzi alla buona Sorella Barbara, ma non le fece danno alcuno.
14 ottobre 2000 cadaveri degl’Italiani giacciono a pié dell’altipiano di Doberdò e non possono venir seppelliti. Un testimonio di vista ci raccontò alcunché della terribile battaglia che si svolse colà. Non si può descrivere a parole la devastazione che fecero le nostre granate del più grosso calibro negli eserciti di cavalleria ed infanteria. Per l’esplosione delle granate che fecero stragi orribili, volavano per l’aria teste, braccia così degli uomini come dei cavalli. Tutto fu sbranato e poi bruciato mediante il gas. Non vi restò quindi che un ammasso informe di corpi abbruciati e puzzolenti. Così ebbe fine la I.a tragica battaglia dell’Isonzo.
15 ottobre I contorni di Gorizia sono ancora in possesso dei nostri. Il bosco al di sopra di Podgora, il "Calvario" è distrutto dal fuoco delle granate. Dacché gl’Italiani non possono redimere Gorizia, la visitano intanto coll’attività della loro artiglieria nemica. Per le contrade "Morelli" e "dei Signori" ci pervengono giornalmente e granate e schrapnell. Più di 20 grandi buchi sono stati scavati dalle medesime nell’orto; in tutta la città non c’è casa che non ne porti dei segni. Alle 4 pom. cominciarono di nuovo i combattimenti e durarono per tutta la notte.
16 ottobre La città fu bombardata dalle 10 1/2 fino alle 12 1/2. Quante rovine anche questoggi! Tutte siamo corse nelle cantine. M. Arcangela custodiva la portineria. - Ripetizione del bombardamento dalle 4 1/2 fino alle 7 pom. - Il nostro amatissimo Arcivescovo Dr. Sedej amministra tutto solo la parrocchia di Ravne presso Circhina. Egli tiene prediche, legge la messa, ascolta le confessioni, porta il Ss. Viatico agl’infermi nelle capanne più distanti dalla parrocchia, davvero come l’ultimo pretino della campagna.
17 ottobre Gl’Italiani continuarono i loro attacchi. In città c’è riposo. Noi possiamo quindi lavorare nell’orto. La raccolta delle frutta fu abbondante. Le pere furono vendute a 60 - 90 h per chilo. Dalle mele fu fatto vino. Anche la vendemmia fu abbondante. Ne sia ringraziato il buon Dio! La vendemmia era soltanto del nostro orto. Le altre vigne nostre, del circondario della città, furono visitate dai nostri bravi soldati, e là fu vendemmiato a modo loro e per le nostre cantine non ne ricevemmo una goccia. Tuttavia noi concediamo ben di cuore i bei grappoli d’uva ai nostri bravi difensori della patria.
18 ottobre Aereoplani nemici gettarono dei viglietti dall’alto annunziandoci il loro ingresso nella città di Gorizia. La preparazione d’artiglieria per la II.da offensiva dell’Isonzo era terribile. Il fuoco nemico cominciò di buon mattino e crebbe sempre più. Per cinque giorni tremava la terra sotto i nostri piedi. Nell’aria s’incrocciavano [sic!] le nostre granate con quelle dei nemici e sopra di esse s’incontravano gli aviatori austriaci cogl’italiani.
19 ottobre Gorizia viene un’altra volta bombardata. […] Noi possiamo vedere le terribili bocche di fuoco dei cannoni nemici poste sulle alture di S. Floriano ed Oslavia, e poi i nostri sul Calvario e sul monte Sabotino. Per l’aria si vedono dei schrapnell che scoppiano e si risolvono fra i vapori bianchi in un fumo rosso-oscuro. Di tempo in tempo si ode il fracasso terribile delle granate del più grosso calibro che ci fa tremare da capo a pié e battere il cuore di paura.
Il 20 ottobre si annota che: "Il Generale francese Joffre venne al fronte italiano con alcuni ufficiali dello stato maggiore, i quali dovettero insegnare ai nostri nemici la tattica offensiva dei francesi. Ove il terreno lo permetteva, da Rovereto fino Doberdò, gl’italiani cominciarono la loro offensiva coi cannoni di ogni calibro istruiti dagli ufficiali francesi, da cui s’ebbero nuovi concetti tecnici. I nostri non poterono immaginarsi che dopo il fuoco concentrico con quello che l’accompagnava nelle due prime battaglie dell’Isonzo, possan esservi ancor maggiori gli orrori di questa guerra. Ma quando toccò loro a stare per ben 50 ore prima di giorno e poi di notte e poi del giorno seguente come in una caldaia infernale piena di fracasso e di lingue di fuoco, da cui uscivano pezzi di ferro, di corpi umani sbranati, di trincee schiantate ecc. allora non ne potevano più. Noi che fummo testimoni della retroscena di quest’inferno dantesco, ci domandavamo come era possibile che vivessero ancora degli esseri umani dinnanzi ad un tale assalto, come avessero ancora coraggio d’andare incontro al nemico per dargli la morte? - e l’assalto si rinnova. Nubi di velenosi gas s’innalzano, ove cadono scoppiando le bombe italiane. Gli Austriaci, già storditi, vedo[no] i nemici che in fitte colonne vengono loro incontro. Essi colle mitragliatrici, e colle granate a mano seminano la morte nel campo dell’avversario. La nostra brava infanteria combatte corpo a corpo col nemico che soccombe o deve retrocedere. La notte seguente i nostri, rinforzati dalle riserve, combatterono coraggiosamente e respinsero gl’italiani".
Nei mesi autunnali le notizie inerenti la vita interna del convento divengono sempre più scarne. Le consorelle si riunivano quasi solamente nelle cantine per contemplare il Santissimo Sacramento o assistere a qualche messa; questo luogo sicuro era stato battezzato le "Catacombe Ceciliane" in onore della Madre Priora Cecilia Sablich che tanto aveva fatto per la salvezza delle consorelle e del convento.
24 ottobre Grande attacco a Salcano. Gl’Italiani passarono in due luoghi l’Isonzo; ma poi furono ricacciati e la maggior parte fatti prigionieri.
25 ottobre La chiesa di St. Ignazio e quella del Duomo furono colpite dalle granate nemiche. Così pure la chiesa dei R.R P.P Francescani sulla Castanievizza.
26 e 27 ottobre Attacchi e contrattacchi ebbero luogo sulle alture di Doberdò e S. Lucia. Gl’Italiani, con perdite rilevanti furono respinti […].
30 ottobre La terribile III.a offensiva dell’Isonzo non è ancor finita; gl’Italiani proseguono i loro attacchi conducendo nuove truppe nella mischia sanguinosa. Gli Austriaci restano vincitori della battaglia che dura già da 15 giorni.
Novembre
La situazione precipitò verso la fine del mese di novembre. Il commissario di Governo barone Winkler comunicò alla superiora che il giorno 25 novembre Gorizia sarebbe stata colpita sistematicamente e pertanto tutte dovevano lasciare il convento. Il monastero venne lasciato in custodia ad alcuni laici "Il pio Sig. Cav. de Doliac che assieme alle sue due sorelle abita da noi, fa da ministrante a tutte le messe, ma con divozione tale che edifica tutti".
24 e 25 novembre Alcune granate caddero nell’orto e parecchi schrapnell sul fabbricato della scuola tedesca ove danneggiarono l’Educandato e Nazareth. Altre granate caddero, più volte di seguito, presso la cucina, sicché le povere Sorelle cuoche, tutte spaventate, abbandonando i [sic!] loro lavoro correvano via. Erano giornate terribili! Le granate volavano per l’aria come demoni incarnati, diretti a preferenza verso le chiese ed i conventi. La R. M. Priora fece il proposito di non abbandonare il Convento fino a tanto che non vedesse esser ciò espressa volontà di Dio. Essa desiderava di rimanere colle sue figliuole, 9 di numero, quale guardia d’onore presso il piccolo Tabernacolo delle catacombe ceciliane. - Ma che? Alle 8 di sera venne al Convento il Sig. Commissario Bar. Winkler, desiderando di parlare colla R. M. Priora. Egli le disse in confidenza che nel domani secondo le istruzioni avute, Gorizia verrebbe bombardata sistematicamente, sicché nessuna dovrebbe uscire dalle cantine. Inteso ciò e riflettendo in quale pericolo si sarebbero trovate tutte, la R. M. Priora decise ancora nella sera medesima, di abbandonare tosto il Convento e mettere in salvo sé e le sue figliuole. Conforme il consiglio del Sig. Bar. Winkler e Sig. fattore fu deciso di portarsi a S. Pietro. Le buone sorelle Ottilia e Giovanna vollero restare a casa per amor di Dio e custodirla. La R. M. Priora raccomandò il Convento e specialmente le Catacombe col Santissimo al pio Sig. cav. de Doliac e alle di lui sorelle ben conoscendo la loro devozione a Gesù Sacrementato [sic!]. Alle 9 1/2 tutte si misero in assetto per la partenza. Il Sig. fattore fu il loro visibile Angelo Custode.
A questo punto le cronache vengono narrate in prima persona dalla superiora Cecilia Sablich. "Passata la soglia del Convento, ci unimmo in ispirito alla Sacra Famiglia nella sua fuga in Egitto e con questo dolce pensiero, con batticuore, traversammo le contrade della città, affrettando il passo quando udimmo il fischio di qualche granata che volava per l’aria. Era chiaro ancor tanto da poter vedere la distruzione e la rovina di molte case. Alle 10 1/2 arrivammo a S. Pietro ove per strade piene di fango e lordure arrivammo a una piccola casa di contadini ove per una scala posta al di fuori potemmo entrare all’interno della medesima. M. Valeria Makuz vi ascese per la prima e avvicinandosi alla finestra grido: "Clementina, Clementina, non aver paura, sono io, Valeria". Dopo alcuni minuti, eccoci Clementina che ci fè passare nella loro camera, ove sul letto in mezzo ad altri due riposava la vecchia madre, in un altro due bambini e nel terzo la Clementina, la quale con ogni premura cambiò le lenzuola del suo letto e m’invitò al riposo. Ringraziando non accettai il gentile invito. Essa ci condusse nella cucina a pian terreno, accese il focolaio e ci offrì del vino per ristoro, e poi a ciascuna di noi una grande scodella di caffè che gradimmo con molti ringraziamenti. Poi fu chiamato il fratello di M. Valeria, il buon Toncili, chiamato "il frate" che si congratulò con sua sorella e con noi altre di vederci in casa sua. Noi eravamo in 8. M. Valeria, M. Arcangela, le Sorelle Felice, Lidwina, Maria, Notburga, Alfonsa ed io. Noi non sapevamo ove andare; restare qui, in questa piccola casa non è possibile. Io pensai di mandare a Lubiana le sorelle Felice, Liduina, Maria e Notburga; così restando in poche, troveremmo più facilmente chi ci dia ricetto. - Dopo aver riposato un poco, la buona donna offrì a ciascuna di noi una scodella di latte e burro fresco per viatico. Il buon Toncili attaccò i buoi a un carro e alle 2 1/2 con questo equipaggio ci mettemmo in viaggio verso "Vol?ja Draga". Era una bellissima notte. Da lontano s’udì il rombo dei cannoni e di quando in quando anche il fischio di qualche granata. Noi povere profughe! Il sacrifizio fu unito a quello della Sacra famiglia nella sua fuga d’Egitto. Noi eravamo addolorate, ma tranquille. - Alle ore 4 di mattina arrivammo a V. Draga e da qui andammo a piedi al comando militare per avere i necessari passaporti. 4 sorelle presero la legittimazione per Lubiana ed io, M. Arcangela, M. Valeria e Sor. Alfonsa e Sig. fattore per Tomaj ove c’è l’Istituto delle Suore Scolastiche. Io mi decisi di andare dalle medesime colle quali teniamo sempre amicizia, dacché molte di loro erano già ospiti nel nostro Convento, quando dovettero andar a Gorizia per gli esami. E poi rimanendo qui, ero più vicina a Gorizia, ove ritorneremmo non appena vi ci fosse più pace riguardo il bombardamento. Fino a Dutovlje viaggiammo tutte assieme; ma qui ci separammo piangendo. Dio solo sa quando ci rivedremo. Tutto sia per Lui, che ha patito tanto per noi. A Dutovlje ci portammo da un cugino del Sig. fattore, ove ci fu offerta la colazione. In questa casa c’erano dei feriti. Un tenente, avvicinandosi a me, dimandò: "Sarebbero forse destinate le suore per i feriti?" La mia negativa gli dispiacque, dacché egli ha chiesto alle rispettive Autorità l’aiuto delle Suore per i feriti. Io gli domandai di procurarci una vettura che ci portasse a Tomaj; ed egli compiacente asai, esaudì la mia domanda. Alle 10 antim. eravamo a Tomaj. io raccontai alla Superiora Suor Beatrix il motivo della mia venuta da loro. Essa ci accolse con gentili maniere, compassionando le nostre sventure. Deo gratias! Qui tutto è silenzio e pace. Da lontano si ode bensì il rombo dei cannoni, ma ciò non impedisce che noi possiamo riposare bene in queste camere calde su soffici letti, dopo più notti perdute a metà per il continuo fracasso delle bombe e peri gli spaventi sofferti, allorquando eravamo nelle nostre "catacombe". Sovente il mio pensiero volava là, presso il piccolo altare col Santissimo. Ma io ero tranquilla, ché là c’erano dei zelanti adoratori di Gesù Eucaristia. A gloria di Dio fa d’uopo ch’io, riposando per alcun tempo, raccolga nuove forze di corpo e di spirito onde lavorare e patire ancora per amor del Signore e per la salute dei prossimi".
26 novembre Oggi mattina cadde una granata nell’abitazione del Sig. fattore, via Monache N.° 8. Egli ne era assente. Gente cattiva approfittò di questa disgrazia e gli rubò dei vestiti pel valore di 500 Cor. Il Rev. do Signor Vinko Tomagnin, che abitava pure nella medesima casa, al II.do piano, venne per fortuna sua, la sera innanzi da noi in cantina, ove pernottò. Se fosse restato a casa, sarebbe restato ucciso dalla granata! Quanti casi simili potremmo raccontare, accorsi al Sig. fattore alle nostre consorelle e a tanti nostri conoscenti, in cui [sic!], per miracolo, furono salvi dal pericolo di morte. Ne sia ringraziato il Signore!
Le cronache del 1915 si chiudono con i pochi appunti trascritti dalla madre cronista nel mese di dicembre.
La vigilia di Natale del 1915 ci fu il rientro di Madre Cecilia e di altre tre consorelle da Tomaj: "Eccoci ritornate da Tomaj. Grande fu l’allegrezza di tutte quelle anime buone che erano ricoverate nelle nostre cantine, quando ci rividero dopo un mese di assenza. Nelle vicinanze di Gorizia incontrammo dei prigionieri italiani. I prigionieri russi vengono impiegati a far strade nuove, ferrovie ecc.". Ma questo breve momento di gioia si spense immediatamente. Il giorno di Natale si celebrò nelle "catacombe ceciliane" e il giorno 26 dicembre Madre Cecilia venne portata dall’amministratore a visionare le devastazioni subite dal convento. La cronista conclude annotando gli edifici distrutti o danneggiati gravemente della città di Gorizia e null’altro si sa sugli ultimi giorni di quel 1915. La guerra però era ben lontana dal concludersi e tanto Gorizia quanto il convento avrebbero dovuto soffrire ancora moltissimo.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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