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Chi trova la via avrà la meta dentro di sè

Pubblicata l’edizione italiana del libro scritto nel 1982 da Nejc Zaplotnik, uno fra i più famosi alpinisti sloveni, travolto da una valanga sul Makalu

Parole chiave: Pot (6), Nejc Zaplotnik (1)
Chi trova la via avrà la meta dentro di sè

Pot, è il titolo dello stupendo libro scritto nel 1982 da Nejc Zaplotnik, grande alpinista sloveno travolto l’anno successivo da una valanga sul Makalu. Dopo quasi quaranta anni, il testo è accessibile anche al lettore italiano, con il titolo La Via, grazie alla splendida traduzione dello scrittore Dušan Jelin?i?, maestro nell’arte non solo di trasformare le parole, ma anche di adattarle al cuore e alla mente di un italiano appassionato alla lettura, al senso della vita e al racconto di montagna. Il consiglio, per chi può, è quello di leggere sia la versione originale in sloveno che quella in italiano, ognuna illumina l’altra permettendo di scoprire nuove suggestioni e nuovi particolari.
In realtà, è difficile definire "La Via" un racconto di montagna. Sì, la roccia delle Alpi Giulie o del Cervino, le lisce strapiombanti pareti della valle di Yosemite in America, la catena equatoriale del Kilimangiaro e i ghiacci eterni dell’Himalaja sono lo sfondo di un quadro che rappresenta nella sua essenza la Vita.
Zaplotnik non scrive in modo ordinato, ci porta nel cuore di una gelida notte su un minuscolo terrazzino affacciato sul vuoto e racconta i ricordi della quotidianità, la moglie amata, i bimbi che giocano felici e attendono il suo ritorno. Parla del suo lavoro, delle sue corse in automobile nei meandri della dolce regione slovena della Gorenjska e dal tran tran di una mal sopportata ordinarietà innalza lo sguardo verso le cime rocciose delle Alpi di Kamnik o ci conduce nel cuore delle più avventurose scalate del Karakorum.
Non si incontrano i classici racconti di imprese straordinarie, anche se non manca la descrizione di passaggi impegnativi o di interminabili percorsi scavati nella neve tra paura di slavine, fragore di seracchi che si schiantano in laghi congelati. La montagna è una parte del richiamo a un’esistenza che abbia un senso, alla ricerca di un’autenticità smarrita dalla civiltà occidentale. L’autore è un inquieto viandante, attratto da ciò che sembra impossibile e mai soddisfatto dal raggiungimento di qualsiasi obiettivo. Raccoglie un florilegio di vette e di nuovi itinerari da suscitare l’invidia di qualsiasi alpinista, ma preferisce dedicare più pagine ai volti dei compagni di scalata, soprattutto degli incredibili sherpa nepalesi.
Comunica con discrezione la gioia della conquista e descrive con maggiori particolari le proprie emozioni di fronte alla sobria dignità delle genti della montagna o ai volti dei bambini che soffrono a causa della malattia e della fame. Zaplotnik è sempre fuori posto, mentre vengono celebrati i suoi successi pensa soprattutto al padre che consola il figlio seduto su uno straccio in un corridoio di ospedale nepalese.  
La critica alla società capitalista si alterna all’ammirazione per chi vive nella Natura selvaggia, in mondi che lo scalatore non ha avuto il tempo di vedere totalmente contaminati dall’esplosione del turismo di massa verso l’Everest. L’amore per la propria terra, traboccante nei racconti delle scalate sui Monti della Val Trenta o sul Triglav da Vrata, emerge anche nei momenti di desolazione e tristezza. Il desiderio di infinito si scontra con le necessità di ogni giorno e nel rischio supremo torna prepotente la nostalgia di una casa accogliente.
E’ anche un inno all’amore e all’amicizia. Come su tutto ciò che è più intimo, Nejc sembra fin troppo delicato quando racconta la sua vita affettiva, anzi forse lo spiraglio dal quale è possibile comprenderla è soltanto la dolcissima dedica: "Al mio migliore amico in questo mondo, a mia moglie Mojca".
Dell’amicizia invece si parla molto, soprattutto di quella incrollabile che si costruisce quando si è vicini e si condivide il labile confine con il mondo del non-essere. In questo orizzonte c’è spazio per l’umorismo - quante risate in certi particolari che caratterizzano le giornate degli alpinisti - ma anche per lo sguardo serio e sereno sulla morte, quando questa arriva all’improvviso, a causa del gelo, di un chiodo staccato dalla roccia o di una scivolata inarrestabile verso l’abisso. Non c’è giudizio sulle qualità tecniche, non c’è la classica accusa contro la montagna assassina, non c’è rabbia. Resta solo la consapevolezza che la vita val la pena di essere vissuta e che per portarla avanti non ci si può lasciar morire ogni giorno nella banalità delle chimere della società dei consumi. Occorre invece affrontarla, giorno dopo giorno, sapendo che ciascuno potrebbe essere l’ultimo, quello forse che dischiuderà i sigilli posti sulle porte della Verità.
Nejc Zaplotnik ha scoperto la sua "Via", al termine della ricerca? La valanga che lo ha travolto sulla montagna più amata, il Makalu, ha dischiuso l’orizzonte infinito al quale anelava? Chi lo sa? Di certo la sua breve vicenda esistenziale può essere raccolta nel motto che sintetizza il libro: Chi cerca la meta, resterà vuoto quando l’avrà raggiunta, chi invece trova la via, avrà la meta sempre dentro di sé.
NEJC ZAPLOTNIK, Pot, Mladinska knjiga založba, Ljubljana 2018
NEJC ZAPLOTNIK, La Via, traduzione Dušan Jelin¤i¤, ed. Versante Sud 2020

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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