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Boris Pahor: il dono di saper raccontare

Il ricordo dello scrittore sloveno scomparso lunedì scorso all’età di 108 anni

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Boris Pahor: il dono di saper raccontare

Stamane, la signora Pierina Furlan, del Circolo culturale Krut di Trieste, mi ha scritto "questa notte è venuto a mancare il nostro grande Boris Pahor". Mi sono venuti i brividi per il dolore, quantunque sereno.
Lo avevo conosciuto durante una trasmissione radiofonica di Federico Rossi  l’8 gennaio 2010. Aveva 95 anni: memoria e lucidità da far invidia. Si parlava di conservare i luoghi della memoria della II guerra mondiale, quelli vicini a noi in questo lembo di Italia che tendeva a dimenticare le sofferenze inflitte dal fascismo agli Sloveni.
Fu conoscenza interessante, fugace. Poi venne a Visco, nell’ex campo di concentramento (febbraio-settembre 1943) per Jugoslavi.
Coppola, giacca e cravatta come sempre: era d’inverno. Parlò a lungo ai giovani di Azione Cattolica della Diocesi di Gorizia (invitato da don Renzo Boscarol) e a un pubblico numerosissimo. Soffiava un vento gelido; gli facemmo corona, per ripararlo. Alla fine mi confidò di essere intirizzito; temevo per lui e lo portai vicino a una stufa; doveva incontrare altri giovani a Joannis e ci andò lo stesso. La sofferenza, il freddo, la fame erano stati compagni di strada nella sua lunga vita.
Lo incontrai di nuovo parecchie volte a Trieste, a Gorizia e a Prosecco. Portavo sempre qualcuno con me, spesso giovani e fin una ragazzina delle medie che lo voleva conoscere. Lui non si negava mai e raccontava, raccontava dei campi in cui era stato rinchiuso, dei rapporti fra i popoli, di storia, di filosofia. Parlava per ore, sempre disponibile: era solo questione di date per incontrarlo. Poi lo accompagnavamo a casa, al numero 71 di Via Contovello. L’ultima volta che l’ho visto, e sono stato con lui un paio d’ore, mi aveva ancora raccontato delle nefandezze dei campi nazisti in cui era stato.
Particolari raccapriccianti uscivano, tanto che, a un certo punto, gli dissi che non ce la facevo più, stavo per sentirmi male, e gli chiesi come potesse raccontare… Mi spiegò che era come chi lavorava nei cimiteri ed esumava cadaveri. A pranzo tornava a casa e, con naturalezza, si mangiava la pastasciutta. Quanto dolore in lui e a volte anche scetticismo sulla capacità di ravvedimento umano (Ukraina docet!), a Parigi - raccontò - ebbe un pubblico foltissimo quando parlò del suo libro, ma, aggiunse, che forse, appena usciti dalla sala, se ne erano probabilmente dimenticati.
Mi chiese cosa ne pensassi; gli risposi che cosa sarebbe successo, invece, se non avesse raccontato, come nel suo romanzo "Necropoli", pubblicato dal Consorzio Culturale del Monfalconese, la prima volta nel 1997. Il successo e la notorietà mondiale arrivarono dopo, quando aveva doppiato il secolo…
Domineiddio, gli ha donato una vita lunga e grandi successi, ma forse il dono più grande è stato quello di dargli i mezzi per raccontare come sapeva lui. Una volta, a Prosecco, dopo un incontro con alcuni amici che mi avevano accompagnato, desiderosi di conoscerlo, si parlò del tema di Dio. Disse che non credeva più, lui militante di varie associazioni cattoliche culturali e politiche.
Non credeva più, perché se Dio ci fosse, non avrebbe potuto permettere quello che lui vide e visse.
Don Renzo Boscarol, allora, gli chiese incuriosito che cosa pensasse riguardo alla morte e al suo dopo. Riflettè un attimo e rispose "Il mistero; ecco, una grande luce!".
Caro professor Pahor, leggero come una libellula: forse è volato verso quella grande luce, una visione giovannea della luce; e, senza voler arruolare nessuno, quella luce lo ha avvolto e lo ha fatto suo.

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