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9 agosto 1915: la strage della Zenta a Mossa

Un colpo di un grosso calibro austriaco colpì l’osteria di Vincenzo Marega, luogo dove avevano trovato rifugio alcune famiglie, provocando 14 morti e 25 feriti. Non furono tuttavia gli unici civili mossesi che persero la vita in paese nel corso del conflitto. Infatti, a differenza di altre località, la popolazione di Mossa rimase nelle proprie case fino al tragico bombardamento dell’agosto del 1915, per poi essere avviata verso l’interno del Regno. Gli ultimi civili a lasciare l’abitato furono quelli che partirono il 4 febbraio 1916

Parole chiave: Mossa (2), strage di civili (1), artiglieria (1), Grande Guerra (23), esercito italiano (2)

Erano passati appena 63 giorni da quando don Arturo Pinat, amministratore parrocchiale di Sant’Andrea in Mossa, era stato arrestato dalle Autorità Militari italiane ed internato in prima istanza a Cremona (7 giugno 1915), quando ebbe luogo una vera strage di civili inermi a Mossa.
Gli internati in Italia difficilmente ebbero notizia di quanto avvenne in quel 9 agosto 1915 sull’altura della Zenta. "La gente per lo più stava tappata in casa, trascurando i lavori agricoli e anche la cura dei bachi da seta, specialmente dopo il tragico fatto di cui rimase vittima la villica Lucia Ferlin (detta "Pagiara")… E così si arrivò al fatale 9 agosto 1915, quando un proiettile di grosso calibro (probabilmente da 305) centrò in pieno verso le 18.30 una casa di Zenta, e precisamente l’osteria di Vincenzo Marega, luogo di rifugio di alcune famiglie provocando una autentica strage: 14 morti e 25 feriti"1.
Il colpo di mortaio ±koda da 30,5 fu sparato, con estrema probabilità, da una postazione austro-ungarica posizionata in località Straccis di Gorizia nella zona delle attuali vie Cristoforo Colombo e dei Cordaioli2. L’ipotesi risulta suffragata dall’analisi dei danni rilevati sulle macerie e dal fatto che la gittata del mortaio in questione, di fabbricazione austriaca, non superava gli undicimilatrecento metri e questa era, più o meno, la distanza tra la batteria e la Zenta. L’esercito Austro-Ungarico colpì con precisione l’obiettivo "Zenta" per il fatto che ai piedi dell’altura era stato collocato un pezzo da 254 da marina italiano montato su ruote proprio dietro la chiesa di "Borgo Zenta"3. Il confine di guerra in questi primi mesi di conflitto si era posizionato verso Lucinico, il Podgora e in definitiva sul fiume Isonzo e tutti i paesi del cormonense erano rimasti in zona militare controllata dalle truppe italiane. Quello che, in questa vicenda, meraviglia non è tanto l’azione di guerra, quanto il fatto che numerosi mossesi erano rimasti nelle loro case dopo l’inizio delle ostilità nonostante che molti si erano rifugiati a Gorizia, a Cormòns o in altre parti dell’Impero. Dopo i tragici fatti dell’agosto le case di Zenta "furono sgombrate e la popolazione avviata verso l’interno del Regno, come già accaduto nel maggio a una dozzina di famiglie del Blanchis. Il resto della popolazione di Mossa invece, circa 450 persone, abbandonò il paese il 4 febbraio 1916"4. Dopo questo ultimo esodo il paese rimase deserto. I primi civili rientrarono in paese all’inizio del 1918 e poi, nella maggior parte, nel 1919 a fine guerra.

A distanza di 100 anni esatti da quel giorno, corre a noi l’obbligo di ricordare quei morti in gran parte donne e bambini. Il loro elenco - unico documento del loro dramma - si trova conservato presso l’Archivio parrocchiale del paese. Per tutti quei morti vi è una triste annotazione: "Vulneratus/a explosione tormenti bellici" oppure per i morti del 10 agosto, "Ferimento causato dal crollo d’una casa colpita da granata" e per tutti  "Sepultus/a privatim sine sacerdote tempore belli". Mi meraviglia l’uso dell’aggettivo vulneratus/a che in latino significa principalmente ferito, ferita, ma ha anche il significato di percuotere, offendere. Feriti, percossi ed offesi nella loro essenziale dignità di persone vive. Ulteriormente furono tutti, grandi e piccoli, sepolti in forma privata senza la presenza di un sacerdote proprio perché in tempo di guerra. Qualcuno pregò certamente per loro e li pianse, ma il sacerdoti non poterono essere presenti in quanto, salvo rarissime eccezioni, tutti i preti della zona erano stati internati e trasferiti nelle diverse località del Regno d’Italia.
Riportiamo i loro nomi "ad perpetuam eorundem memoriam". Come ho già evidenziato, diversi tra loro erano giovanissimi scolari della scuola elementare.

Quello stesso giorno, 9 agosto 1915, morirono5:

- Medeot Antonio, operaio, nato a Mossa il 02.10.1899, di Valentino ed Elisabetta Mian, celibe;
- Bevilacqua Antonio, nato a Mossa il 17.03.1912, di Raffaele ed Erminia Caterina Marega;
- Zoff Rodolfo Olivo, di Antonio ed Adelaide Maria Medeot, nato a Mossa il 29.03.1908 assieme alla sorellina Zoff Fiorenza, nata a Mossa il 18.12.1909;
- Luisa Anna, nata a Corona il 03.03.1861, figlia di Pietro e di Giacomina, moglie di Domenico;
- Blason Anna, nata a Trieste (ospedale) il 25.09.1912;
- Medeot Teresa, nata a Mossa il 25.09.1862, di Mattia e Anna Famea e moglie di Vincenzo Marega;
- Marega Valeria Maria, nata a Mossa il 12.03.1907, di Pietro e Anna Maria Marega;
- Medeot Angelina (Angiolina) Maria, nata a Mossa, il 16.01.1898 di Giovanbattista e Lucia Feresin.

Per le ferite riportate morirono il giorno dopo, il 10 agosto 1915, altre cinque persone6:

- Marega Caterina Anna, nata a Mossa il 07.02.1888, di Luigi e Maria Medeot, nubile;
- de Fornasari Lucia, nata a Lucinico il 07.06.1867, figlia di Giuseppe e di Anna Marega, coniugata con Luigi Domini;
- Riaviz Pietro Antonio, nato a Mossa il 29.06.1875, di Antonio e Caterina Braidot, coniugato con Maria Luisa Braidot;
- Riaviz Andreina Maria, nata a Mossa, il 01.06.1908, di Pietro Antonio e Maria Luisa Braidot, scolara e la sorella Riaviz Emma, nata a Mossa il 17.10.1912.

Queste 14 persone, purtroppo, non sono state gli unici civili a perdere la vita per gli eventi bellici in quei mesi a Mossa. La prima ad essere uccisa, e lo ricorda anche Camillo Medeot7, fu la signora Lucia Stechina che era nata a Mossa il 04.01.1853, vedova di Mattia Ferlin detta "Pagiara". Medeot così riposta: "...scorta da una pattuglia italiana mentre sopra un gelso coglieva foglie, fu scambiata per una spia e colpita a morte da una fucilata: era il giorno 8 giugno 1915. Anche per lei la dicitura: "Vulnerata explosione tormenti bellici" e la nota "Sepulta privatim sine sacerdote tempore belli". Il secondo mossese deceduto a causa degli eventi bellici, pochi giorni dopo la "Pagiara", e precisamente il giorno 17 giugno, fu Luigi Feresin, nato a Mossa il 10.10.1909 figlio di Giovanni e di Maria Trpin. Segue in questo triste elenco Giuseppina Bandel nata a Podgora il 09.09.1866, figlia di Antonio e di Maria Klancic, moglie di Giovanni Battista Riaviz morta il 24 giugno. Il giorno 31 luglio "in publica via", ovvero mentre camminava per le vie di Mossa, fu uccisa Maurig Ursula, nata a Ruttars il 17.07.1858, figlia di Valentino e Teresa Bon e moglie di Antonio Scozai. Ultima vittima prima della grande strage della Zenta fu Corsig Giuseppina, nata a Mossa il 24.09.1842, figlia di Gaspare e di Anna Persoglia e moglie di Bernardino Bevilacqua. La sua morte è segnata al giorno 1 agosto 1915.
Tra i morti per cause belliche, a mio avviso, va ricordato anche il venerando Leonardo Bevilacqua detto dai mossesi "Barba Nart" di lui si legge: "...era una imponente figura di vecchio ottantenne con una magnifica barba da patriarca. In uno di quei giorni gli balenò l’incauta idea di andare a cogliere ciliegie in località Ucizza e di salire proprio sopra la pianta tra i cui rami era teso un filo telefonico. A nulla valsero le sue proteste di innocenza. Non gli fu permesso neppure di far ritorno a casa per prendere qualche indumento. Morì ad Alessandria nel 1917 dopo aver trascorso alla sua età, alcuni mesi in quella fortezza"8. Non morì per eventi bellici diretti - ma per eventi indiretti alla guerra certamente sì! - un’altra vittima di guerra, che va doverosamente ricordata, fu Veronica Pillon che fu arrestata e condotta a Cormòns dove subì un processo per spionaggio. Le cervellotiche accuse caddero e la Pillon fu assolta, ma da quella terribile vicenda ne uscì con la salute profondamente minata.
La penultima vittima civile di guerra a Mossa fu il giovane Marega Francesco che era nato a Mossa il 25.07.1899, figlio di Vincenzo e di Teresa Medeot, celibe. "Vulneratus explosione tormenti bellici", morì il giorno 02.02.1916. Anche per lui nessun sacerdote al suo funerale. Due giorni dopo gli ultimi 450 abitanti di Mossa, che avevano resistito, inspiegabilmente, sotto i bombardamenti, lasciarono il paese in quel tragico 4 febbraio 1916. In paese non ci fu più nessun civile fino al ritorno dei primi mossesi all’inizio del 1918 e poi nel 1919; ma Mossa non era più la Mossa che avevano conosciuto e molti volti noti e molte case non c’erano più.
"Dopo la ritirata di Caporetto, alla fine del 1917, le nostre zone vennero riconquistate dall’esercito austro-ungarico che le tenne sino al termine della guerra. Nei primi mesi del 1918 quel centinaio di abitanti di Mossa che allo scoppio della guerra si erano rifugiati in Austria, cominciarono a far ritorno alle loro case distrutte ed ai campi incolti iniziando così il primo lento lavoro di ricostruzione. Al termine del conflitto rientrarono dalle varie località del regno anche i profughi che erano stati internati dalle varie località italiane."9.
Tra questi mossesi rientrati all’inizio del 1918 c’era anche il giovanissimo Mario Carnier che era nato a Mossa il 16.05.1911 figlio di Francesco, contabile della Luogotenenza e di Erminia Zu¬ek. Anch’egli "vulneratus explosione tormenti bellici" moriva a Gorizia, presso l’ospedale militare il 30 marzo 1918 come annotava don Guido Russian nel registro parrocchiale. Egli fu l’ultimo dei mossesi morti a causa degli eventi bellici.
Sorge, ora, una domanda che certamente non avrà risposta da parte di nessuno, ma io la esprimo egualmente: "Vi è qualcuno, anche a distanza di 100 anni da quei tragici fatti, che abbia mai pensato che, forse, sarebbe il caso di chiedere perdono a questa gente per quanto fu loro inflitto? Nessuno ha mai pensato di chiedere perdono alla Diocesi di Gorizia o a quei sessanta Sacerdoti internati senza valido motivo all’interno del Regno e segnati da accuse infamanti?10 ". Sette sacerdoti purtroppo non poterono far ritorno in diocesi perché morirono prima della fine del conflitto e rimangono sepolti nei luoghi che videro la loro morte. Per ultimo, a diversi sacerdoti rientrati a fine conflitto non fu permesso, per volontà delle nuove Autorità italiane, di riprendere il servizio presso quelle parrocchie che avevano a forza e contro la loro volontà, abbandonato11. E qui con evidente nuova ed ulteriore ingiustizia.

_____________

1 Camillo Medeot, "Storie di preti isontini internati nel 1915", Quaderno di "Iniziativa Isontina"- Gorizia, 1969, pagg 100-101; Fabio Zucconi (a cura di), "Comune di Mossa "1900-1918", pag. 50
2 Notizie rilevate dal Signor Ermes Braidot di Mossa, appassionato di storia della Prima Guerra Mondiale.
3 Fabio Zucconi (a cura di), ", Opera citata,  pagg. 23, 51
4 Nota rilevata al Tomo Quinto, Pagina 142 del Liber Baptizatorum della parrocchia Arcipretale di Sant’Andrea in Mossa: "Nell’anno 1917 non ci furono nascite nella parrocchia di Mossa, poiché a causa della guerra italo-austriaca il paese fu totalmente evacuato dalla popolazione civile ai 4 febbraio 1916. Da quell’epoca il paese rimase deserto dalla popolazione civile fino ai primi dell’anno 1918 in cui i profughi dispersi per l’Austria, per primi ritornarono nel semidistrutto luogo natio. Don Arturo Pinat, amministratore parrocchiale".
5 Liber Defunctorum, Quinto, Parrocchia Arcipretale Sant’Andrea Apostolo in Mossa., pagg.137-142.
6 Per i deceduti a causa delle ferite riportate la nota riguardo la causa della morte dice:"Ferimento causato dal crollo d’una casa colpita da granata".
7 Camillo Medeot, Opera citata, pag. 100.
8 Ut supra, 101.
9 Fabio Zucconi (a cura di), Opera citata, pag,66.
10 Citiamo la lettera inviata da 16 sacerdoti di lingua italiana e 5 di lingua slovena al Vescovo di Cremona Mons. Giovanna Cazzani, in data 26 giugno 1915, a propria difesa dalle accuse che la Stampa italiana pubblicava continuamente contro i sacerdoti "austriaci oltre il confine" come all’articolo comparso sul Giornale d’Italia del 24 giugno 1915, pagina 2.
11 Cfr. per questo tema il pensiero di Camillo Medeot, che condivido pienamente, in Opera citata, pagg.300-301 per tutte.

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