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Unità pastorali: quando fede individuale e fede comunitaria hanno lo stesso futuro

La riflessione di mons. Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura di Milano, nell’incontro dei Consigli pastorali parrocchiali e del clero diocesano

Parole chiave: Unità pastorali (2), mons. Luca Bressan (1)

Vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione Sociale dell’arcidiocesi di Milano, mons. Luca Bressan ha partecipato ad un doppio appuntamento in diocesi con i membri dei Consigli pastorali parrocchiali (mercoledì sera nell’oratorio di San Nicolò a Monfalcone) e con il clero diocesano (giovedì mattina, in Comunità sacerdotale).
"Aspetti teologici della collaborazione pastorale: unità pastorali e rinnovamento della parrocchia" è stato il tema del suo intervento e proprio la questione delle Unità pastorali ha fatto da conduttore al nostro colloquio.

Mons. Bressan, in una conferenza di qualche anno fa, Lei sottolineava come la "paura" dell’Unità pastorale si possa superare "abitando" l’Unità pastorale stessa. Quindi una certa "paura" di questa realtà è comunque presente nelle nostre comunità cristiane?
Bisogna innanzitutto capire cosa intendiamo per Unità pastorale. Essa, secondo me, è un passaggio intermedio, un territorio linguistico che abbiamo inventato semplicemente per gestire quel grande ignoto che è la trasformazione della parrocchia. È logico che nessuno voglia andare verso ciò che non si conosce: ecco perché si inventano anche dei termini che permettano di abitare il cambiamento. Si ha paura dell’Unità pastorale perché si intuisce che si abbandona un modello tradizionale che dava sicurezza, senza sapere verso dove si va.

Una "paura" diffusa più fra i laici o i sacerdoti?
La paura è sicuramente molto più presente nella gente: paradossalmente i preti sono quelli che fanno della fede la loro professione e quindi, tutto sommato, si "attrezzano", hanno strumenti linguistici e conoscenze teologiche che permettono di affrontare anche questi cambiamenti. Chi effettivamente fa fatica a "digerire" il cambiamento è la gente che non possiede molti strumenti per leggerlo ed interpretarlo: ha già vissuto un cambiamento serio nel modo di strutturare la propria identità religiosa legato alla ricezione del Concilio ed adesso si trova difronte a mutamenti che non pensava di questa portata.

Che Chiesa è quella dell’Unità pastorale?
È una Chiesa per tanti  versi più matura in quanto più cosciente del proprio ruolo e quindi più chiamata a far maturare i cristiani che la abitano. Ma è anche una Chiesa che rischia di essere meno materna e quindi meno tenera ed accogliente: per questo deve stare attenta a non cadere nel rischio della burocrazia. È una Chiesa che ha comunque bisogno di strumenti per capire che non coincide più come una volta con l’ambiente sociale che la circonda. Deve abitare un mondo che è plurale e che al suo interno vedrà anche altre istituzioni religiose.

C’è il rischio che diventi una Chiesa più "professionale"?
Sì, esiste il rischio di una certa burocratizzazione come le esperienze vissute nel nord dell’Europa ci hanno fatto vedere. Il fallimento delle Unità pastorali in Germania, come in Francia o in Olanda, ci dice che lì effettivamente la Chiesa è morta perché l’Unità pastorale ha generato quella trasformazione che papa Benedetto XVI definiva di "autosecolarizzazione": abbiamo trasformato la parrocchia da luogo di vita di fede ad uno sportello che offriva servizi. E questo ha impoverito la Chiesa.
Papa Francesco, rivolgendosi agli operatori pastorali ed ai preti, li invita ad avere l’odore delle pecore. Il rischio è che la Chiesa delle Unità pastorali, soprattutto nel nordEuropa, sia diventata una Chiesa professionale in cui, anziché cercare di difendere e capire il proprio popolo, si strutturavano i ceti intermedi: da una teologia del ministero si è passati, ad esempio, ad una teologia dei ministri. Ci si è soffermati sui diritti e sui doveri e nessuno si è più preoccupato del diritto del popolo di essere curato come chiede, appunto, papa Francesco.

La Chiesa delle periferie auspicata da papa Francesco viene favorita dalle Unità pastorali?
Sì e no. Sono convinto che quella ad essere una Chiesa delle periferie, cioè una Chiesa estroversa, sia una chiamata che tocca tutte le istituzioni. Quindi può valere per la parrocchia tradizionale come per le Unità pastorali: è proprio la chiamata ad una conversione su cui la Chiesa europea si sta interrogando da almeno 70 anni. Qualsiasi religione (e quindi anche la fede cristiana) parte da un bisogno "interno" religioso che è sempre autocentrato e quindi di egoismo e di ripiegamento su di sé: la Chiesa delle periferie dice "Bene, io assumo questa domanda, questo senso religioso che corre il rischio di mettere al centro i miei bisogni per lasciarlo purificare in modo da poter dire che vengono prima i bisogni dell’altro". Questa è una grande intuizione di papa Francesco.

Come riuscire a vedere l’Unità pastorale come opportunità prima che come necessità?
Cercando di capire che il futuro della Chiesa in quel luogo coincide con il futuro della mia fede. Vedendo che l’Unità pastorale è un modo naturale di vivere il legame di fede che la fede stessa genera.

Quale il compito a cui i laici non sono chiamati nell’Unità pastorale?
Non sono chiamati a sostituire quel prete che può essere sostituito solo da un altro prete. Il rischio che noi realizziamo queste riforme come una sorta di ingegneria: la mancanza di preti crea molti equivoci. Noi abbiamo bisogno, invece, di un cristianesimo al cui interno ci sono i laici ma anche i preti nella loro vita quotidiana, dove usano il sacerdozio battesimale per far vedere come la fede trasfigura il quotidiano.

E per i sacerdoti, cosa non deve essere l’Unità pastorale?
Un modo per diventare professionisti dicendo magari di fare il prete "ad ore" per ritagliarsi momenti di vita privata.

All’interno di una Chiesa locale che sceglie la via delle Unità pastorali, che ruolo assume il vescovo?

Di sicuro c’è un rilancio di tutto quello che è il presbiterio al cui interno è presente la figura del vescovo. In tal senso assume un nuovo ruolo l’esercizio della collegialità ma anche della paternità episcopale perché un vescovo è chiamato a lavorare "in presa diretta" con la sua gente su tutto il territorio diocesano avendo a fianco i suoi preti.

Certamente non si può parlare di un modello di Unità pastorale valido per tutte le Chiese locali. Sulla base, però, della Sua esperienza, quali sono gli elementi che accomunano le diverse esperienze?
La capacità di aiutare i battezzati a capire che il futuro della fede su quel territorio mi interroga: è un qualcosa che riguarda il futuro della mia fede. Il futuro della fede individuale e quello della fede comunitaria sono la stessa cosa.

Unità pastorali: quando fede individuale e fede comunitaria hanno lo stesso futuro
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