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Una vita vissuta da sempre nella Fede

Incontro con padre Jeanmarie Hodali, dalla diocesi di Nyundo in Ruanda, giunto a Monfalcone per vivere un’esperienza nuova di studio e di comunità

Parole chiave: Jeanmarie Hodali (1), missione (59)

La parrocchia della Beata Vergine Marcelliana a Monfalcone ospita due giovani sacerdoti africani, Jeanmarie Hodali dal Ruanda, in diocesi da due anni, e Marc Arthur Perreti dalla Costa d’Avorio, arrivato solo da qualche mese. Li abbiamo incontrati entrambi e da loro ci siamo fatti raccontare cosa li abbia portati qui, ma anche qual è stato l’impatto con una realtà così diversa dalla loro.
Iniziamo con la chiacchierata fatta con Jeanmarie, che da più tempo "sperimenta" la vita in Italia.

Jeanmarie, come mai sei arrivato proprio a Monfalcone e dove ti sta portando questa scelta?
La decisione di venire a Monfalcone è stata presa insieme al vescovo della mia diocesi, quella di Nyundo in Ruanda. Lì lavoravo come sacerdote ed ero direttore di un albergo di proprietà della diocesi stessa. Il vescovo mi ha fatto l’invito di studiare Economia in Europa, per avere anche un’esperienza all’estero, sia di vita che di studio.
Sono stati avviati contatti tra le diocesi e sono arrivato a Monfalcone, questo è il mio secondo anno qui. Studio Economia Aziendale - Amministrazione e Controllo all’Università di Trieste.

Come ti stai trovando con la realtà universitaria? Sei contento del percorso intrapreso?
Economia mi piace molto: quando ero direttore d’albergo, già praticavo business ed economia, ma non avevo una conoscenza così approfondita della materia. Ora comprendo i meccanismi che regolano queste attività, è difficile ma mi piace.

Guardando invece alla tua storia personale, da quanto tempo sei sacerdote e qual è stata la scintilla che ti ha portato a prendere proprio questa strada?
Sono sacerdote da sette anni; questa che mi hai fatto è una domanda che mi viene fatta spesso ma non è difficile per me dare una risposta.
Da ragazzino, verso i 13 anni, la mia insegnante propose a me e a un mio compagno di classe di sostenere l’esame di ammissione per entrare al seminario minore. Abbiamo sostenuto il test e siamo stati ammessi. Ho così completato il ciclo di studi all’interno del seminario e, al termine, al momento di decidere se proseguire con l’università o con il seminario maggiore, mi sono consultato un po’ con i miei amici e ho sentito che nella realtà seminariale stavo bene, mi sentivo tranquillo.
Durante il percorso di studi ci sono stati momenti più difficili in cui ho pensato se non fosse meglio abbandonare gli studi e prendere un’altra strada, ma alla fine non ho mai mollato. Sono così diventato sacerdote e sono sicuro che non ho sbagliato, sono contento di esserlo e della scelta che ho fatto.

Quando sei arrivato in Italia, qual è la cosa che più ti ha colpito e che magari, inizialmente, ti ha spiazzato e non sapevi come affrontare?
La prima cosa in assoluto che mi ha colpito, è il clima! Non sono abituato agli sbalzi di temperatura, al caldo che improvvisamente si trasforma in freddo... Ora mi sono abituato, ma all’inizio è stato complicato!
Poi sicuramente la cultura, diversa, e questo è un particolare che mi apettavo, ma una cosa che ancora oggi mi risulta difficile da comprendere è l’essere molto chiusi da parte delle persone. Ad esempio, all’università, mi fa sempre strano essere seduto vicino a qualcuno e riuscire a scambiare poco più di un saluto, anche dopo diverso tempo che si frequentano le stesse lezioni. Riguardo la Chiesa, qui ho trovato dei veri fedeli, dei crisitani con un forte Credo, ma nel celebrare la liturgia mi manca quel dinamismo che, in Africa, è molto presente. Lo posso però comprendere perché sono due Chiese differenti: quella Africana è frequentata da molti giovani, per i quali cantare, battere le mani, risulta forse più naturale; qui ci sono molti anziani, abituati ad un altro tipo di liturgia.
Infine, sono ancora un po’ spiazzato dai ritimi veloci dell’Europa, anche nel celebrare, ma ci si abitua, un po’ per volta.

Cosa ti piacerebbe lasciare qui, quando un giorno dovrai rientrare nel tuo Paese?
Questo non lo so, non posso essere io a dirlo.
La Chiesa è una, non c’è qualcosa in particolare che l’altra non ha, ci sono semplicemente più modi di viverla, ma il Vangelo è uno solo. Non sono paragonabili una storia ecclesiastica giovane, con una millenaria.
Io sono solo un sacerdote, che cerca semplicemente di fare quello che "deve" fare, tentando di farlo nel miglior modo possibile.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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