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Una questione di vita eterna

Giovedi 14 aprile 2022 l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la messa in Cena Domini. Di seguito la sua omelia.

Parole chiave: Giovedì Santo (2), Quaresima (82)
Una questione di vita eterna

L’apostolo che conosciamo più di tutti è certamente Simon Pietro. Di alcuni dei dodici apostoli di Gesù i Vangeli e gli altri libri del Nuovo Testamento conservano solo il nome, cui si aggiunge qualche dato – più o meno storico – che ci viene dalla tradizione. Di Pietro invece sappiamo quasi tutto e sicuramente ci è ben nota la sua personalità. Un pescatore giovane, generoso e impulsivo. Giovane, perché non dobbiamo farci imbrogliare dall’iconografia che spesso rappresenta Pietro anziano riferendosi più agli ultimi anni della sua vita che ai tempi del suo apostolato dietro a Gesù (Pietro morirà nella persecuzione di Nerone una trentina d’anni dopo Gesù). Ma soprattutto un uomo generoso nel suo affetto per Gesù e impulsivo: sarà lui nell’orto degli ulivi, al momento della cattura del Signore, a tirare fuori la spada e a tagliare un orecchio a un servo del sommo sacerdote. Non c’è quindi da meravigliarsi della reazione di Pietro davanti a Gesù che vuole lavargli i piedi. L’apostolo usa una frase iperbolica: «Non mi laverai i piedi in eterno». Come dire: “non se ne parla proprio che tu compia per me un gesto riservato agli schiavi: lavare i miei piedi sporchi di terra e di fango, non se ne parla”. Ma Gesù prende molto sul serio l’espressione esagerata di Pietro e gli ribadisce che in effetti c’è di mezzo proprio l’eternità e la sorte definitiva di Pietro: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Come dire: “se non ti lasci lavare i piedi da me, mi dispiace ma niente vita eterna per te, niente paradiso”. Pietro pensava solo di avere usato un modo di dire enfatico per manifestare il suo disagio di fronte a Gesù che voleva lavargli i piedi e invece la questione è molto seria: solo se si lascia lavare i piedi da Gesù potrà essere con Lui per sempre.

Probabilmente voi che mi state ascoltando state pensando che è la mia interpretazione a essere esagerata. Di solito si presenta l’episodio della lavanda dei piedi come un insegnamento sul servizio che dobbiamo renderci a vicenda. E la cosa ci sta. In effetti Gesù stesso commentando il suo gesto, lo abbiamo ascoltato, ci invita a imitarlo: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Ma perché è così importante questo servizio che dobbiamo renderci gli uni gli altri? E prima ancora il gesto di Gesù? Perché è appunto una questione di vita eterna. Come si fa a comprenderlo? Occorre riferirsi ad alcune parole di Gesù riportate dal Vangelo di Luca e non in quello di Giovanni, parole che si collegano proprio con l’episodio della lavanda dei piedi. Va tenuto conto che c’è una significativa relazione tra i due Vangeli, di Luca e di Giovanni. Per esempio, proprio raccontando l’ultima cena, l’evangelista Luca mette sulla bocca di Gesù una frase che si può collegare al fatto della lavanda dei piedi, che pure Luca non ricorda. Una frase che Gesù dice agli apostoli che stanno discutendo tra loro su chi sia il più grande: «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Dicevo che per comprendere la relazione tra la lavanda dei piedi e l’eternità dobbiamo riferirci ad alcune parole di Gesù riportate dall’evangelista Luca. Si tratta di una parabola sulla vigilanza, contenuta nel cap. 12 del Vangelo di Luca, dove Gesù parla dei servi che devono essere pronti al ritorno del padrone dalle nozze, ma non per essere solleciti a servirlo bensì per aprirgli subito appena arriva e bussa. Ma la conclusione della parabola è sorprendente: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37).

È però sorprendente anche la somiglianza con l’episodio di stasera: lì il padrone si stringe le vesti, qui Gesù se le toglie e mette attorno alla vita un asciugamano; lì il padrone fa mettere i servi a tavola e li serve (il verbo greco è quello tipico dello schiavo), qui lava i piedi agli apostoli. La cosa però su cui vorrei attirare la vostra attenzione è il fatto che la parabola presentata in Luca riguarda il compimento finale, quando la vita personale e del mondo sarà conclusa, riguarda l’eternità. E cosa fa Gesù nell’eternità? Ci serve, esattamente come ha fatto la sera dell’ultima cena.

Per me questa cosa è sconvolgente: pensare che Dio, l’Onnipotente, il Creatore, il Signore e Giudice del mondo si metta a servirci, si faccia nostro schiavo è qualcosa che ci fa restare senza parole. Sto esagerando nel pensare così a Dio? Vi cito un altro passo del Nuovo Testamento, questa volta di san Paolo, che nella lettera ai Filippesi riporta un antico inno cristiano che parla di Gesù e dice: «egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7). L’amore esagerato che Dio ha per noi è un amore che neppure i futuri sposi, qui presenti, cui tra poco laverò i piedi ricordando il gesto di Gesù, riescono a immaginare, loro che sicuramente sanno da innamorati che cosa sia l’amore. Un amore che ha portato il Figlio di Dio a diventare uomo, a farsi nostro schiavo. Ancora di più – ed è sempre Paolo che lo dice in una sua lettera – a farsi peccato per noi e a morire come maledetto (altra espressione di Paolo) sulla croce.

Io, come penso tutti, ho paura dell’oscurità della morte. Si tratta di qualcosa che ci spaventa, cui volentieri facciamo a meno di pensare. Ma mi consola sapere che di là mi aspetta un Signore pronto a lavarmi i piedi, proprio i miei piedi impolverati dalla sporcizia e dalla cattiveria di questo mondo e anzitutto dal mio peccato. Sapere che mi attende un Signore che mi metterà a tavola, mi tratterà da “signore” e farà festa per l’eternità per me povero e confuso peccatore. Questa è l’essenza del messaggio cristiano. Questo è il centro del Vangelo.

Se il Signore ci desse la grazia anche solo di intuire per un momento tutto ciò – ed è la grazia che stasera chiedo a Lui per me e per voi – allora tutto cambierebbe nella nostra vita. E impareremmo a nostra volta a servirci gli uni gli altri sapendo che è solo servendo che si diventa simili a Lui, il Signore che per amore si è fatto per sempre nostro servo.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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