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Un’utile "rivoluzione digitale ecclesiale"

Il commento di don Lorenzo Magarelli a seguito degli incontri con i Consigli pastoralie

Parole chiave: don Lorenzo Magarelli (1), consiglio pastorale (23)

Gli incontri annuali di formazione per gli operatori pastorali della diocesi, svolti quest’anno in modalità "on line", hanno sottolineato l’importanza dell’incontrarsi anche e soprattutto in un momento come questo che ci vede ancora distanti.
Hanno inoltre posto l’attenzione proprio sulla formazione che, grazie ai nuovi media, può non essere sospesa, continuando il cammino senza interruzioni.
Dopo i commenti dei relatori Andrea Barachino e don Loris Della Pietra, ospitati su queste pagine la scorsa settimana, proponiamo l’intervento di don Lorenzo Magarelli, sacerdote della diocesi di Trieste, docente presso lo Studio Teologico Interdiocesano del seminario, incaricato per la pastorale universitaria e responsabile del servizio diocesano Scienza e Fede.

Don Lorenzo, questo momento formativo ha permesso ai gruppi coinvolti ma anche alla comunità collegata da casa di prendere parte ad un dialogo.
Che importanza quindi ha in questo momento un’esperienza di questo tipo e appunto il mantenimento di un dialogo?
Spesso si vedono solo i "contro" della modalità online, lei cosa ci trova di favorevole?
Essere Chiesa al tempo della pandemia: più facile dirsi che a farsi, perché la situazione ci è capitata tra capo e collo, senza premesse, senza protezioni, all’improvviso.
Allora abbiamo dovuto improvvisare, soprattutto all’inizio: ci siamo improvvisati videomaker, esperti sanitari, psicologi.
Ed eccoci qua, a più di un anno dall’inizio della pandemia, con la speranza di poterne uscire sempre dietro l’angolo.
Da una parte, quindi, soprattutto agli inizi, abbiamo fatto del nostro meglio ma, come sempre, la crisi è una rivelazione: di ciò che va e di ciò che non va.
Cosa possiamo dire di aver imparato fino ad ora?
Sicuramente che essere cristiani si verifica col vaglio delle difficoltà, che è un sostegno nei momenti bui. Ma abbiamo visto anche i limiti delle nostre strutture, della nostra capacità di adattarci ad una situazione nuova e complessa.
Talvolta abbiamo scelto la ritirata piuttosto che l’intervento in prima linea.
Un elemento interessante che la pandemia ci ha offerto è stato l’entrata massiccia degli strumenti digitali nel nostro modo di fare pastorale e di incontrare le persone.
Forse all’inizio lo strumento è stato usato in modo un po’ maldestro, però ritengo che questa piccola "rivoluzione digitale ecclesiale" sia stata utile.
Si sa che una riunione dietro lo schermo non è la stessa cosa rispetto ad una in presenza, che il contatto fisico è essenziale per il nostro modo di comunicare ma questo non è sufficiente per rinunciare al digitale: se non avessimo fatto nulla, se ci fossimo impuntati sul fatto che "il digitale non è la stessa cosa", allora saremmo del tutto scomparsi dal radar della vita delle persone.

Guardando all’esperienza che ha vissuto proprio con questo gruppo, qualcosa l’ha colpita in maniera particolare e la considera uno spunto anche per altri incontri?
L’incontro on line dei consigli pastorali è stato davvero interessante. L’uso degli strumenti telematici non è per forza negativo, anzi.
C’è la possibilità di accorciare i tempi degli spostamenti, sia per i partecipanti, sia per i relatori che vengono da fuori sede.
Vi è poi quasi un protagonismo delle singole persone che si sentono tutte "in prima fila".
Ma più interessante è stata la scelta di raccogliere attorno al vescovo e ai parroci i consigli pastorali parrocchiali.
Si tratta di un’idea che mi è piaciuta davvero molto.
Credo che in futuro una soluzione come questa non debba per forza essere scartata a priori.
Certo, la modalità a distanza esige che le riunioni vadano riviste quanto a durata - minore - e quanto a interattività - maggiore -, però sono occasioni di incontro che creano un tessuto di fraternità, il quale spesso manca nel tessuto delle nostre diocesi.
Il nostro cristianesimo è ancora centrato sulla parrocchia intesa come un ente a sé, quasi isolata se non addirittura in competizione. I cammini di comunione tra le parrocchie non sono automatici, partono dall’amicizia e fraternità tra i membri.
Forse questi strumenti possono aiutare a creare un movimento di avvicinamento e di conoscenza reciproca, sia per i laici che per i presbiteri, in una dinamica sinodale che va ancora scoperta come modo di pensare e di vivere la Chiesa.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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