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Sulle tracce di Giovanna Rizzardo

La testimonianza di un giovane studente sulla ricerca dell’impegno impegno umanitario e missionario della laica goriziana nella favela di Gamboa in Brasile

Parole chiave: Giovanna Rizzardo (1), missione (67)
Sulle tracce di Giovanna Rizzardo

A seguito della mia esperienza di tirocinio in Brasile presso il Movimento de Saúde Mental Comunitária do Bom Jardim (MSMCBJ), realizzato a Fortaleza dal missionario comboniano padre Rino Bonvini, mi sono diretto a sud, nella città di Salvador de Bahia, dove la missionaria laica goriziana Giovanna Rizzardo ha operato tra gli anni settanta e gli anni novanta.
Giovanna Rizzardo è una figura emblematica; dopo una vita lavorativa spesa come telefonista presso la Telve di Gorizia e un’intensa partecipazione nelle Fiamme Tricolori dell’Azione Cattolica in Duomo, all’età di 50 anni sente la vocazione di partire come missionaria laica per il Brasile. Non avendo conoscenza della lingua locale sceglie di raggiungere il paese in nave, impegnandosi durante i quattordici giorni di navigazione a studiare qualche parola in portoghese.
Dapprima si stabilisce nella città di Salvador de Bahia e successivamente nell’isola brasiliana di Itaparica, chiamata "isola degli schiavi" per la sua triste storia coloniale come approdo delle navi negriere provenienti dall’Africa. A Itaparica, insieme ad altre due missionarie italiane, fonda l’"Obra Social Cristo Rey", impegnandosi nella formazione delle donne e delle ragazze del posto, attraverso dei corsi di educazione materna, artigianato e cucito, e realizzando un laboratorio di maglieria che permetteva alle donne di ricevere un piccolo salario.
Dopo 19 anni di operato, le missionarie decidono di consegnare alle autorità locali la gestione della comunità e si trasferiscono nuovamente nella città di Salvador, dove Giovanna si avvicina alla poverissima Gamboa, favela a picco sul mare. Da subito le sconsigliano di entrare nella favela con l’orologio al polso e la catenina al collo per l’alto rischio di essere derubata, ma l’entrata di Giovanna nel quartiere non si trasforma in una nuova violenza, bensì in una nuova speranza.
La dedizione e il lavoro costante di Giovanna e delle altre missionarie a Gamboa, porta nel maggio del 1993 alla realizzazione del primo centro comunitario dentro la favela, grazie al fondamentale contributo dato dal C.V.C.S. "Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo" di Gorizia del Centro Missionario Diocesano, allora diretto da don Giuseppe Baldas.
La raccolta fondi allestita nel periodo di Quaresima, aveva permesso di facilitare l’inaugurazione del centro, alla quale ha presenziato il console italiano a Salvador, le autorità locali e lo stesso don Giuseppe Baldas, come rappresentante della diocesi di Gorizia.
Giovanna, dopo tanti anni di missione in terra brasiliana e ormai ammalata, fa ritorno a Gorizia nell’estate del 1993. Per il suo impegno, nel dicembre dello stesso anno, riceve il premio Nadâl Furlan, organizzato dal Circolo Culturale Laurenziano di Buja. Viene a mancare il 12 marzo 1994. A seguito della scomparsa di Giovanna Rizzardo, l’arcivescovo Antonio Vitale Bommarco, scrivendo a don Giuseppe Baldas, aveva espresso la richiesta di raccogliere tutte le lettere e la documentazione sulla missionaria in previsione di una possibile canonizzazione.
Ripercorrendo le tracce dell’opera di Giovanna Rizzardo, accompagnato da una guida locale sono riuscito a entrare nella favela di Gamboa. Questa si posiziona sotto i piloni di un’ampia strada a doppio scorrimento veloce che collega il centro della città ai grandi alberghi di lusso di Salvador, affacciandosi in modo audace sull’oceano Atlantico.
Arrivando dal centro cittadino, la prima parte della favela appare tranquilla, con un piccolo bar e un negozio di alimentari, tanto da stimolarmi a chiedere alle persone presenti se esistesse un centro comunitario o una scuola e se qualcuno conoscesse Dona Joanna, così veniva chiamata Giovanna dalle persone del posto, ma senza ricevere riscontro.
Seguendo la guida, mi sono addentrato nella seconda parte della favela percorrendo ripide scalinate e vicoli con sporcizia ovunque, fino a imbattermi in un forte degrado materiale e umano per la presenza di numerosi tossicodipendenti che bivaccavano ai margini delle strade. Non trovando ulteriori informazioni o indicazioni, siamo ritornarti sui nostri passi e abbiamo lasciato Gamboa alle nostre spalle.
Da studente di cooperazione internazionale non mi stupisce l’esito negativo della mia ricerca, le favelas o barrios sono luoghi caratterizzati da un transito continuo di persone, dove regna spesso la diffidenza e rappresentano dei microcosmi fragili ed esposti facilmente a interessi delle organizzazioni criminali. Infatti, il diffondersi delle "droghe dei poveri", come il crack, negli ultimi due decenni ha portato un’impennata del numero di tossicodipendenti e del conseguente degrado legato a politiche sociali confusionarie e poco efficaci.
Sicuramente una ricerca più approfondita, soprattutto in collaborazione con le autorità locali, potrebbe avere successo maggiore. L’opera di Giovanna Rizzardo ha rappresentato un punto di svolta mai tentato fino ad allora nella favela di Gamboa, dimostrando che attraverso l’educazione e la formazione è possibile creare un miglioramento spirituale e umano anche in luoghi apparentemente difficili e inaccessibili.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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