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Signore, improvvisamente ci siamo trovati nel deserto...

Nella III domenica di Quaresima l'arcivescovo Carlo ha presieduto la messa in Sant'Ignazio a Gorizia.

Proponiamo il testo della sua omelia

Parole chiave: omelia (12), arcivescovo (34)
Signore, improvvisamente ci siamo trovati nel deserto...

Signore, tu sai che improvvisamente ci siamo trovati nel deserto. Non era previsto. Non sentivamo bisogno di alcuna terra promessa. Non dovevamo fuggire dall’Egitto. Non ci sentivamo inseguiti dai carri e dai cavalli del faraone. Sembrava una Quaresima normale, con i soliti propositi non di grande impegno: lasciar perdere le sigarette, smettere di mangiare dolci, rinunciare a qualche bicchiere, cercare di sopportare di più il marito o la moglie, un’offerta per le missioni, la via crucis al venerdì, … Nulla più, come al solito e pronti a celebrare la Pasqua: appunto, come al solito. E ora siamo in mezzo al deserto, non cerchiamo una terra promessa, ma solo di venirne fuori, possibilmente al più presto. Ma pare che il deserto si stia allargando… E dobbiamo anche stare distanti e non possiamo neppure entrare nella tenda del convegno.

Ci torna in mente quel cantico che alcuni di noi, che pregano con le lodi, reciteranno venerdì prossimo: «I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo, da una ferita mortale. […] Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare. […] Ma per il tuo nome non abbandonarci, non render spregevole il trono della tua gloria. Ricordati! Non rompere la tua alleanza con noi» (Geremia 14, 17-18.21). Parole che, certo, si chiudono con un’invocazione, ma dicono anzitutto lo smarrimento e la fatica di tutti, anche di chi ci deve guidare, che come ognuno di noi prova paura e preoccupazione. Sentimenti non molto diversi da quelli di Mosè.

Ma il Vangelo ci ha fatto intravvedere  un pozzo e lì seduto accanto ci sei tu. Tu, affaticato e che, quando ci avviciniamo, ci chiedi da bere. Come è possibile? Siamo noi che siamo stanchi e affaticati dopo pochi ma lunghissimi giorni di deserto. Vorremmo trovarti non stanco ma in perfetta forma, pronto a darci l’acqua di cui abbiamo bisogno, di indicarci la strada per uscire al più presto da questo deserto di solitudini… Invece sei tu a chiederci di darti da bere. Parafrasando la risposta della samaritana, verrebbe da controbatterti: «Come mai tu, che sei il Signore, chiedi da bere a noi, che siamo in balia di un’epidemia?». Ma a noi, come alla donna, tu rispondi: «Se voi conosceste il dono di Dio e chi è colui che vi dice: Datemi da bere!, voi avreste chiesto a lui ed egli vi avrebbe dato acqua viva».

Diversamente dalla samaritana, a questo punto, noi non abbiamo nessuna voglia di fare troppe disquisizioni, anche se – è vero… – ora che possiamo solo vedere la celebrazione eucaristica e non parteciparvi pienamente, vorremmo tanto chiederti come si fa ad adorare Dio chiusi nelle nostre case… Ma ciò che ci interessa è l’acqua viva che tu ci puoi dare. Qual è quest’acqua? E’ ovvio: salvare la vita, non compromettere la salute, la guarigione per chi è ammalato, non perdere il lavoro, aver la libertà di girare, riprendere i rapporti con familiari e amici, far tornare figli e nipoti a scuola… Tutte realtà importanti: non sei d’accordo? Ed è sicuramente giusto chiedertele. Ma sono l’acqua viva? Sono il dono di Dio? O ci vuoi donare altro, magari con il resto, ma anzitutto altro?

E se tu volessi che oggi in questa situazione restassimo un po’ al pozzo per dialogare con te come ha fatto la samaritana? Non siamo abituati a questo. Siamo – o eravamo… – in una società del tutto e subito, dove un ritardo di 10 minuti era una tragedia… Un bisogno e una pronta risposta: forse anche nel nostro modo di pensare e vivere la religione. No, dobbiamo stare lì con te, in un confronto prolungato, franco e sincero come quello della samaritana, disponibili a essere finalmente noi stessi, a riconoscere le nostre false sicurezze, a smascherare le nostre ipocrisie, a vedere messa a nudo la nostra poca fede. Lì, non in chiesa o in piazza, ma come tu hai raccomandato nel segreto della coscienza di ciascuno, perché il Padre, che vede nel segreto, ricompenserà ognuno di noi (cf Mt 6). E se la prima ricompensa fosse far crescere in noi finalmente il desiderio di Te, ora che non possiamo partecipare all’Eucaristia; il desiderio sincero di perdono, ora che è difficile confessarci; il desiderio di comunione, ora che le nostre comunità non possono radunarsi?

Il dono però più vero, che attendiamo, stando a quanto ci ha detto san Paolo nella seconda lettura, ci è già stato dato, anche se spesso non ne abbiamo consapevolezza. L’apostolo ha scritto ai Romani, ma la cosa vale anche per noi oggi: «l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». Ecco l’acqua viva di cui abbiamo bisogno. E già ci è stata data: non è forse l’acqua dell’amore di Dio che sostiene oggi l’impegno di chi si prodiga per i malati e per la comunità, non è l’acqua dell’amore di Dio ciò che porta a fare quei piccoli gesti così oggi necessari: la telefonata a un anziano, la spesa per una persona sola che non può uscire di casa, la preghiera per i malati e i morti…?

Signore, facci scoprire nel pozzo segreto del nostro cuore quest’acqua viva, l’acqua dello Spirito, l’acqua dell’amore. Un amore che fonda la speranza. Lo afferma l’apostolo Paolo. La frase della lettera ai Romani, che ho appena letto, in effetti è incompleta. Ci sono delle parole che precedono: «La speranza, poi, non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori…». E parole che seguono: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Una speranza basata sull’amore riversato nei cuori, una speranza che viene dalla tua croce, una speranza quindi che non delude, una speranza affidabile: ne abbiamo proprio bisogno.

Grazie, Signore, perché in questa domenica ci hai fatto trovare un pozzo nel deserto. Ci fermiamo qui con Te, sapendo che poi verrà anche per ciascuno di noi, come è stato per la samaritana, il tempo di andare dagli altri per annunciare: «Venite a vedere: ho incontrato un uomo, che mi ha ridato speranza, che ha fatto sgorgare in fondo al mio cuore l’acqua di cui avevo sete, l’acqua dell’amore».

    

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