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Sia santificato il tuo nome

Rileggendo la preghiera insegnata da Gesù è possibile affrontare gli interrogativi che nascono dal nostro vissuto anche in un periodo come l’attuale /3

Parole chiave: Padre Nostro (8), preghiera (22)
Sia santificato il tuo nome

Nel Padre nostro, la prima richiesta è: "Sia santificato il tuo nome", di cui spesso l’orante non conosce pienamente il senso. Questa  preghiera  non è una sequela di parole da pronunciare, che fanno sentire l’orante a posto semplicemente perché ha assolto un precetto. Ognuna delle petizioni del Padre nostro apre un nuovo scenario non soltanto intellettuale o cognitivo, ma teologico ed esperienziale.  Qui, la santità va compresa in relazione alla tradizione biblica, secondo cui quella divina coinvolgerà anche l’esperienza umana.
C’è confusione tra santo e sacro, termini spesso sovrapposti. Nel racconto sinottico della morte di Gesù il velo del tempio si lacera in due. Esso era una specie di muro che separava il Santo dei Santi, il Qodesh ha-Qodashim, la zona più sacra, da quella del santuario vero e proprio. Cosa significa allora che, nel momento in cui Gesù muore in croce, il velo del santuario crolla? Giuseppe Flavio, lo storico che narra le vicende della Palestina del I sec., tra l’altro di famiglia sacerdotale, quindi particolarmente interessato a riportare fatti che riguardano il tempio non dice nulla su questo accadimento. Il racconto di tipo apocalittico riporta infatti non una verità fattuale, ma una verità di senso: la morte in croce di Gesù la zona del sacro non ha più diritto di esistenza. Dio non si rivela più nella sacralità di un tempio, ma nella profanità ignominiosa di un patibolo. La descrizione evangelica presenta un "aut-aut". Non la sacralità di un tempio, ma la scabrosità di una croce è il nuovo paradigma della presenza di Dio nella storia.
Non è un ebreo a scoprire nel crocifisso la manifestazione di Dio, ma un pagano: il centurione. Un ebreo, accedendo al tempio, incontrava Dio nella sua dimensione sacrale. Al pagano invece ne era interdetto l’ingresso. Infatti, sulle sue porte, iscrizioni ne vietavano l’accesso sia alle donne che ai pagani. Solo il centurione, discriminato ed escluso, poteva scoprire nel crocifisso la manifestazione alternativa di Dio. Come si può riconoscere in un "terrorista" sfigurato la presenza di Dio? Il sacro non c’è più, ma Dio manifesta la sua presenza in altre forme. Chi l’avrebbe riconosciuto? Non certo noi, perbenisti, come tutti i pii devoti del tempo.
La santità di Dio, un aspetto indiscutibile della rivelazione biblica, è altro da sacralità, azzerata dalla laicità delle parole e dei gesti di Gesù. La sua morte e poi la sua risurrezione annunciano che Dio ha un’ altra modalità di intervenire nella storia umana, non legata alla sacralità di luoghi e oggetti, ma vissuta nella ferialità delle relazioni umane basate sulla forza della santità.
Il termine qadosh,  "santo", non è un’invenzione ebraica. Israele, che riflette sulla santità di Dio, ne  è debitore alle religioni dei popoli circonvicini. La parola, di non facile decifrazione,  può indicare l’alterità di Dio rispetto all’essere umano. La santità descrive Dio come totalmente altro. Dio è ciò che l’uomo non è!
Osea parla a nome di Dio dichiarando il peccato di Israele contro l’alleanza:
Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira (Os 11, 8-9).
Dio annuncia di non essere semplicemente un uomo, ma di essere totalmente altro; di non avere reazioni umane come la collera; fa ripartire una storia diversa. Non si adira, non segue la logica della vendetta, perché è Santo. La santità non può permettere l’immagine di un Dio troppo antropomor-fizzato. Quando se ne parla attraverso simboli umani, non si rende ragione della santità di Dio (problema già compreso  700 anni prima di Cristo). È ovvio che si devono usare simboli per descrivere Dio, perché non se ne può parlare altrimenti, però lo si deve fare con intelligenza e sapienza. Annunciare che Dio si adira, Dio punisce, Dio condanna, significa "stra-parlare" di Dio.
Nella Lettera ai Romani Paolo scrive che gli uomini, nell’Antico Testamento, avevano pensato che gli avvenimenti negativi fossero il risultato dell’ira di Dio ma, dopo Gesù Cristo, non se ne può più parlare. Egli si rivela nella sua giustizia come perdono e riconciliazione. La confessione del Dio Santo non va mai dimenticata, perché la santità non è una parola enigmatica, ma vuol dire che Dio, anche in situazioni esasperate, non agisce come agirebbero gli umani, perché Lui è totalmente altro rispetto a loro.
Il racconto della vocazione di Isaia, figura profetica molto importante nella storia d’Israele, è contenuto nella prima parte del libro omonimo.
E’ più o meno il  740 a.C.  quando Isaia, nobile e colto, viene chiamato a correggere proprio il  suo ambiente di origine: re, principi, giudici, sacerdoti. La descrizione dell’incontro con Dio è fortemente filtrata dal linguaggio del suo ambiente, cioè da categorie sacerdotali. La sua vocazione ha luogo non solo nel tempio, ma presenta l’aspetto di una liturgia.
Io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali: con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro dicendo: "Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria" (Is 6, 1-3).
Dio viene riconosciuto e proclamato tre volte Santo, quindi totalmente altro.
Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo (Is 6, 4).
La sua reazione umana è la seguente: E dissi: "Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo  dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti" (Is 6, 5).
La percezione della Santità di Dio crea la consapevolezza della propria inadeguatezza. Per il profeta Isaia, l’impurità delle sue labbra, proprio dello strumento con cui dovrà profetare la parola di Dio. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.
Egli mi toccò la bocca e disse:
"Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua colpa
e il tuo peccato è espiato" (Is 6, 6-7).
Unicamente una purificazione può dare al profeta la possibilità di proferire non solo parole umane ma parole che derivino dalla Santità di Dio.
Nel corso della storia, Israele passa da una concezione della Santità divina comune a tutte le popolazioni medio-orientali, ad un’interpretazione molto particolare attestata dal cosiddetto Codice di Santità, nel Libro del Levitico:
Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo (Lv 19, 2).
Se prima il santo per definizione indicava ciò che non era umano, ma specifico di Dio, adesso invece descrive lo statuto del popolo che vive la sua relazione con Dio. Solo se accetta di ricevere la santità donata da Dio, può avere  un rapporto autentico con Lui.
 Nel Libro del Levitico sono elencate le leggi che devono essere attuate perché questo popolo possa estrinsecare la propria santità, contraddistinguendosi così da tutte le altre nazioni.
Per comprendere completamente la petizione del Padre Nostro "Sia santificato il tuo nome", tuttavia, si deve andare a Ezechiele, che si rivolge ai deportati a Babilonia annunciando loro la profezia divina del ritorno alla propria terra. Il profeta ne parla ricorrendo allo schema classico nella letteratura biblica, che è quello esodale. La partenza da Babilonia verso la terra d’Israele viene equiparata al prototipo dell’Esodo dall’Egitto.
Perciò annuncia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni presso le quali siete giunti (Ez 36, 22)
A Babilonia Israele non si era comportato come il popolo dell’alleanza. Era stato chiamato da Dio a distinguersi dagli altri, ma ormai si confondeva con i suoi conquistatori; quasi nessuno voleva più ritornare nella terra promessa.
Santificherò il mio nome grande, profanato fra le nazioni, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le nazioni sapranno che io sono il Signore - oracolo del Signore - quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme (Ez 36, 23-27).
Dio santifica il suo nome attraverso un cammino di liberazione non individuale ma collettivo, di popolo. Così quando si prega "Sia santificato il tuo nome", non si possono interpretare queste parole come se Dio voglia essere onorato con qualche parolina dolce, ma ci si rende disponibili a compiere un percorso comune di liberazione che, se viene realizzato, santifica il nome di Dio.
Siamo quindi disposti a compiere questo percorso di purificazione che fondamentalmente corrisponde a un cammino di liberazione? Non esiste esperienza religiosa autentica che non si coniughi, in maniera indissolubile, con una vicenda di liberazione personale e comunitaria. Quando si prega il Padre Nostro ci si deve chiedere a che punto si è del percorso di liberazione personale, interpersonale, collettiva. Dove si sta andando? che liberazione si deve attuare? da cosa ci si deve liberare? La preghiera qui si fa seria!

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