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Si può fare dialogo senza dialoganti?

Recuperare le tracce di queste comunità secolari è riconoscimento di una convivenza che ci appartiene più della cultura della diffidenza e della separatezza

Si può fare dialogo senza dialoganti?

Mai come in questo tempo difficile, il dialogo rappresenta una sfida culturale. In particolare, il dialogo con gli ebrei è una sfida di conoscenza che corrisponde "ad un conosci te stesso" perché non ci sarebbe cristianesimo senza ebraismo. Come cristiani, papa Francesco ci invita a dialogare con gli ultimi, i poveri, ma anche con il creato, la natura e ogni essere vivente. Bisogna dialogare con gli ebrei anche laddove ebrei non ce ne sono più perché il dialogo, come atto di conoscenza, ci proteggerà (forse!) dal commettere nuovamente gli stessi errori: antisemitismo e forme di esclusione dell’altro perché diverso.
L’ebraismo in Italia costituisce una religione minoritaria: 30.000 presenze in 21 comunità ma si tratta di una minoranza culturalmente significativa. Infatti, l’Italia è conosciuta nel mondo ebraico come I-tal-yah, vale a dire "Isola (I) della rugiada (tal) divina (yah)". Un nome che racchiude il fascino di una ininterrotta storia bimillenaria, una presenza che fin dalle origini ha contribuito alla formazione e all’evoluzione della cultura italiana.
A ricordarcelo, per citare solo nomi del Novecento, ci sono le pagine di Primo Levi, di Giorgio Bassani, di Rita Levi Montalcini, di Amos Luzzatto, che ci mettono di fronte alla natura umana e che descrivono, da italiani, l’Italia.
Nel dopoguerra gli ebrei italiani ricostruiscono faticosamente le loro identità e, anche grazie alla propria cultura, riscoprono e curano le comuni radici.
Se ne aveste la possibilità, intervistereste uno di questi illustri ebrei italiani?
Se sì, andate lungo le nostre strade del Triveneto e cercate la loro presenza. Iniziate dagli splendidi quartieri ebraici delle nostre città con le loro sinagoghe e i loro cimiteri.
Recuperare le tracce di queste comunità secolari è sia testimonianza sia riconoscimento di una convivenza che ci appartiene assai più della cultura della diffidenza e della separatezza.
Un dialogo ebraico-cristiano è possibile soltanto se i cristiani e le cristiane si appropriano di un sapere di base sull’ebraismo.
Ma che significa ebraismo in quanto religione? Circoscrive più di una mera legge religiosa? Come si contraddistingue la cultura ebraica dalle sue forme di vita?
Che cosa distingue l’essere ebreo? È difficile trovare una distinzione chiara tra cultura ebraica ed ebraismo in generale: quest’ultimo si sottrae a una definizione univoca. È un concetto globale che si ricava da religione, fede, storia, tradizione con feste e costumi, cultura, arte, letteratura e scienza. Occorre perciò che a scuola e nella formazione degli adulti venga trasmesso un sapere di base sull’ebraismo.
In questa prospettiva, si inserisce la giornata per il dialogo tra ebrei e cristiani (17 gennaio) che annualmente, in Italia, dà alla luce ad un sussidio scritto a due voci, una cattolica e una ebraica, a cura dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei (si trova on-line, sul sito della Cei).
Quest’anno il sussidio è dedicato a Qohelet e per approfondire i temi trattati propone anche una bibliografia aggiornata sul dialogo ebraico-cristiano.
Non resta che raccogliere la sfida.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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