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Riscoprire la propria fede in un paese ricco di contraddizioni

"Il segno che più ti colpisce è il muro, alto 8 metri e lungo 700 km, che divide i territori palestinesi da quelli ebrei"

Parole chiave: Terra Santa (13)

Ritornare in Terra Santa mi ha permesso di rivedere i luoghi in cui si ricorda l’inizio del cristianesimo e i principali avvenimenti della vita di Gesù, ma nello stesso tempo è stata occasione per fare il punto sul cammino di fede, senza essere troppo preso dal vedere tutti i luoghi, dallo scattare tante fotografie, quasi per fermare gli attimi e le sensazioni vissute.
È stato bello e ricaricante avere la possibilità di fermarmi da solo, o con qualche compagno di viaggio, in silenzio nei luoghi che stavamo visitando, per una verifica e una riscoperta del grande dono della fede e sull’importanza di non cadere nella nostra vita nell’abitudinarietà.
Riscoprire attraverso la preghiera e chiamando Dio "Padre", come ci ha ricordato Don Giordani che ci ha aiutato a meditare durante il viaggio, che dentro di noi ci sono "i cromosomi di Dio". La nostra vita non procede per caso, ma noi siamo chiamati dal cielo e viviamo per il cielo, però già nella nostra vita, in questo mondo.
Abbiamo ricordato sul Giordano il battesimo di Gesù, che attraverso questo gesto ha condiviso la nostra umanità, ma nello stesso tempo ci ha rivelato chi è Dio. Noi nel nostro battesimo siamo diventati persone nuove, con l’acqua del battesimo non ci laviamo, ma ci immergiamo in questo grande mistero che può cambiare la nostra vita.
Il viaggio è stato occasione per cogliere di nuovo le contraddizioni ancora presenti in questi luoghi. Il segno che più ti colpisce è il muro, alto 8 metri e lungo 700 km, che divide i territori palestinesi da quelli ebrei, che taglia la città di Gerusalemme e isola Betlemme a una specie di prigione a cielo aperto.
Il primo pensiero è stato pensare cosa i muri hanno fatto anche a Gorizia e quanto è ancora difficile, adesso che non esistono più, convivere. Il muro di Betlemme non permette, come ci ha ricordato la suora che ci ha accolto alla visita al Caritas Baby Hospital di Betlemme, alle ambulanze palestinesi di entrare in Israele, ma il paziente deve venir trasferito su un’altra ambulanza con tutti i rischi che si corrono in questi casi. Questo muro, che ogni giorno per lavorare a giornata deve essere varcato, con attese che iniziano nel cuore della notte, con la speranza di riuscire a entrare all’apertura delle quattro o delle sei di mattina, per guadagnare qualcosa e vivere assieme alla propria famiglia. Papa Francesco, durante il suo viaggio, ha chiesto un corridoio umanitario per le ambulanze e si è fermato a pregare nei pressi di questo muro, quasi a porre l’accento che in questi luoghi esistono due muri del pianto. Il nostro autista, di padre brasiliano e mamma palestinese, non può avere il passaporto, ma solamente una carta d’identità che gli permette di lavorare, ed è costretto quindi a dover rimanere qui in questa situazione.
Abbiamo avuto l’occasione di conoscere anche il mondo ebraico, con la propria ortodossia che viene manifestata nel modo di vestirsi, di pregare e di atteggiarsi.
Nello stesso tempo abbiamo visto anche le loro contraddizioni: il vedere moltissimi giovanissimi soldati, maschi e femmine, che prestano servizio militare obbligatorio per due anni, armati di mitra sorvegliano i quartieri, o visitano, con tutto l’armamento, i luoghi sacri o i musei. Interessante l’esperienza, che un gruppo di noi ha fatto, salendo la sera sui tetti a camminare nei corridoi che gli ebrei percorrono per evitare di attraversare il quartiere arabo, talvolta correndo.
Purtroppo le contraddizioni si vedono anche visitando i luoghi sacri cristiani: avevamo a Betlemme appuntamento per visitare la grotta della natività, durante una liturgia cattolica, ma arrivati lì dopo una sveglia mattutina, il monaco ortodosso non ha concesso il permesso e siamo dovuti ritornare più tardi. Poi le rigide divisioni del santo sepolcro tra le varie confessioni che credono nello stesso Dio. La chiusura serale della stessa basilica e dopo aver chiuso i monaci all’interno, la chiave è conservata da una famiglia islamica.
Poi il grande mausoleo ebraico della Memoria di Yad Vashem che ricorda la Shoah, la toccante visita al padiglione che ricorda il milione e mezzo di bambini uccisi, i cui nomi riecheggiano mentre nel buio si cammina, il "giardino dei giusti" che hanno salvato ebrei nel mondo, ma nessun messaggio di perdono.
Partendo, portando nel cuore quanto in questo pellegrinaggio ho vissuto, ricevuto, le persone che ho avuto l’occasione di conoscere, mi viene in mente la frase di Gesù, riportata da Luca, letta alla Dominus Flevit: "Quando fu vicino, alla vista della città, Gesù pianse su di essa, dicendo: -Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace...".
Quando Gerusalemme e i suoi abitanti, di qualsiasi popolo e religione siano, potranno convivere in pace?

Riscoprire la propria fede in un paese ricco di contraddizioni
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