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Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori

Rileggendo la preghiera insegnata da Gesù  è possibile affrontare  gli interrogativi che nascono dal nostro vissuto  anche in un periodo come l’attuale /7

Parole chiave: Padre nostro (8), preghiera (21), analisi (9)
Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori

La quinta petizione del Padre Nostro, Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, ripropone il grande tema del perdono, molto complicato da un punto di vista esistenziale. Il "come" conferisce alla richiesta un valore molto più pregnante, in quanto la remissione da parte di Dio degli errori del discepolo è strettamente collegata o dipendente dal perdono che questi è disposto a concedere per i torti altrui. Nella versione matteana, inoltre, la terminologia che ricorre è "debito", "debitore" e non "peccato", "peccatore" come in quella lucana. Sulla base di questa sovrapposizione di significati la "teologia della liberazione" ha ritenuto che andassero condonati tutti i debiti dei Paesi poveri verso quelli ricchi. In qualche misura, da un punto di vista filologico la richiesta interpretata in questo modo ha un certo diritto di cittadinanza. Questa preghiera contiene in sé una di-namica, un risvolto esistenziale, concreto, relazionale, storico e sociale. Se la si intende come un atto spirituale e ascetico si esce dall’orizzonte del vangelo.
Non si può capire la richiesta Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, senza ricorrere alla tradizione biblica dello Yom Kippur o "giorno dell’espiazione" (Lv 16):  ogni anno Israele doveva chiedere a Dio il perdono per i peccati commessi: quelli contro Dio e quelli contro gli altri. Per questi ultimi,  era anche richiesto che il perdono fosse direttamente accordato dal fratello offeso. La versione del Vangelo di Matteo, che mostra maggiormente il rapporto di causa ed effetto, tra perdono interpersonale e perdono da parte di Dio del peccato stesso, è più congenita alla tradizione religiosa ebraica. Non è quindi un’invenzione di Gesù vincolare il peccatore alla remissione del peccato altrui.
Se si vuole ottenere il perdono di Dio si devono perdonare le offese ricevute dagli altri. Nel rito dello Yom Kippur Aronne e quindi i suoi successori dovevano offrire alcuni sacrifici, tra cui quello del "capro espiatorio" e quello del "capro emissario", un animale  mandato nel deserto, trasportando così tutti i peccati di Israele fuori dal territorio.
Questo rito contrasta con lo stile di Gesù che in maniera immediata dice: "Ti sono rimessi i tuoi peccati". Nella teologia ebraica solo Dio poteva perdonare il peccato. Nel racconto del paralitico, si racconta che egli venne portato davanti a Gesù e che la gente si aspettava che egli compisse una guarigione, così da poter dimostrare la sua capacità taumaturgica, la sua forza terapeutica.
Salito su una barca, passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso sul letto. Gesù vedendo la loro fede disse al paralitico: "Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati". Allora alcuni scribi dissero fra sé: "Costui bestemmia". Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: "Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile dire "Ti sono perdonati i peccati", oppure dire "Alzati e cammina"? Ma perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Alzati - disse allora al paralitico - prendi il tuo letto e va a casa tua" (Mt 9, 1-7).
Gesù non si interessa in prima battuta alla malattia dell’uomo e va subito al problema fondamentale, che è quello della remissione dei peccati.  Il problema del paralitico è non tanto il limite fisico, quanto la sua vita spenta. Gesù aveva capito che l’uomo si trovava in una situazione di chiusura nei confronti dell’esistenza. Il suo fisico, effettivamente menomato, condizionava la sua vita psichica. La sua impotenza, l’essere completamente dipendente dagli altri l’avevano portato a sentire che la sua vita non aveva più senso: questo è il peccato commesso dal paralitico. Gesù è venuto a liberare da questo senso di frustrazione.
Le parole di Gesù al paralitico fecero arrabbiare gli scribi e i farisei. Inoltre era solida convinzione che nessun uomo avesse la facoltà di rimettere i peccati perché solo Dio lo poteva fare. Gesù è stato preso per un ciarlatano o un bestemmiatore, perché si era arrogato un ruolo che era soltanto divino. Evidentemente non rispettava le tradizioni, le regole, le liturgie. Il peccato non era inteso da Gesù tanto come infrazione commessa nei confronti della Legge, quanto come distruzione della vitalità personale, quando ci si rinchiude in se stessi, privi di stimoli, accasciati per situazioni angoscianti, si comincia a ignorare gli altri: questo è il vero peccato che Gesù è venuto a perdonare.
Un testo sapienziale, tratto dal Libro del Siracide, contiene parole illuminati sul tema del perdono, che così non risulta una novità introdotta da Gesù, ma è una direttrice che attraversa tutto l’Antico Testamento.
La sapienza non è appannaggio specifico del solo popolo di Israele che riceve la rivelazione particolare da parte di Dio, ma, essendo trans-culturale, intercetta visioni di mondi diversi: quello egiziano, quello babilonese, quello assiro. Questo testo del Siracide, che non appare specificamente ebraico, ma trans-culturale, è il più evoluto sul tema del perdono, spalancando le porte al Nuovo Testamento.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? (Sir 28,1-3).
Il termine "guarigione" risulta estremamente ambiguo. Si intende quella psichica, interiore o quella fisica, esteriore? L’ambivalenza rimane. In ogni caso chi è in conflitto con un suo simile non può attendersi una guarigione, di qualunque genere sia. Se si nutre rancore, odio, volontà di vendetta, le richieste rivolte a Dio non verranno né ascoltate né tanto meno esaudite. La domanda retorica nel testo è molto efficace. Non si può osare chiedere nulla a Dio se nel cuore alberga un senso negativo di rivalsa
Nel Vangelo di Matteo Gesù viene annunciato come l’Emmanuele, che significa Dio con noi, e sulla base del suo nome egli viene identificato come colui che salverà il popolo dai suoi peccati (Mt 1, 21). Questa interpretazione del nome è data dall’etimologia secondo cui yeshû’âh ha come radice il verbo "salvare". Si afferma che Gesù non è un nome qualsiasi, ma ha una portata programmatica in relazione alla sua specifica missione: egli è venuto a togliere le negatività che impediscono il liberarsi della vita. Quando si compie del male nei confronti degli altri è perché non si sta bene con se stessi. Va compresa perciò l’origine dei torti fatti agli altri e la difficoltà di perdonare quelli subiti. I diktat moralistici sono inutili. Può darsi che si arrivi a perdonare, ma con un titanico sforzo etico, mentre il perdono dovrebbe traboccare dal di dentro.
 Per illustrare il legame che la petizione del Padre Nostro istituisce tra la remissione dei peccati da parte di Dio e quella tra gli uomini, nel discorso ecclesiale del Vangelo di Matteo viene riportata la cosiddetta parabola del re e dei due servi (Mt 18, 23-35). La comunità cristiana  riflette una situazione di stasi. Se la comunità della prima ora era entusiasta, con l’andare del tempo vedeva venir meno questa energia. Il continuo frequentarsi suscitava insofferenza per i difetti e le mancanze altrui. L’autore  fa parlare Gesù con un discorso che verte sul problema del peccato che in questo caso è mancanza reciproca, tensione, prevaricazione. L’allocuzione viene interrotta da Pietro che pone a Gesù una domanda.
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette" (Mt 18, 21-22).
La disponibilità a perdonare sette volte, numero eminentemente simbolico di completezza e totalità, rivela la grande disponibilità del discepolo, ma la sua posizione non è in piena sintonia con quella di Gesù. Egli è su una linea completamente diversa da quella che oggi un pastore assumerebbe di fronte a una comunità attraversata da conflitti, che cercherebbe di convincere i credenti a essere più buoni, più corretti. Inviterebbe ad attenersi alla morale. Gesù invece si situa in un’altra prospettiva,  ro-vescia il punto di vista, dicendo a quelli che hanno subito torti di perdonare coloro che li hanno compiuti. Non è quindi chi sbaglia che deve correggersi, ma è l’offeso che deve tollerare, comprendere, amare, accettare.
A un’apparente logica razionale la proposta lascia piuttosto scettici. Gesù quindi racconta una parabola. Il racconto è costruito con una retorica perfetta, strutturata come un gioco di ruolo. Le due scene iniziali sono simmetriche tra loro. Nella prima il re è il creditore e un servo il debitore, nella seconda il debitore diventa a sua volta un creditore nei confronti di un altro servo. Nella terza, quella conclusiva, il comportamento del primo servo, in realtà un uomo di fiducia, una sorta di ministro, viene smascherato. Il debitore si era comportato in un certo modo, ma quando i ruoli si invertiranno, come reagirà?
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti (Mt 18, 23-24).
È una somma enorme, praticamente non risarcibile.
Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito (Mt 18,25-27).
Il creditore era ben cosciente che dalla vendita degli schiavi avrebbe ricavato pochissimo, che il servo non avrebbe mai potuto restituirgli il denaro prestato. Così decide di condonargli il debito.
Appena uscito quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò" (Mt 18,28-29).
Le parole di impetrazione di questo debitore sono le stesse pronunciate dal suo "collega".
Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito (Mt 18,30).
Al contrario della precedente, la cifra è esigua. Si tratta di circa due o tremila euro.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello (Mt 18, 31-35).
Alla fine di questo percorso, che non è soltanto narrativo, ma intellettivo ed esistenziale, quale ascoltatore o lettore può porre obiezione alla proposta di Gesù? Le argomentazioni umane per dire che è un idealista nell’esortare a un perdono senza limiti, dopo aver ascoltato la parabola non hanno più senso. Questo è il migliore commento alla petizione del Padre Nostro: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.
Il racconto evoca tre momenti fondamentali. Il primo è quando si fa l’esperienza dell’incontro con Dio. È un’esperienza che tutti devono fare: sentirsi totalmente accolti, amati, compresi, perdonati. Il suo atto di accoglienza è al contempo di perdono.  Senza questa esperienza, non c’è percorso di fede. Nel secondo momento la pienezza della vita ricevuta da Dio, risultato del suo perdono, porta alla capacità di perdonare gli altri che vanno accettati così come sono, senza pretendere che siano diversi. Secondo un principio psicologico, solo quando ci si accetta, si è capaci di accogliere anche gli altri. Questo viene confermato anche dal Vangelo, quando Gesù dice: "ama il prossimo tuo" non in maniera assoluta, ma "come te stesso", invocando così il principio di proporzionalità. Quando si fa l’esperienza del Dio dell’amore e del perdono, immediatamente si è capaci di accogliere gli altri, di accettarli con tutti i loro limiti, a volte anche con le loro cattiverie. Nel terzo momento, quello escatologico, si incontrerà nuovamente Dio, non più nella fede come adesso, ma si verrà accolti di nuovo da Lui, faccia a faccia, ricevendo ancora il perdono per tutti gli errori commessi. Se il percorso passa prima per l’esperienza storica dell’incontro con Dio, poi attraverso le relazioni con gli altri, nella dinamica dell’accoglienza, è garantito che gli errori verranno alla fine perdonati da Dio. La fede mo-difica la psiche e rende persone che sanno accogliere l’altro, che lo accettano per quello che è. Senza un autentico incontro con Dio, invece, la riconciliazione è una scalata morale estremamente ardua.
Quando si prega: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, si invoca quella forza di vita concessa da Dio, per cui gli errori, che gli altri possono commettere nei nostri confronti, non ledono più profondamente, perché la consistenza della vita è diversa. Il perdono non è così il risultato di uno sforzo etico, non nasce da un sacrificio che imponiamo a noi stessi, da uno slancio ascetico. La forza del perdono - in maniera innata - deriva dall’aver ricevuto la vita di Dio. Se non si vive questa esperienza religiosa si sarà sempre incapaci di perdono e, anche quando si riuscirà a concederlo, esso richiederà uno sforzo sovrumano e sempre, in qualche maniera, insufficiente. Se c’è la forza della vita di Dio, di gran lunga superiore a tutte le negatività con le quali gli altri vorrebbero contagiarci, allora esse verranno superate.
La petizione: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori, va pregata in questo senso: accogliere la forza vitale di Dio dentro di noi che porta a relativizzare le offese altrui. Il perdono è consequenziale al nostro rapporto con Dio. Spesso si identifica il Vangelo con l’annuncio dell’amore familiare, tuttavia quest’ultimo è intrinsecamente naturale e il Vangelo ha poco da dire in questo campo. Se infatti non si riesce ad amare le persone che ci amano, significa che ci sono dei problemi psicologici. Qual è allora la cartina di tornasole per capire se si riesce ad amare?
Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano (Mt 5,44).
La preghiera deve diventare il luogo dove si guarda con verità ai rapporti che si vivono, soprattutto quelli conflittuali. In primo luogo perché nella preghiera, intesa come relazione vitale con Dio, non si può barare, come spesso avviene nelle relazioni interpersonali. In secondo luogo perché essa diventa lo strumento per individuare strategie di riconciliazione nei conflitti.
Quando il discepolo pronuncia le "parole" del Padre Nostro: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, prima di tutto si impegna ad accogliere la forza vitale di Dio, ma anche a trovare piste di riavvicinamento per andare incontro al nemico. La preghiera pertanto richiede anche una buona dose di creatività, per poter escogitare vie di riconciliazione e di pace.
Sembra quasi che non sia sufficiente la semplice petizione all’interno della preghiera, perché Gesù ritorna sulla questione in maniera insistente. Al termine del Padre Nostro egli prosegue il suo discorso così:
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro, che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe (Mt 6,14-15).
Ci sono altre parole risolutive in questo senso, da parte di Gesù:
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono (Mt 5, 23-24).
Il caso portato non è quello di chi ha qualcosa contro un fratello, ma al contrario quello di chi ha qualcosa contro di noi. Se mancano i presupposti del perdono e della riconciliazione, ogni liturgia sarà solo un rito senza forza.
Se nella preghiera non si chiede a Dio di donarci la sua vita, cosa si può chiedere? A Lui si rivolgono tante richieste, ma ci si dimentica di pregare per ricevere la sua vita, che è la sola cosa che Dio promette di donarci. La forza di vita, scaturigine di perdono e di riconciliazione, appartiene alla dinamica della risurrezione. Al Getsemani i discepoli hanno abbandonato Gesù, in qualche maniera tradendolo (Mt 26, 56), ma da Risorto egli li raggiunge riconciliandosi con loro (Mt 28, 10). La forza del perdono è manifestazione della forza della risurrezione, che scaturisce da ognuno di noi per cambiare i rapporti nella storia umana.

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