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Riconciliazione e perdono

"Lo Stato ha fatto il suo lavoro, ma anche la Chiesa ha svolto il suo compito nel conciliare le genti, aiutandole a superare ciò che è stato. Non era facile, perché c’erano tante ferite non solo fisiche ma nel cuore"
Intervista a monsignor Anaclet Mwumvaneza, vescovo della diocesi di Nyundo, in Rwanda

Parole chiave: Rwanda (3), monsignor Anaclet Mwumvaneza (1)
Riconciliazione e perdono

Negli scorsi giorni è stato ospite della nostra arcidiocesi monsignor Anaclet Mwumvaneza, vescovo della diocesi di Nyundo, in Rwanda.
Nel corso della sua visita abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo e parlare con lui del suo Paese, che ha conosciuto un passato difficile, martoriato, ma che ora abbiamo scoperto vivere una nuova armonia e fratellanza, punto di forza verso un futuro caratterizzato da un cammino fatto di condivisione.

Monsignor Mwumvaneza, vorrei innanzitutto fare con lei il punto della situazione sullo "stato di salute" della società del suo Paese. Usciamo tutti da due anni molto complicati, che hanno messo in ginocchio tanti lavoratori generando nuove povertà. Anche voi avete riscontrato nuovi problemi?
La situazione in Rwanda, durante la pandemia da Covid 19, ha effettivamente rispecchiato quella degli altri Paesi ma il nostro Governo ha cercato di fare tutto il possibile per aiutare la popolazione, affinché le persone non si ammalassero e sono state da subito messe in atto tutte le misure precauzionali per bloccare il dilagare della malattia.
Il governo soprattutto ha fatto in modo di trovare i vaccini - l’unico modo per poter fermare questa pandemia - per tutti i ruandesi, non solo per i "ricchi e potenti" ma per tutta la popolazione anche i poveri sono stati vaccinati.
La campagna vaccinale sta andando molto bene, siamo quasi alla fine della somministrazione della dose booster. Abbiamo avuto malati ma fortunatamente i morti non sono stati moltissimi. Direi che il Rwanda ha fatto il suo cammino di uscita dalla pandemia in maniera positiva.
Per quanto riguarda l’aspetto sociale, anche da noi nella prima fase pandemica tutto è stato bloccato: negozi, uffici, scuole, anche le chiese, per evitare la diffusione dei contagi.
L’economia ne ha risentito, oggi stiamo pian piano riprendendo il giusto ritmo e speriamo di riuscire quanto prima a "riempire i buchi" che nel mentre si sono creati.
Il Rwanda non è un Paese ricco e ci sono persone che guadagnano solo ciò che basta per il pane quotidiano. Dovendo rimanere a casa, in molti hanno avuto il problema non avere qualcosa da mangiare.
Come Chiesa abbiamo quindi cercato di chiedere alla gente di buona volontà di pensare ai poveri che non hanno nulla, ci siamo organizzati in modo che - a partire dalla Caritas nazionale, scendendo a quelle diocesane, parrocchiali, fino alle comunità ecclesiali di base - si creasse una rete e abbiamo così raccolto tante cose da mangiare, che abbiamo distribuito tra i poveri. Va detto che anche il governo ha fatto molto affinché nessuno morisse di fame, ognuno ha potuto essere aiutato.

Poco fa parlava del vostro intervento come Chiesa accanto allo Stato per arginare le difficoltà. Quali linee avete seguito e in che modo vi siete messi a disposizione?
Come Chiesa abbiamo dato una mano, cercando di spiegare alle persone come comportarsi (lavarsi bene le mani, indossare le mascherine, mantenere le distanze interpersonali...) con un’azione di informazione soprattutto nelle zone più lontane dalle città, dove non veniva compresa la gravosità e il diffondersi della malattia, la credevano una malattia "dei ricchi". Abbiamo quindi assunto questo impegno informativo per spiegare che la malattia colpiva tutti, era pandemia appunto, non solo certe classi sociali.
Come Caritas nazionale abbiamo poi fatto in modo di avere tutti i dispositivi necessari nei nostri centri ospedalieri - in Rwanda circa il 30% dei centri sanitari sono gestiti dalla Chiesa - e attraverso una grande collaborazione con la CEI abbiamo ricevuto ben 300.000 euro per acquistare materiali e dispositivi necessari, che abbiamo distribuito su tutto il territorio nazionale.

Guardando proprio alla società rwandese, sono passati oggi 28 anni dai terribili giorni del Genocidio. Quali sono oggi i rapporti e com’è la strada verso la riconciliazione?
Dopo quello che è successo nel 1994, con il genocidio dei Tutsi e degli Hutu ma anche con tutte le persone che sono fuggite dal Paese, il Ruanda era quasi totalmente distrutto.
Siamo sostanzialmente ripartiti da zero e guardando ad oggi, a quale punto siamo, siamo contenti che il Paese sia stato rimesso in ordine.
Riconciliazione e perdono: sono stati qualcosa di veramente importante.
Lo Stato ha fatto il suo lavoro, ma anche la Chiesa ha svolto il suo compito nel conciliare le genti, aiutandole a superare ciò che è stato. Non era facile, perché c’erano tante ferite non solo fisiche ma nel cuore. Abbiamo però svolto un lavoro importante, Stato e Chiesa insieme, soprattutto nelle strutture di "Giustizia e Pace".
Nel Paese c’è infatti una Commissione episcopale di Giustizia e Pace, che lavora anche a livello diocesano e parrocchiale; tutto questo lavoro ha fatto sì che, piano piano, si riuscisse a far capire alla gente che siamo tutti rwandesi, tutti figli di Dio, dobbiamo vivere insieme, senza distinzioni e divisioni. Oggi il lavoro svolto si vede e direi che siamo al 90% della pacificazione, del vivere insieme.
Ad oggi ci sono alcune persone che hanno ammesso la loro parte nel genocidio; sono state in prigione, lì hanno riconosciuto le loro colpe e, una volta uscite, hanno voluto incontrare le famiglie dei sopravvissuti e delle vittime; hanno incominciato a dialogare, a tendersi la mano.
Tutto questo è qualcosa di incredibile, un passo stupefacente se si pensa a com’era la situazione 28 anni fa.
Sono grandi segni di distensione.

In Rwanda sono presenti fedeli di molte confessioni - protestanti, evangelici, musulmani, animisti… -. Come sono i rapporti, la convivenza tra le varie fedi? Come si lavora insieme?
Non ci sono problemi da questo punto di vista. Nel Paese sono presenti i Protestanti, gli Islamici, animisti invece oggi sembra essercene pochi. I Cattolici sono i più numerosi, attorno al 50% della popolazione.
I rapporti sono molto buoni, non c’è nessuna tensione tra le varie confessioni: ci incontriamo spesso tra esponenti delle varie fedi, senza paure, senza vergogne, senza sensi di superiorità; c’è pace e armonia e ci invitiamo spesso alle rispettive celebrazioni.
A livello nazionale c’è anche un Forum che unisce tutti i capi delle principali confessioni presenti nel Paese - c’è un vescovo cattolico, un pastore protestante, un imam... - e se ci sono dei punti da discutere insieme si organizza un meeting e ci si incontra per parlare. La stessa esperienza è riportata anche a livello diocesano e parrocchiale.
Inoltre le confessioni sono spesso gestori degli istituti scolastici, pertanto ci si incontra frequentemente anche per parlare di educazione, scolarizzazione, di giovani e bambini. Non da ultimo, spesso le scuole di una fede sono frequentate da ragazzi di altre confessioni - le nostre scuole cattoliche, ad esempio, sono frequentate anche da ragazzi musulmani - pertanto è importante l’incontro.
Stessa cosa per le Caritas, che sono cattoliche ma aiutano tutti nel Paese, indistintamente.
Nella parte di Africa che si trova a sud del deserto del Sahara, il modo di vivere e di collaborare tra le religioni non è comparabile con quello dell’Africa del Nord, dove invece ci sono purtroppo spesso delle tensioni.

Monsignore ormai siamo avviati lungo la strada che ci porterà verso il Sinodo. Come si sta preparando e come sta vivendo da Chiesa rwandese questo cammino?
Anche noi siamo in cammino e ci prepariamo al Sinodo seguendo le indicazioni che ci ha dato il nostro papa Francesco.
Abbiamo ricevuto il questionario, che abbiamo provveduto a diramare nelle nostre diocesi, nelle parrocchie, nelle comunità di base ma anche nei laboratori sociali, ai disoccupati, a diversi gruppi che uniscono persone anziane, giovani…
Abbiamo poi voluto inviare il questionario anche alle altre confessioni: cerchiamo di parlare con loro per sapere come vedono la Chiesa Cattolica, che cosa chiedono - per esempio - di cambiare nella relazione con loro, cosa mantenere, dove concentrarci...
Non abbiamo ancora organizzato il rapporto di tutto questo, stiamo raccogliendo i diversi contributi e speriamo possano dare molti spunti positivi.

Proprio in un’ottica sinodale, che apporto può dare alla Chiesa universale un rapporto come quello che, negli anni, si è creato tra le nostre Chiese e le nostre diocesi? Possiamo in qualche modo essere un esempio?
Io ritengo che il Papa abbia fatto molto bene a proclamare questo Sinodo universale: i singoli Sinodi esistono ma pensare a un unico Sinodo, di tutto il mondo, vuol dire che metteremo insieme i valori.
Ogni continente ha i suoi valori positivi e i suoi lati negativi; penso che il mettere tutto questo insieme permetterà alla Chiesa di vedere i problemi e al contempo quali soluzioni possono essere apportate, sentendo che siamo una Chiesa unica. Trovo che il papa abbia visto lontano nel cercare di farci sentire insieme.
Per esempio la Chiesa dell’Europa - come la Chiesa d’Africa e ogni Chiesa del mondo - ha i suoi problemi; uno di questi è la mancanza di vocazioni e di perdita della fede. Invece la Chiesa in Africa presenta una situazione opposta: abbiamo tante vocazioni, sono in aumento, idem i fedeli, che sono tanti e in aumento. Quindi, se mettiamo tutto questo insieme, la Chiesa africana può portare un aiuto alla Chiesa in Europa. È un modo per crescere insieme, per aiutarci a vicenda.
La collaborazione che c’è con i nostri sacerdoti, che vengono ospitati dalla vostra diocesi di Gorizia per studiare e aiutare nelle parrocchie con la pastorale, entra proprio in questo quadro. Venendo qui vedono, osservano, aprono qualcosa di sé verso il nuovo, apprendono qualcosa di diverso, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle parrocchie.
Da entrambe le parti c’è una richiesta, c’è un vero interscambio.

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La scheda

Monsignor Anaclet Mwumvaneza è nato il 4 dicembre 1956 a Murambi, parrocchia di Rulindo, nell’arcidiocesi di Kigali. Ha frequentato le scuole primarie a Rulindo (1963-1969), per passare poi al Seminario minore Saint Léon di Kabgayi (1969-1973). All’età di 25 anni è stato accolto nel cosiddetto Séminaire des Aînés di Kabgayi. Dopo 4 anni di formazione è entrato nel Seminario Propedeutico di Rutongo, nell’arcidiocesi di Kigali (1984-1985), per completare poi gli studi di Filosofia (1985-1987) e Teologia (1987-1991) nel Seminario maggiore di Nyakibanda, nella diocesi di Butare.
È stato ordinato sacerdote il 25 luglio 1991 per l’arcidiocesi di Kigali. Dopo l’ordinazione ha ricoperto i seguenti incarichi: 1991-1992: Vicario parrocchiale ed economo a Kabuye; 1992-2000: Parroco della parrocchia Sainte Famille a Kigali; dal 1993 membro del Consiglio dei Consultori e del Consiglio finanziario nell’arcidiocesi di Kigali; 2000-2004: Studi a Roma, con un Dottorato in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Gregoriana; 2004-2005: Parroco di Kicukiro e professore invitato di Diritto Canonico nel Seminario di Nyakibanda; 2005-2013: Direttore diocesano della Caritas e Presidente della Commissione "Giustizia e Pace" per l’arcidiocesi di Kigali; 2013: nominato Difensore del Vincolo al Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano di Rwanda; dal 2013: Segretario Generale di Caritas Rwanda.
Monsignor Mwumvaneza è stato a Gorizia, ospite della nostra diocesi, anche nel febbraio 2020.
Venne ospitato a Monfalcone, dove si trovavano don Jean Marie Hodali, che studiava Economia a Trieste, e don Jean-Baptiste Karogoya, che lavorava al Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e visitava sempre Monfalcone nel suo periodo di vacanza.
G.B.

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