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Quel senso di prossimità che manca nelle comunità

A colloquio con don Marc Arthur Perreti, della Costa d’Avorio, in Italia per studio e ospite della parrocchia della Beata Vergine Marcelliana di Monfalcone

Parole chiave: Marc Arthur Perreti (1), missione (49), Costa d'Avorio (15), Marcelliana (14)

Dopo aver fatto la conoscenza - attraverso le pagine del nostro settimanale - di padre Jeanmarie, ospite alla parrocchia della Beata Vergine Marcelliana di Monfalcone, incontriamo oggi Marc Arthur Perreti, sacerdote trentenne dalla Costa d’Avorio, anche lui ospite nella medesima parrocchia. In Italia da soli 4 mesi, oltre a parlare già un ottimo italiano, si è già fatto una prima idea delle differenze principali tra le due Chiese - una più "antica", l’altra ancora in pieno divenire - e le abbiamo discusse insieme.

Marc, come sei arrivato qui a Monfalcone e quali studi hai deciso di intraprendere qui in Italia?
La decisione è stata presa dal mio vescovo, che ha ritenuto opportuno mi specializzassi in Europa. All’interno della collaborazione tra la Diocesi di Yamoussoukro e la Diocesi di Gorizia è stato concordato il mio arrivo a Monfalcone e la mia iscrizione alla Facoltà Teologica del Triveneto, a Padova, dove studio Teologia Spirituale.

Di cosa ti occupavi invece in Costa d’Avorio?
Diciamo che sono un sacerdote "fresco", lo sono da soli due anni - il 30 gennaio compirò il mio terzo anno di sacerdozio -. Uscito dal seminario sono stato mandato in una piccola parrocchia, Sant’Anna a Bocanda, dove ho passato tre anni, prima come diacono e poi come sacerdote. Lì eravamo in tre, un parroco e due vicari, e io mi occupavo di pastorale giovanile e della catechesi, anche nei villaggi, che comprendono 83 comunità che gravitano attorno alla parrocchia.

Come hai scelto la strada del sacerdozio?
Direi che sono praticamente nato nell’ambito della spiritualità, perché sin da piccolo ho frequentato l’Opus Dei - a Yamoussoukro è presente una grande comunità -. Da quando ero bambino, insieme alla mia famiglia e alcuni amici, ho frequentato questi sacerdoti spagnoli, sono cresciuto nell’ambito della cristianità, pertanto quando sono diventato adulto è stata una scelta naturale, dettata dalle circostanze della vita, che mi ha portato a prendere la strada del sacerdozio.
Mi sono lasciato toccare dalla Fede per tutta la mia vita.

Come stanno andando gli studi a Padova? Li aspettavi così o stai trovando qualche difficoltà iniziale?
L’unica vera difficoltà è la lingua, perché è complicato prendere appunti e seguire gli insegnanti quando parlano in velocità. Ad ogni modo ci vuole solo un po’ di pratica, è una buona esperienza: mi sforzo di seguire con documenti, dispense, faccio tutto ciò che posso fare. Sento che andrà bene, mi sta piacendo e accolgo quest’esperienza come una grazia. Sono contento, approfitto di questa opportunità che le due diocesi mi hanno dato e mi preparo per il futuro.

Tu sei qui da poco ma ti sarai sicuramente fatto un’idea personale. Come ti sta sembrando la vita in Italia? C’è qualche differenza che proprio non ti aspettavi e ti ha sorpreso?
Già in Costa d’Avorio avevo avuto l’occasione di vivere a stretto contatto con sacerdoti stranieri, anche italiani, e durante il seminario ho avuto l’occasione di frequentare alcuni sacerdoti amici, anch’essi stranieri, pertanto quando sono arrivato in Italia, questo per me non era un mondo totalmente nuovo, ne conoscevo già alcuni aspetti e abitudini. Certo poi arrivare qui e viverci, è un’altra cosa, sono due realtà profondamente diverse.
C’è una cosa però che mi ha colpito tanto: l’indifferenza. Non dico che gli italiani siano superficiali o che siano cattive persone, ma da noi c’è un forte senso di prossimità, senso di vita insieme e calore che qui invece sento che manca. La gente è lontana, tra persone e con il sacerdote. Un esempio: la Messa finisce e i fedeli "scappano" veloci, ognuno verso la propria casa. Da noi questo non accade mai, finita la Messa ci si incontra sul sagrato, si parla, ci si racconta, anche con il sacerdote.
Nel mio interiore, quest’indifferenza mi spaventa; la Chiesa è comunità e famiglia… Mi domando anche cosa sarà della Chiesa europea, che ha portato da noi il Vangelo, quando i "capelli grigi" che oggi la popolano non ci saranno più.
A suo modo però è una Chiesa ben organizzata, che vive ancora e cerca di rinnovarsi - la stessa presenza mia e di Jeanmarie qui ne è una dimostrazione -.
Sia chiaro: non sono qui per giudicare, non sono assolutamente qui per questo; prendo solo atto di ciò che ho osservato in questi mesi.

© Voce Isontina 2018 - Riproduzione riservata
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