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Quel primo giorno di seminario...

Vent’anni fa cinque giovani della diocesi avviavano il proprio itinerario di "verifica, formazione, purificazione  e progressiva presa di coscienza" verso il sacerdozio

Parole chiave: seminario (15)
Quel primo giorno di seminario...

Vent’anni non rappresentano né un vero e proprio anniversario, né un lasso di tempo particolarmente lungo; tuttavia possono rappresentare una tappa ideale per ricordare, riflettere e abbozzare un consuntivo dei passi compiuti, delle mete intermedie raggiunte, dei tradimenti dolorosamente subiti e indirettamente o colpevolmente perpetrati. Una fase del cammino congrua per meditare sul sentiero ancora da percorrere in relazione alle intenzioni iniziali e a una missione che per sua stessa natura non può che coinvolgere un’intera vita. Una storia marginale, una fra tante, un’inezia di fronte all’enorme e cangiante mare dell’esistenza, eppure anche questa è una storia, un’appassionante avventura che da vent’anni coinvolge almeno cinque uomini.
Il 4 ottobre 1999 festa di San Francesco d’Assisi veniva inaugurato il nuovo anno del Seminario interdiocesano di Gorizia Trieste Udine, con l’Eucarestia celebrata nella chiesa di San Carlo presso il Seminario Maggiore a Gorizia, presieduta da monsignor Dino De Antoni che solamente sette giorni prima aveva ricevuto il pastorale dell’Arcidiocesi dalle mani di monsignor Antonio Vitale Bommarco.
Eravamo in cinque che, tra trentadue ragazzi distribuiti nei sei anni di Teologia, iniziavamo un itinerario di verifica, formazione, purificazione e progressiva presa di coscienza di un dono di Dio; di un progetto che trascendeva e trascende, ancora e sempre, le nostre singole persone; di una scelta fondamentale puntellata da agognate attese; di una potenziale realizzazione personale e comunitaria all’interno di un disegno dello Spirito Santo onnicomprensivo e per certi versi imponderabile.
Finita la celebrazione, dopo le comunicazioni programmatiche di don Giorgio Giordani preside della Facoltà di Teologia e l’agape fugace e fraterna, con tanto entusiasmo eppure appesantiti da domande alle quali probabilmente ancor’oggi alcuni di noi non hanno trovato un’adeguata risposta, noi cinque assieme agli altri otto ragazzi del primo biennio, affidati al rettore don Antonio Bortuzzo, abbiamo varcato il portone del Seminario di via Besenghi a Trieste, che era sormontato da uno scudo con il cartiglio che riportava profeticamente la frase: Semen germinet et increscat.
Alessandro Amodeo di Trieste, Bruno Mollicone di Udine, Dario Semino, Alessio Stasi ed io di Gorizia, muovevamo i primi passi di un esaltante e tortuoso percorso, portando con noi varie esperienze pregresse di studi universitari e di lavoro; tuttavia non avremmo mai potuto traguardare, né con il più disciplinato e rigoroso raziocinio né con la più fervida immaginazione, quale sarebbe stato poi il suo sviluppo.
Quella sera ci accoglieva la bora che aveva reso la notte tremebonda contrassegnata dal rumore dei deboli infissi percossi senza posa, là in alto, su uno dei colli di Trieste.
Prima di ritirarci nelle nostre stanze, abbiamo pregato la Compieta nella cappella al quarto piano, senza comprendere pienamente la portata di questo rito. La sensazione immediata che alcuni di noi hanno provato, che ricordano in maniera acuta e nitida, era quella di vivere in uno strano isolamento, rinchiusi in un’incomprensibile fissità temporale, in un passato asettico che non lasciava spazio ad alcuna autentica vitalità. Una vita comunitaria alla quale nessuno di noi cinque era abituato, che di primo acchito ha dato la stura a perplessità e ad atteggiamenti da parte nostra alquanto riottosi, di rigidità e di infantile dileggio di una situazione che ci sembrava assurda, ridicola, controproducente per l’anima, l’intelletto, lo spirito e il corpo.
Con il passare dei mesi la situazione purtroppo non è sensibilmente migliorata, ed era acuita dall’inevitabile scontro con i ragazzi di seconda Teologia, mediamente più giovani di noi cinque, poiché loro erano entrati in Seminario per lo più dopo il quinquennio delle scuole superiori.
Nemmeno l’arrivo del vicerettore don Stefano Goina era riuscito a stemperare una situazione di tensione crescente che si accumulava e rendeva la condivisione progressivamente più ingarbugliata. In quanto goriziani, fedeli alla storia e alla tradizione delle nostre terre, eravamo quasi inconsapevolmente chiamati a mediare tra due posizioni pressoché inconciliabili, cioè tra il carattere volitivo e la fruttuosa creatività dei triestini e il pragmatismo e la feconda semplicità dei friulani.
Compito immane e stimolante allo stesso tempo, una ricchezza multiforme incalcolabile, che però in quel frangente si manifestava per noi come un’ulteriore mancanza di un’identità forte alla quale aggrapparci, una precarietà che si palesava ferocemente in un momento in cui tutto il nostro essere era messo al vaglio e anelava a ricomporsi in una rete di nuove e reali certezze sul nostro io di fronte a Dio, alla persona di Gesù Cristo, al mondo, alla Chiesa. Nell’attuale dinamismo forsennato, vent’anni sono quasi un’intera epoca. Infatti pochi di noi allora avevano un cellulare che però pudicamente utilizzavamo di rado perché lo consideravamo ancora troppo mondano: per lo più adoperavamo il telefono a monete posizionato al piano terra a fianco della portineria.
La connessione a internet era un miraggio, quindi le relazioni si arricchivano e si consumavano esclusivamente tra di noi, nei dialoghi quotidiani e nei moltissimi silenzi, ora liberanti, ora opprimenti.
La preghiera, autentico cantus firmus delle nostre giornate, era scandita dalla Liturgia delle Ore, sui testi che ci erano stati consegnati e che sfogliando facevano lentamente emergere i ricordi, le ore di passione, di gioia e smarrimento dei presbiteri che nati al cielo li avevano lasciati in eredità al Seminario dopo una esistenza di preci, di suppliche, di struggimenti, di ringraziamenti. Il referente del Seminario per Gorizia era don Mauro Belletti che cercava di introdurci in questa realtà con fatica e determinazione, con pazienza e sollecitudine. A lui si affiancavano don Chino Raugna, don Fabio Ritossa e don Giuseppe Peressotti in qualità di munifici padri spirituali. Ulteriori pilastri della formazione erano i professori del corso di studi, tra i quali brillavano don Libero Pelaschiar di filosofia, Marco Grusovin di filosofia ed ebraico biblico, Sandra Saccon di teologia fondamentale, Alessio Perši¤ di patrologia e patristica, don Santi Grasso di esegesi del Nuovo Testamento, gli stessi don Giorgio e don Antonio di esegesi dell’Antico Testamento.
Vent’anni fa l’Arcidiocesi di Gorizia poggiava sulla testimonianza di 137 presbiteri diocesani ed eravamo in nove seminaristi; oggi siamo in 72 presbiteri e abbiamo quattro seminaristi… Nonostante tutto e a distanza di anni, ci siamo resi conto che proprio quella vita comunitaria, laddove ci appariva inutile se non addirittura dannosa, era invece irrinunciabile e preziosa, era una salutare e salvifica scuola di educazione delle emozioni e della volontà, uno strumento sopraffino per scandagliare la coscienza e svelare le nostre motivazioni profonde. Per scovare le pieghe più recondite della nostra intimità e per far emergere le dolorose contraddizioni e le concrete capacità; per rendere palesi i limiti meno evidenti e le virtù celate; per dare sostanza agli slanci generosi e una chiara origine ai venefici egoismi. Un dono inestimabile, una grande partita, una prova  foriera di speranze inaudite: il Seminario è stato tutto questo, era così ma forse avrebbe potuto, e anche dovuto, essere diverso. Oggi il Seminario com’è? Riesce a fare tesoro della sua stessa tradizione e ad aprirsi in maniera rinnovata, per suscitare e disvelare una prospettiva solida per la quale valga la pena scommettere similmente a Maria la propria umanità per il Padre, per Suo Figlio nostro fratello, con le donne e gli uomini di oggi, fuori e dentro a una rinnovata e autentica Ecclesia?

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