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Pietro Cocolin: nella storia dei vescovi goriziani

50 anni fa la consacrazione ad Aquileia di un sacerdote diocesano. Lunedì 4 settembre alle ore 11 nella basilica di Aquileia sarà  celebrata una messa di ringraziamento nel 50° della consacrazione dell’arcivescovo mons. Pietro Cocolin. L’iniziativa è dei sacerdoti che ebbero la ordinazione sacerdotale nel tempo del suo ministero in diocesi (1967-1982).

Parole chiave: mons. Pietro Cocolin (4), 1967 (2), basilica di Aquileia (15)
Pietro Cocolin: nella storia dei vescovi goriziani

In molti ricordiamo la particolare atmosfera, l’attesa e l’ansia - cinquanta anni fa - per la nomina e poi la consacrazione del nuovo vescovo di Gorizia: il quattordicesimo sacerdote sulla cattedra dei santi Ilario e Taziano, martiri e santi aquileiesi. Era il 1967, domenica 3 settembre. Dalle dimissioni del predecessore, l’arcivescovo patavino, monsignor Andrea Pangrazio (1909-2009)segretario della Conferenza episcopale italiana, c’era aria di novità. Due i riferimenti. Intanto il predecessore in cinque anni a Gorizia aveva dimostrato e speso notevoli capacità che gli consentirono di svolgere alla grande altri ruoli non facili; ma, in primo luogo, perché si aspettava la nomina del nuovo vescovo, la prima dopo il Concilio Vaticano II.
Due dati che meritano attenzione. In particolare, la conclusione dell’evento conciliare non poteva che far riandare alla mente il rapporto tra vescovo e chiesa locale; tanto, infatti, era messo in discussione anche dal punto di vista del linguaggio teologico e pastorale. Anzi, pastorale e teologia ritornavano ad essere non solo unite, ma la stessa cosa. Effetto straordinario del Concilio. La nomina del nuovo vescovo metteva in luce il legame tra vescovo e chiesa locale, la diocesi: la scelta, si diceva con autorevole capacità di comprensione, non poteva che essere prima di tutto all’interno della stessa chiesa, dove un figlio poteva essere chiamato a servire nella paternità di vescovo. Nella consapevolezza che ogni vescovo è vescovo per  la Chiesa universale.
Del resto, questo legame, è nel cuore della diocesi goriziana. Non solo al tempo della chiesa aquileiese ma anche dopo la fine del patriarcato e la costituzione della diocesi di Gorizia. Infatti, i preti goriziani erano stati ritenuti validi per svolgere il ministero episcopale in casa e fuori casa. Il Seminario teologico centrale - e le altre istituzioni con le quali esistevano forme di collaborazione - era stato culla dove sono nati e si sono formati degni presbiteri per il servizio episcopale. L’istituzione seminario teologico, del resto, nel Novecento aveva scelto un sacerdote, don Luigi Fogar, “goriziano” a tutti gli effetti, per essere vescovo amato a Trieste e Capodistria. Anche se i tempi della storia difficile del suo servizio alla città regionale erano lontani, la fama della sua vita e della sua opera fra i sacerdoti diocesani era viva; come del resto era altrettanto vivo il rammarico per una sua mancata riconoscenza e riabilitazione. In particolare la città di Gorizia aveva nel cuore don Luigi, insegnante del seminario e animatore dei gruppi giovanili nella fase pre e dopo la Grande Guerra, prima della sua nomina a vescovo di Trieste.
Dunque, un prete diocesano alla guida della Chiesa di Gorizia, restava fra le possibili attese e tra le motivazioni di una scelta imminente. Scelta che veniva a conclusione del servizio pastorale di mons. Pangrazio, conoscitore e difensore delle peculiarità della Chiesa goriziana dalla segreteria del vescovado di Padova e dagli altri incarichi che lo vedevano protagonista fra il clero della regione pastorale del Nord-est.
Mons. Pangrazio, poi, aveva a cuore due dati. Lui, più tardi, li definiva così: non era più pensabile (e credibile) l’esistenza (o il rinnovarsi della tradizione) del vescovo-conte, figura impensabile per i nuovi tempi del Concilio appunto, ma altrettanto improbabile era anche del semplice rinnovarsi di figure prefettizie, esterne comunque alla tradizione diocesana e non. Dunque era tempo per un vescovo-pastore. Oggi si direbbe con una buona formula “che sente l’odore delle pecore”.
L’arcivescovo Pangrazio, in secondo luogo, aveva dedicato i cinque anni di ministero diocesano a raccogliere per certi versi i fermenti presenti sul territorio a livello culturale (ICM per tutti, con insieme numerose altre sensibilità a livello ecclesiale e laicale) e politico (avvicinamento dei due Comuni sul confine) ma anche una serie di esigenze sociali e di sviluppo economico. Una lettura ed una guida intelligente da parte di un uomo che per settimane ha partecipato al Concilio prima e poi lavorato alla costituenda segreteria della Conferenza episcopale (ed anche alla visita pastorale ai conventi cappuccini in Italia): i temi conciliari sono stati argomento di incontri con i sacerdoti ed il laicato ma anche del seminario, dove settimanalmente mons. Pangrazio ebbe modo di illustrare l’andamento dei lavori e soffermarsi su diversi aspetti; soprattutto sono stati argomento per concentrare l’attenzione della Chiesa diocesana con omelie e riflessioni.
Inoltre, nei mesi dei saluti prima della partenza per Roma, mons. Pangrazio - anche con la collaborazione di alcuni centri ed istituzioni cittadine - ebbe modo di mettere a punto un vero e proprio programma culturale e pastorale, come si può leggere nelle pubblicazioni diocesane e in quelle a cura del centro culturale Rizzati. La sua intuizione ha fatto emergere nuove iniziative in risposta alle tematiche giovanili in generale  ed alle questioni del mondo del lavoro.
A tutto questo, ed altro, occorreva dare spazio e, soprattutto, mettervi a capo qualcuno che potesse vivere dall’interno la vita diocesana che, già cinquanta anni fa, presentava elementi di novità con situazioni diverse e segni di trasformazioni in atto e di cambiamenti prevedibili. La prospettiva ecclesiale dei “segni dei tempi”, non poteva non prevedere la ipotesi seria e concreta di una guida della Chiesa diocesana da parte di un sacerdote figlio di questa chiesa ed al quale domandare di farsi padre e pastore. Il clero per formazione e capacità forse poteva esprimere più di una personalità, fra le quali la scelta cadde su un giovane parroco-decano, originario di un paesino della Bassa friulana (Saciletto), non il primo della classe in un gruppo di sacerdoti con votazioni scolastiche eclatanti al liceo ed in teologia; diventato cooperatore a Cormons e, poi, parroco prima a Terzo d’Aquileia e decano dal 1955 al 1966 ad Aquileia; solo da un anno, il candidato prescelto, monsignor Cocolin, aveva assunto la responsabilità della parrocchia più grande della diocesi, S.Ambrogio a Monfalcone.
Con l’elezione prima e poi con l’annuncio, il 26 giugno 1967, la nomina venne accolta con grande entusiasmo e simpatia. E altrettanto intensi sono stati i due mesi che hanno preparato - domenica 3 settembre, la consacrazione nella basilica di  Aquileia per mano del cardinale presidente della Cei, il patriarca Giovanni Urbani, presenti e consacranti il vescovo di Trieste mons. Santin e l’amico personale mons. Pizzoni, friulano, vescovo ausiliare ad Udine. Così la diocesi goriziana - a distanza di oltre 40 anni - ha avuto il secondo vescovo nel Novecento.
La giornata scelta - domenica 3 settembre, primi giorni di un mese assolato e caldo, in una basilica amata come non mai dal candidato e strapiena come mai si ebbe a vedere fatta eccezione per la visita brevissima di Paolo VI (16 settembre 1972) - è stata straordinariamente festosa e partecipata: ogni comunità ha partecipato con i suoi rappresentanti alla solenne celebrazione in un’atmosfera di autentica ecclesialità come evidenziano le bellissime immagini del tempo. La festa durò fino a tardi con grande e festosa partecipazione della gente di Aquileia che si riconobbe nel suo parroco diventato vescovo, rendendo visivamente concreta la prospettiva di una Chiesa, comunità e comunione, che esprime anche il pastore che diede al suo progetto un titolo impegnativo “Nel nome di Cristo”.

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