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Perché il male?

La pandemia con gli occhi della fede (2)

Parole chiave: pandemai (1), Chiesa (35)
Perché il male?

Nel primo articolo abbiamo concluso con domande cruciali per la nostra fede e che, come credenti, non possiamo eludere, anche per saper dare al mondo "ragione della speranza che è in noi".
Esse si possono così riassumere: Perché il male nel mondo? Dov’è Dio in tutto questo?
Il problema dell’esistenza del male è in fondo il problema dell’esistenza stessa di Dio. Sono realtà che stanno insieme e s’illuminano insieme. Una religione, un’ideologia, una filosofia che non affronta questo problema non potrà mai soddisfare pienamente gli interrogativi ultimi dell’uomo. Nessuna religione ha affrontato in modo profondo il tema del male quanto il cristianesimo, tanto che il segno principale che lo contraddistingue è la croce, emblema di violenza, d’ingiustizia, di morte.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che "è l’insieme della fede cristiana che costituisce la risposta alla questione del male". (309).  
La nostra fede dice che c’è anzitutto il male che viene dal peccato degli uomini. Esso è il rifiuto consapevole del bene di Dio. Sedotto dall’inganno del diavolo, il "divisore", padre della menzogna, l’uomo pecca perché vuole essere "come dio" senza Dio, visto non più come un Padre buono che tutto dona ma come un padrone esigente che limita la nostra libertà (Gen 3). È questo il peccato delle origini che si propaga nella storia e che noi ereditiamo. I suoi germi abitano in noi e ci spingono ai peccati personali di cui siamo noi responsabili.
Ma c’è anche un male che proviene dalla natura. Pensiamo ai terremoti, agli eventi atmosferici, agli animali feroci, alle malattie, alla morte stessa dell’uomo. Ci chiediamo: non poteva Dio creare una natura perfetta senza tutte queste realtà così dannose per l’uomo?
Il Catechismo dice che "Dio ha liberamente voluto creare un mondo "in stato di via" verso la sua perfezione ultima". (310)  Questa creazione, iniziata ma non perfetta, Dio l’ha messa nelle mani dell’uomo perché la lavori, la custodisca, la trasformi e in un certo senso la completi. L’uomo ha cosi la possibilità di trasformarla in un giardino, se guidato dal bene, o in un deserto, se mosso dal male. Dio ci ha dato anche il "potere" di continuare la creazione. Ciascuno di noi è venuto al mondo non perché creato direttamente da Dio, ma perché un uomo ed una donna, i nostri genitori, hanno detto "si" alla nostra vita. Avessero detto di "no" non saremmo mai esistiti.
Allora l’uomo, a imitazione di Dio e in nome Suo, consapevole o no, è chiamato ad essere in questo senso come un’artista che trasforma la materia e ne fa un’opera d’arte. Questa richiede un lavoro continuo, spesso faticoso verso il bello ed il buono. Nel medioevo quando i monaci sceglievano di fondare un monastero in un luogo inabitato si trovavano davanti ad aree selvagge e foreste impenetrabili. Negli anni quella zona diventava davvero "un giardino", con boschi regolari, sentieri, prati, zone coltivate, corsi d’acqua arginati. Dio non ci ha consegnato quindi una natura perfetta, "chiavi in mano", per goderne senza alcuna fatica o dolore. È da sfatare il mito della natura incontaminata, perfetta e buona in sé. Certamente ha le sue leggi, i suoi equilibri da rispettare, ma essa necessita da parte dell’uomo di essere lavorata, "salvata". Scrive San Paolo: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione … geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rm 8,18-23).
L’uomo si trova spesso anche a difendersi e a combattere questa natura. Non avviene forse così adesso con questa pandemia? Ma è nella lotta, nelle difficoltà che noi cresciamo e maturiamo.
Non succede così con i bambini? Se li cresciamo in una campana di vetro, senza alcuna difficoltà o dolore da affrontare, senza motivi per cui lottare e soffrire, come potranno mai maturare?
Sono le difficoltà, le sofferenze, le lotte che fanno crescere, sviluppano le virtù e ci rivelano ciò che veramente vale. Sembra che Dio abbia scelto questa pedagogia per il cammino dell’umanità e per ciascuno di noi.
Ma al male Dio ha anche risposto, non ci ha lasciati in balia di esso nel buio totale con le sole nostre forze. La grande luce che illumina queste tenebre è Gesù Cristo, il Dio Amore fatto uomo. La sua prima risposta è proprio essersi calato in questa nostra realtà, incarnandosi nella sofferenza e nella morte dell’uomo. Il primo movimento dell’amore è infatti condividere, farsi solidale con l’altro.
La sua risposta al male causato dal peccato dell’uomo è il perdono e l’amore sulla Croce, emblema del male più grande: il rifiuto di Dio. Prendendo su di sé le conseguenze del peccato Gesù le ha assorbite e trasformate con un atto di amore perfetto. La risurrezione che ne segue è l’esplosione di vita che scaturisce da quell’atto di amore eterno.  È la rivelazione che l’Amore di Dio è più forte della morte e del peccato degli uomini.
Ma Dio ha risposto anche al male che ci viene dalla natura: Gesù per primo ha guarito ciechi, zoppi, paralitici, lebbrosi. Ha iniziato a perfezionare e curare questa creazione ferita. Sul suo esempio la Chiesa da sempre ha fatto così, fondando nel corso dei secoli lebbrosari, ospedali, case di cura. E così tutta l’umanità è chiamata a fare.
Donata la guarigione fisica però Gesù rimanda sempre ad una guarigione più grande. Avvenuto il miracolo egli dice: "Va’, la tua fede ti ha salvato". Egli è venuto a donarci una vita in pienezza senza la quale la vita fisica, la salute, la terra, la natura non avrebbero senso perché destinate al nulla. E sono ancora le prove della vita che ci fanno capire questo evidenziando in modo inesorabile la fragilità della nostra realtà terrena. Gli avvenimenti, anche tragici, sono una Parola di Dio per noi che deve tramutarsi qui ed ora in una vita nuova nello Spirito.
Dobbiamo allora passare dal perché a come vivere con fede questa pandemia. Ed è ciò su cui vorremo riflettere nel prossimo articolo.  

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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