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Padre nostro che sei nei cieli

Rileggendo la preghiera insegnata da Gesù è possibile affrontare gli interrogativi che nascono dal nostro vissuto anche in un periodo come l’attuale /2

Parole chiave: preghiera (21)
Padre nostro che sei nei cieli

La preghiera ha inizio riconoscendo il destinatario come "Padre". Nell’antichità, sebbene nella letteratura si magnificasse questa relazione, spesso la relazione era marcata dal contrasto. Molto spesso il ruolo paterno nella storia si è declinato attraverso atti di violenza, di sopraffazione, di coercizione, per cui molti hanno difficoltà a riconoscere Dio con un’identità paterna. Quando però la Bibbia parla di Dio usando dei simboli, che sono sempre ripresi dalla realtà umana, ne presenta esclusivamente l’aspetto positivo, altrimenti Dio avrebbe aspetti di negatività; ma ciò non fa parte della nostra fede, perché noi crediamo che Dio sia solo positività. In questo caso il simbolo della paternità è senza riferimenti alle violenze, alle coercizioni che un padre potrebbe effettivamente esercitare. Dio, dunque, nella Bibbia esercita la sua paternità al massimo del suo aspetto benefico, longanime, positivo verso l’umanità. Se si va alle radici culturali, spirituali e religiose della paternità di Dio, si resta delusi perché nell’Antico Testamento se ne parla poco.
Il racconto della fondazione della monarchia davidica è un testo fondamentale nella vicenda d’Israele (2 Sam 7). È uno dei molti testi che riflettono momenti di grande svolta nella storia biblica e sono anche portatori di una teologia innovativa. Davide si insedia a Gerusalemme, è riuscito a riunire le dodici tribù, che prima erano disorganizzate, senza capo, e a conquistare definitivamente un territorio, per formare uno Stato. Nell’Antico Testamento Davide risulta quindi il re per antonomasia e sarà ricordato come colui che porta a realizzazione la speranza di Israele. Il suo progetto è ora quello della costruzione del tempio.
 Nell’antichità ogni re voleva essere sostenuto da un dio, senza il quale l’autorità sovrana del monarca non esisteva. Al culmine della sua carriera politica voleva suffragare l’autorità della sua monarchia accreditandosi presso Dio.
Il re, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: "Vedi io abito in una casa di cedro, mentre l’Arca di Dio sta sotto i teli di una tenda". Natan rispose al re: "Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te" (2 Sam 7, 1-3).
Davide espone il progetto a Natan, che, dopo l’intervento di Dio, cambia prospettiva e mette in crisi il sogno davidico.
Va’ e di’ al mio servo Davide: Così dice il Signore: "Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele dall’Egitto fino ad oggi; sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione. Durante tutto il tempo in cui ho camminato insieme con tutti gli Israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei giudici d’Israele, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele: Perché non mi avete edificato una casa di cedro?". Ora dunque dirai al mio servo Davide: Così dice il Signore degli eserciti: "Io ti ho preso dal pascolo mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano…" (2 Sam 7, 5-10).
Dio annunciando a Davide una promessa ben più importante:
Io sarò per lui Padre ed egli sarà per me figlio. Se farà il male lo colpirò… (2 Sam 7, 14).
È uno dei primi testi biblici in cui Dio si presenta come Padre, padre che non ha bisogno di un tempio, di strutture, ma non vuole nemmeno che Davide si serva di Lui per la sua politica. Dio è un padre che esige un rapporto profondo con il figlio, un padre che non può essere manipolato.
Perché proprio in questo frangente Dio si presenta come un Padre? Questa paternità serve a salvaguardare la libertà sia di Dio che di Davide. Se si considera la situazione storico-culturale di quei tempi, questo è un testo illuminato e illuminante che evidenzia la necessità di distinguere politica e religione. Dio è Dio e non può essere strumentalizzato per fini politici. Le attuali società fanno ancora difficoltà a dividere e separare, in maniera sana, la politica dalla religione. Questo testo da una parte suffraga la libertà di Dio che sceglie di abitare in mezzo al suo popolo non in maniera fissa in un tempio, e quindi di non essere soggiogato, e dall’altra la libertà di Davide che, per intraprendere le proprie scelte, non deve usare Dio per il proprio tornaconto.
Dio è stato itinerante in una tenda, di villaggio in villaggio, di città in città. La paternità diventa il modo con il quale Dio richiama a un’intensità, a una verità, a una libertà, a un impegno, a una responsabilità nel rapporto con Lui. È troppo facile costruire un tempio, sacralizzarlo, compiere riti, atti di culto formali, esteriori, estetici, allo scopo di rinserrare la religione. Dio non ha bisogno né di un tempio, né di strutture esterne, né di cerimonie. Nell’incontro con Lui quello che conta è il rapporto che dovrebbe essere profondo, intimo, interiore.
L’ebraismo non ha accentuato tanto il tema della paternità divina, perché vedeva Dio come assolutamente trascendente divinità lontana.
Con l’evolversi storico-religioso delle comunità cristiane, la Chiesa comprende progressivamente che, se si vuole parlare di Dio, la migliore immagine da presentare è quella paterna. Quando il discepolo recita il Padre Nostro, aggiunge "che sei nei cieli", proprio per richiamare l’attenzione sul fatto che ci si sta riferendo al padre divino.
L’annuncio della paternità di Dio, che oggi sembra scontata, almeno a parole, in realtà ai tempi di Gesù aveva un che di scandaloso. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù viene accusato di aver compiuto il miracolo della guarigione nella piscina di Betzatà nel giorno di sabato. Ma egli si giustifica dicendo: "Il Padre mio opera e ora anch’io opero" (Gv 5, 17). Gesù agisce di sabato perché anche Dio lo fa. Secondo la fine del primo racconto di creazione nel settimo giorno, lo sabbath, Dio si riposa. Tuttavia, si vuol dire che Dio si astiene o si ritira dalla creazione, lasciandola alla sua autonomia, alla libertà degli uomini. La creazione è l’ambito dell’uomo e non di Dio. Egli lascia fare, perché è libero e vuole che gli uomini siano liberi, chiamati con responsabilità a portare avanti la sua creazione. Per questo i Giudei cercarono ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio (Gv 5, 18).
 Al termine del Vangelo di Matteo si riportano le ultime parole del Risorto con la consegna ai discepoli di una missione di grande responsabilità: Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 16-20).
In realtà il verbo baptizô in greco ha sì il significato di "battezzare", ma solo in senso derivato, mentre primariamente vuol dire "immergere", "sommergere". La consegna del Risorto è quella che i suoi discepoli siano immersi all’interno di un "habitat" che è dato dalla paternità di Dio Padre, dalla relazione con il Figlio, mediante lo Spirito Santo. Ogni credente è inserito in questo habitat di rapporti divini interpersonali.
"Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5, 43-48).
Gesù annuncia un Dio che è Padre di tutti indistintamente. L’immagine del Padre serve a fondare una creazione dove non ci sono disuguaglianze. Il Padre fa piovere sui buoni e sui cattivi, manda il sole sui giusti e sugli ingiusti. Dio quindi non è solo il Padre dei buoni, dei giusti, degli spirituali, ma di tutti. Della paternità di Dio tutti beneficiano indiscriminatamente, a prescindere dalle visioni religiose, dalle attitudini morali. Il discepolo, così, deve entrare nella logica del Padre Nostro e non del Padre Mio. Il Padre Mio lo si recita quando si chiedono delle cose, rinnegando così le "parole" del Padre Nostro. Quando ci si accinge a pregare queste parole, si sottintende il desiderio di un rapporto profondo, intimo, vitale, intenso con Lui e Dio diventa l’elemento generativo della vita di ognuno, perché il padre è colui che genera.

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