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Non si può educare con la forza. In nessun caso

Don Santi Grasso e il filosofo Giovanni Grandi si sono confrontati giovedì scorso a Monfalcone nel secondo degli incontri di aggiornamento e formazione per gli operatori pastorali sul tema della "Parola educante"

Parole chiave: Giovanni Grandi (1), filosofo (1), educare (2), confronto (9)
Non si può educare con la forza. In nessun caso

Giovedì 7 febbraio, nei locali della parrocchia di San Nicolò a Monfalcone, ha avuto luogo il secondo incontro del ciclo di formazione per gli operatori pastorali, focalizzato quest’anno sulla Parola di Dio, per promuovere, come proposto dal Vescovo, gruppi della Parola in tutta la diocesi.
Continuando l’itinerario iniziato il 15 novembre con "La Parola creatrice", il tema proposto alla riflessione del numeroso pubblico ha riguardato la "Parola educante", filo conduttore di tutta la serata, dalla lettura tratta dal libro di Neemia (8, 1-12), con l’immagine del popolo che piangeva ascoltando le parole della legge, alla preghiera di Kierkegaard rivolta al Padre che ci educa con la parola o con il silenzio, fino alle due intense relazioni del biblista Santi Grasso e del filosofo Giovanni Grandi, docente all’Università di Padova e direttore della Scuola di Antropologia applicata dell’Istituto Maritain.
Don Santi, ribadendo che è la Parola di Dio ad educarci, ha evidenziato le difficoltà che oggi incontrano le comunità ecclesiali in ambito educativo, soprattutto con gli adulti. Il senso di un percorso educativo, che non si riduca a un bagaglio di nozioni da trasmettere, ci è offerto proprio dalla Bibbia. Riprendendo il testo di Neemia, don Santi ne ha seguito la logica, perché non si tratta solo di leggere, ma di spiegare e far comprendere ("I leviti spiegavano la legge al popolo"), tramite approcci di contestualizzazione storico-culturale e di discernimento attualizzante sugli eventi storici. La Parola di Dio, chiesta dallo stesso popolo, disorientato e confuso di fronte alla distruzione trovata al ritorno dall’esilio babilonese, interpreta l’esistenza e illumina la difficile strada del futuro, con l’effetto concreto di ricostruire il popolo, che, condividendo il pasto, riscopre una comunione di vita.
Nell’ambivalenza del nostro tempo dobbiamo perciò riappropriarci della Parola che educa. Il Vangelo di Giovanni, al cap. 3, ci propone uno straordinario dialogo fra Gesù e Nicodemo, uno dei capi dei Giudei.
Pur provenendo da mondi religiosi simili, i due interlocutori partono da presupposti molto diversi, tanto che Nicodemo non comprende la risposta di Gesù sulla rinascita dall’alto. Il suo è un bisogno utilitaristico di segni straordinari, da uomo certamente religioso, ma incapace di rinascere alla libertà dello Spirito, accogliendo la novità di vita proposta da Gesù con l’annuncio della sua morte e resurrezione.
Giovanni Grandi ha introdotto un percorso antropologico sulla parola ponendo l’interrogativo cruciale sulla necessità di comprendere quali parole siano ispirate dallo Spirito e quali invece dai condizionamenti della nostra storia.
La risposta, ancora una volta, è racchiusa nel discernimento.
I grandi filosofi greci avevano già ben compreso che, mentre si possono imporre comportamenti, non si può coartare la volontà: la parola che convince non è violenta e non forza, perché, altrimenti, appena il controllo esterno cessa, si ritorna al punto di partenza.
Platone afferma che il peggiore dei mali è la filautia, cioè un amore di sé che porta a convincersi che non ci sia nulla da cambiare nella nostra vita.
Aristotele, nell’Etica a Nicomaco, con un certo pessimismo, afferma: "Alcuni pensano che si diventi buoni per natura, altri per abitudine, altri per insegnamento… Ma è difficile avere fin dalla giovinezza una retta guida alla virtù, se non si viene allevati sotto buone leggi… la massa, infatti, ubbidisce di più alla necessità che al ragionamento, e più alle punizioni che al bello".
Educare è impresa ardua, che non si può risolvere con la forza.
Si tratta di un problema su cui si sono molto interrogati i Padri della Chiesa, fra cui Giovanni Crisostomo che richiamava all’importanza delle piccole cose, da cui può iniziare un piano inclinato verso il male.
Se i Padri si erano concentrati soprattutto sugli aspetti negativi, le tentazioni da combattere, Tommaso d’Aquino si chiede invece come la parola positiva entri dentro di noi.
Nella sua opera possiamo trovare una mappa delle voci che si affollano al nostro interno: alcune, frutto della nostra storia ed esperienza, spingono a rassicuranti soluzioni note, rappresentate da abitudini positive (virtù) o negative (vizi); altre, che provengono dall’esterno, possono inclinarci al bene (Dio) o al male (satana), anche coniugandosi con le predisposizioni interne a virtù o vizio.
Le provocazioni esterne sbloccano gli automatismi, creando situazioni di conflitto interiore.
Di fronte alle alternative siamo chiamati a un discernimento, capace di tradursi in proposito: a questo scopo servono percorsi educativi di iniziazione e accompagnamento, nella consapevolezza che non si possono dare le stesse indicazioni a tutti, ma è necessario rispettare le diverse situazioni esistenziali e i personali cammini spirituali di crescita, offrendo esperienze progressive tramite esercizi di ascolto e comprensione della vita interiore.
Gli apprezzati interventi dei due relatori hanno suscitato domande rivolte a contestualizzare la Parola educante nella vita delle nostre comunità.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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