Chiesa
stampa

Non ci indurre in tentazione

Rileggendo la preghiera insegnata da Gesù è possibile affrontare gli interrogativi che nascono dal nostro vissuto anche in un periodo come l’attuale

Parole chiave: Padre Nostro (8), preghiera (22), analisi (9)
Non ci indurre in tentazione

Se il termine "tentazione" è apparentemente comprensibile, si deve stabilire da che cosa si possa essere tentati. L’interpretazione più comune del termine "tentazione", quella relativa all’ambito sessuale, non sembra di matrice biblica. Di cosa si parla dunque? La traduzione: Non ci indurre in tentazione, corretta da un punto di vista filologico, mal si accorda con il tema teologico della tentazione perché Dio non può essere ritenuto  l’agente della tentazione. Nella nuova traduzione della Bibbia di Gerusalemme si propone la seguente traduzione: Non abbandonarci alla tentazione. Questa espressione in realtà non è così distante dal senso autentico del testo, anche se tali parole fanno presupporre un abbandono da parte di Dio nell’occasione della tentazione, cosa che non è teologicamente sostenibile. Dio infatti non solo non tenta, ma nemmeno abbandona.
Tutti i grandi personaggi biblici, non solo Adamo ed Eva, sono stati tentati: Mosè, Abramo, Giobbe, come leggiamo nell’Antico Testamento, ma anche Gesù. La sua figura risulta anomala, se concepiamo il senso della richiesta del Padre Nostro in modo tradizionale. Se anche lui ha vissuto momenti di tentazione, come è possibile che l’orante chieda a Dio di non averli?
Il Libro del Deuteronomio costituisce una rilettura del racconto dell’Esodo. Dopo 600 anni, il cammino del popolo nel deserto viene nuovamente descritto attraverso i cinque discorsi di Mosè, che si rifà a quando Israele, rimasto senza cibo e senza acqua, mette in crisi il suo progetto di libertà. Voleva tornare in Egitto, perché era molto più rassicurante vivere mangiando e lavorando, anche schiavi, piuttosto che camminare inseguendo una speranza aleatoria. Dio chiama alla libertà, ma siamo timorosi del cammino, e preferiamo rifugiarci nelle sicurezze ordinarie.
Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi (Dt 8, 2).
Quando diciamo "mettere alla prova" entriamo appunto nell’ambito della tentazione. Essa è un test di verifica.
Alcuni avvenimenti e situazioni fanno emergere l’identità profonda di ciascuno. Secondo Deuteronomio la tentazione è un bivio tra due possibilità: da una parte essere fedeli a Dio, dall’altra allontanarsi da lui costruendo un progetto autonomo. La tentazione si distingue dal peccato, che si ha quando si soccombe effettivamente alla tentazione, avendo scelto la strada che allontana da Dio. La petizione del Padre Nostro non parla di peccato ma solo di tentazione, come momento preliminare  a una potenziale fedeltà o infedeltà. La tentazione quindi non è un male, ma può portare a un rinnovato rapporto con Dio oppure a un distacco da lui.
Perché non si può più sostenere la traduzione dell’attuale versione liturgica: Non ci indurre in tentazione? Nel racconto di Genesi 3, è narrata la prima tentazione della storia umana, con l’intervento del serpente. Questo testo è una sorta di caleidoscopio delle diverse figure del male: non è quindi indicata un’identificazione, ma una funzionalità.
Il racconto definisce il serpente come "il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva creato". Questa figura va intesa come parte della realtà creaturale e naturale. Se è così, la prima coppia umana non è tentata né da Dio, né dal "diavolo". Nella concretezza dell’esistenza si è tentati dalle situazioni che la vita stessa presenta, a cui  si può reagire obbedendo a Dio oppure scegliendo di vivere sganciati da Lui. Nella descrizione genesiaca si racconta:
Disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?"" (Gen 3, 1).
Il serpente gioca con le parole.  Dio in realtà non aveva detto di non mangiare i frutti degli alberi del giardino, ma che potevano mangiare di tutti i frutti degli alberi del giardino, ad esclusione di quelli dell’albero della conoscenza del bene e del male.  Uno degli aspetti della tentazione è vedere la realtà non come in effetti è, ma in modo strumentale.
Il fatto che non sia Dio, ma il serpente a tentare Adamo ed Eva, fa desumere che la teologia soggiacente sia più spregiudicata di altre più arcaiche, non individuando più Dio come causa della tentazione, ma la figura misteriosa, enigmatica del serpente. Quest’ultimo, nelle culture antiche e anche in quella biblica, è segno di salvezza  oppure di rovina e di distruzione. Rappresenta il dualismo esistenziale di bene e di male. Sono tante le esperienze che nella vita ci allontanano dalla  relazione con Dio, creando l’illusione che, anche se il rapporto con Lui non è così  intenso, si vive bene lo stesso, anzi forse si vive meglio senza che Dio incomba sulla nostra vita con  richieste troppo impegnative.
Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"" .
Ma il serpente disse alla donna: "Non morirete affatto! Anzi Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male" (Gen 3, 2-5).
Il carattere illusorio è una componente tipica della tentazione: credere che affrontare le tentazioni, seguendo il proprio modo di pensare, possa risultare liberante.
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò (Gen 3, 6).
In cosa consiste questa tentazione dei due primi esseri umani? Ciò che la narrazione permette di dire è che essi sono caduti nella tentazione inseguendo un progetto esistenziale autonomo, dove la parola di Dio può anche non essere osservata. Che Adamo ed Eva siano o non siano esistiti, non è rilevante ai fini del messaggio: essi però rappresentano ogni essere umano di fronte alla possibilità di costruirsi un futuro autonomo, senza Dio. Mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male vuol dire arrogarsi il diritto di mettersi al posto di Dio, l’unico che può conoscere il bene e il male, e  di poter stabilire sia uno che l’altro. La tentazione, decodificata,  pone la scelta tra vivere nel giardino accanto a Dio oppure uscire da esso per costruirsi una vita propria, al di fuori, nel deserto.
Perché Dio ha dato questo divieto, perché non ha creato l’uomo libero da ogni limitazione? Non si può mangiare di tutti gli alberi, perché ci sono limiti che l’essere umano è tenuto ad accettare e rispettare. Questo condizionamento non significa che la vita non possa esprimersi tendendo alla realizzazione, alla compiutezza, alla felicità.
Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (Gen 3, 7).
L’effetto del mangiare il frutto è immediatamente quello di sentirsi nudi. La nudità è emblematica. Gli esseri umani dovrebbero essere liberi, senza maschere. Illudere gli altri, mistificare, sono  tecniche che mostrano come non si accetti di vivere nudi gli uni di fronte agli altri. Venendo meno al rapporto con Dio, si sente il bisogno di mascherarsi.
Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: "Dove sei?". Rispose: "Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto". Riprese: "Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?". Rispose l’uomo: "La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato" (Gen 3, 8-12).
Il primo istinto a seguito della caduta è quello della deresponsabilizzazione: non solo la mancata accettazione di Dio nella loro vita, ma anche il non sentirsi responsabili di ciò che accade in questa e nella storia umana.
Il Signore Dio disse alla donna: "Che hai fatto?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato" (Gen 3, 13).
La colpa è attribuita al serpente. Si deve ribadire che, quando si è tentati, non lo si è da parte di un essere metafisico,  ma dalle situazioni concrete in cui ci si trova a vivere.
Anche Abramo è sottoposto alla tentazione. Nel racconto bellissimo e al contempo terribile del cosiddetto sacrificio di Isacco (Gen 22), egli deve scegliere se staccarsi da Dio o staccarsi dal figlio, offrendo il ragazzo in sacrificio (nel Vicino Oriente antico, le divinità delle varie religioni chiedevano ai propri fedeli i sacrifici dei bambini. La religione di Israele, in maniera radicale, non ha mai condiviso questi riti e il testo della tentazione di Abramo ne è l’evidente prova). Solo se letto in forma superficiale il racconto suscita il seguente interrogativo: chi è Dio se chiede ad Abramo il sacrificio del figlio? Posta così, la questione non trova risposta, perché propone l’immagine di un Dio spietato. A un esame più attento, scevro da letture  fondamentaliste, si desume che Dio non è quello che Abramo presumeva che fosse e che non vuole questo sacrificio. Il testo, molto sfaccettato, non si presta a una lettura univoca, anche se il messaggio conclusivo è chiaro: ci si deve preparare a rinunciare al figlio anche se non sempre viene tolto. Il testo suscita anche un’altra riflessione: nel 1800 a.C. con la nuova religione yahwista si chiude definitivamente la richiesta dei sacrifici umani. Come si può pensare che Dio, dopo 1800 anni, abbia voluto riprendere questa forma di culto con la vicenda di Gesù?
Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: "Abramo!". Rispose: "Eccomi!". Riprese: "Prendi il tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò" (Gen 22, 1-2).
Abramo ha già 75 anni, senza figli, nomade. Dio gli si rivela e gli chiede di finalizzare questa itineranza: arrivare a una terra e stabilirvisi per avere una discendenza che sarà popolo eletto.
Abramo persevera nel credere al piano divino Dio per una decina d’anni, poi attua  una soluzione autonoma: mette incinta la sua schiava, Agar. Dopo una seconda alleanza finalmente nasce il figlio della promessa divina, ma a quell’epoca Abramo ha circa novant’anni. Abramo non è stato quel santo che si pensa, visto che ha avuto anche un figlio dalla schiava. Questo dimostra che egli non è santo perché bravo, buono o ineccepibile, ma perché ha creduto in Dio, come Paolo  affermerà in maniera esplicita: Abramo non viene considerato giusto perché ha compiuto delle opere, ma semplicemente perché ha creduto (Gal 3; Rm 4). Isacco rappresenta la realizzazione della promessa divina: il rapporto di Abramo con il figlio ha un rilevante spessore teologico. Ciò che Dio gli ha dato è il futuro, è Israele. YHWH però lo ferma: egli ama più Dio o il figlio? Abramo deve far chiarezza: qual è il legame fondamentale sul quale fonda la sua vita? A fronte della pratica religiosa antica di sacrificare i figli alla divinità, Abramo non dovrà sacrificarlo, però dentro di sé dovrà fare questa esperienza nella quale sarà chiamato a una scelta.
Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora Abramo disse ai suoi servi: "Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi". Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: "Padre mio!". Rispose: "Eccomi, figlio mio". Riprese: "Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?". Abramo: "Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!". Proseguirono tutti e due insieme (Gen 22, 3-8).
Che cosa vuol dire: "Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto"? Abramo cerca di eludere la domanda di Isacco perché dovrebbe dirgli che è lui stesso il sacrificio o perché ha la speranza che Dio cambierà le cose?
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: "Abramo, Abramo!". Rispose: "Eccomi!". L’angelo disse: "Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito". Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio (Gen 22, 9-13).
Dio provvede all’olocausto. Abramo ha dovuto arrivare fino al punto decisivo di rinunciare al figlio. Se non fosse arrivato fino a questa  decisione, avrebbe dimostrato di essere più attaccato al figlio che non a Dio. Le relazioni, anche  quelle più strette, non possono essere vere se non sono basate sull’autonomia e la libertà reciproche. Gli altri non si possiedono. L’unica realtà assoluta è Dio. La fede diventa così il principio ordinativo della realtà.
Abramo chiamò quel luogo: "Il Signore vede"; perciò oggi si dice: "Sul monte il Signore si fa vedere" (Gen 22, 14).
Questo racconto  sintetizza in maniera così drammatica una logica intrinsecamente esistenziale: si deve saper perdere ciò che è più importante nella vita. Tutto viene donato all’essere umano che però deve perdere tutto. Si può addirittura arrivare a perdere l’intelletto, l’intelligenza, la capacità di relazione. È Dio che tenta? Dal racconto del sacrificio di Abramo, dal passo di Deuteronomio 8 e dalla preghiera del Padre Nostro, sembra quasi che sia Dio a mettere alla prova, architettando il momento della crisi umana. Questa interpretazione è ancora plausibile?
Nessuno quando è tentato dica: "Sono tentato da Dio", perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte (Gc 1, 13-15).
Per questo autore neotestamentario l’esperienza della tentazione riguarda l’interiorità umana che di fronte a un avvenimento sceglie come comportarsi.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
Non ci indurre in tentazione
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.