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Non c’è rieducazione se non si dà speranza

Esiste la necessità di creare una rete di solidarietà e comunicazione tra il dentro e il fuori

Parole chiave: pranzo comunitario (1), carcere (23)
Non c’è rieducazione se non si dà speranza

Con il pranzo comunitario di domenica 30 giugno u.s. tutti i detenuti di via Barzellini, lasciate le loro celle, hanno voluto vivere il tema “Costruire una tavola più lunga, non un muro più alto” seduti allo stesso tavolo per il pranzo.
Per questa occasione speciale ha voluto partecipare anche l’Arcivescovo Mons. Carlo Maria Radaelli.
Dopo il pranzo, preparato dalla signora Michela Fabbro del Ristorante Rosenbar e  Presidente dell’Associazione “Gorizia a tavola”, è seguita l’Assemblea Plenaria. È stato interessante sentire le impressioni della popolazione detenuta per capire se il sistema penitenziario è “ammalato di gattopardismo” in quanto si possono promulgare leggi “stupende” che poi rimangono sulla carta.
È nel quotidiano in fondo che si misurano i cambiamenti: quello che conta è il diritto applicato, non solo quello teorico. Per tentare di cambiare la situazione è necessario ridurre il distacco tra la società reclusa e la società libera in modo che il carcere diventi una struttura “trasparente” grazie al contributo fondamentale delle Istituzioni esterne al sistema penitenziario.
Da qui la necessità di creare una rete di solidarietà e comunicazione tra il dentro e il fuori perché “rieducare una persona tenendola chiusa fino all’ultimo giorno in carcere è come insegnarle a nuotare senza mai metterla in acqua”.I detenuti presenti hanno manifestato la necessità di una riforma operativa radicale sul piano educativo: alternativa in carcere e al carcere.
Una necessità che ormai è divenuta una permanente emergenza; è forte l’esigenza del reinserimento sociale delle persone ristrette.
E’ necessaria quindi la creazione di un dialogo tra la comunità libera e la popolazione detenuta sul senso della pena detentiva e sui possibili percorsi di reinserimento sociale per chi si trova in carcere, non trascurando l’attenzione alle vittime del reato, alla legalità e alla sicurezza sociale.I muri non sono solo quelli fatti con il cemento e i mattoni, ma quelli delle menti, delle visioni e delle paure.
I presenti all’assemblea si augurano che al termine della ristrutturazione dell’edificio, si possa realizzare un tavolo di coordinamento tra le Istituzioni e le Associazioni di Volontariato: questo per ridurre anche il silenzio in cui si trova spesso la voce delle persone detenute. Oggi più che mai il silenzio istituzionale sta prendendo il sopravvento avendo lo Stato, con la legge n. 23 del 2018, abolita la figura del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale
L’Arcivescovo, molto attento alle proposte presentate dai detenuti, ha sottolineato le difficoltà di trovare delle persone  che si facciano carico della soluzione dei problemi del carcere e per fare questo bisogna rischiare.
Da buon educatore ha capito che non c’è rieducazione se non si dà speranza.I detenuti stessi si sono offerti, pur continuando ad espiare la loro pena, per fare i volontari per raggiungere la meta importante - una casa di accoglienza - in alternativa al carcere, anche se ciò richiederà un costo.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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