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Non c’è male da cui non si possa trarre del bene

Anche in queste settimane di Covid-19, la presenza dei cappellani nelle corsie degli ospedali non è venuta meno continuando a rappresentare  - seppur in maniera diversa e con le limitazioni imposte dall’emergenza - un preciso punto di riferimento per i degenti, i loro familiari ed il personale sanitario

Parole chiave: cappellano (2), Covid 19 (47)
Non c’è male da cui non si possa trarre del bene

Tutti, in maniera diversa, siamo pienamente coinvolti in questa strana situazione di emergenza che, all’improvviso, ci ha travolti: i lavoratori che continuano l’attività in vari settori, che con la loro produzione garantiscono il sostentamento; le forze dell’ordine, impegnate a controllare che le normative vengano rispettate; chi rimane a casa, che contribuisce a far sì che il virus non si diffonda. E poi c’è tutto il microcosmo ospedaliero, messo alla prova da una situazione sfiancante, durissima, mai vista prima.
Abbiamo dato parola a don Mirko Franetovich, responsabile diocesano della Pastorale della Salute, don Dario Franco e padre Renato Ellero, cappellani rispettivamente all’Ospedale di Gorizia e di Monfalcone. Con loro abbiamo cercato di comprendere cosa accada all’interno dei nosocomi situati sul territorio diocesano, quali siano i cambiamenti in atto e quali le preoccupazioni tra le corsie.

Quella che ci troviamo a vivere in queste settimane è una situazione di emergenza mai vista prima. Come la si sta vivendo all’interno delle strutture ospedaliere dislocate sul territorio diocesano (fortunatamente al momento non duramente colpito dalla pandemia)?
DON MIRKO Proprio una situazione di emergenza mai vista prima.
Ci sono state altre epidemie nel passato e più recentemente nel mondo, come ad esempio l’ebola nell’Africa occidentale nel 2013 - ma l’abbiamo vista da lontano-... altre come la Sars nel 2003... Ma con una forza così pervasiva e capace di colpire in modo inaspettato e veloce tutti, a partire dai più indeboliti, credo che nessuno di noi l’abbia mai vista.
Quindi - dal racconto fattomi da alcuni medici e infermieri- negli ospedali in primis-  si vive un clima spesso di tensione, di paura, temi di contagiare o essere contagiato, di portare il virus in casa tua.
C’è a volte un atteggiamento anche di diffidenza tra il personale.
Ma tra tutto questo alla fine prevale il senso di responsabilità e di passione verso i malati, di accompagnarli nelle cure e soprattutto cercare il più possibile di sollevarli dalla solitudine, in quanto in questo momento anche per i parenti delle persone malate è difficile la presenza al loro fianco.
Nella casa di cura di Aurisina, dove da 5 anni  presto servizio, alcune infermiere e qualche medico sostituiscono anche me e il mio collaboratore Pasquale per fare una preghiera col malato, un segno di croce nel momento anche del trapasso. E tutto ciò è un piccolo grande segno di conforto non solo per il malato ma- direi- per la Chiesa intera.
Un’ impressione che ho condiviso con Renato e Dario e con altre persone e amici preti e che la grande ferita che questa pandemia lascerà non sarà la malattia in sé o ahimè la morte provocata... ma la grande amarezza, il gran dolore di tanti familiari che non hanno potuto stare accanto ai propri cari per accompagnarli nel trapasso, per dirgli un’ultima parola di affetto, per stringere loro la mano. Questa sarà una ferita indelebile.
DON DARIO Da oltre due settimane al primo piano dell’Ospedale di Gorizia è stata creata una zona rossa per ampliare fino a 16 i posti di terapia intensiva per i colpiti dal covid-19. Questo settore è strettamente isolato dal resto dell’ospedale e vi possono entrare rigorosamente protetti dalle tute integrali solo gli operatori addetti alle loro cure. Qui dunque io giustamente non entro e i cittadini possono star tranquilli che non c’è alcun rischio di contagio con il resto dell’ospedale. Buona notizia è che i ricoverati sono rimasti solo sei, gli altri dimessi in via di guarigione. La Direzione assicura che cessata l’emergenza tutto ritornerà come prima
PADRE RENATO La situazione di emergenza la si nota già nel timbrare il cartellino: la domanda ricorrente è "come troverò il reparto?".

Quali sono in questo momento, rispetto alla "normalità", le principali differenze nel vostro servizio di supporto? Potete effettuarlo e se sì, in che modalità e con quali vincoli?
DON DARIO Da 5 settimane la chiesa è chiusa e non ci sono celebrazioni.
Nel contempo sono state ridotte le visite dei familiari ai degenti e infine - salvo casi eccezionali - vietate del tutto.
S’è ridotto quasi esclusivamente alle urgenze il servizio ambulatoriale, si portano obbligatoriamente le mascherine, chiunque entra deve essere controllato.
Da questo quadro è chiaro che ogni normalità è sospesa.
E’ chiaro che anch’io mi trovi a disagio, mi senta quasi disoccupato. Mi manca il contatto quotidiano con i degenti, le visite nei reparti con le chiacchierate, i dialoghi, le parole di conforto che posso dare e i grandi esempi di umanità, di fede e di saggezza che ricevo da pazienti e familiari.
Ovviamente di questo ne soffrono tutti e speriamo quindi che i tempi della normalità ritornino al più presto possibile.
DON MIRKO Questa pandemia ha giustamente limitato il nostro servizio di assistenza e vicinanza ai malati e di conseguenza anche al personale medico e infermieristico.
Anche a livello del nostro ufficio nazionale CEI ci è stata suggerita una limitazione e delle attenzioni anche per il sacramento dell’unzione degli infermi, per la distribuzione dell’Eucarestia.
È preferibile - dove è possibile la presenza del prete- la preghiera e la benedizione e se c’è l’opportunità di un medico o infermiere che conosciamo e al quale possiamo chiedere questo ulteriore servizio- il servizio dell’accompagnamento del malato con la preghiera- è una grande opportunità.
Certo dispiace non poter celebrare i sacramenti con le persone malate e i loro familiari, ma sappiamo che è una limitazione per un bene grande, cioè la limitazione del contagio Covid.
Però se è vero che la Chiesa, e quindi ciascun battezzato, è sacramento di Dio, la sola presenza-  in questa particolare situazione- di un infermiere o parente che assiste e cura il malato e fa una preghiera standogli accanto, è ugual­mente efficace. Anzi!
Quello che ci è concesso- almeno a me ad Aurisina- è la benedizione delle salme  nel momento della loro uscita dalla struttura sul piccolo giardino esterno.
PADRE RENATO La normalità è defunta!
Tutto è centellinato... anche le piccole pause tra e con il personale, tutto è più misurato ma, da quanto vedo, sembra tutto più umano.
Una nota dolente nel mio servizio l’ho dovuta riscontrare nell’impartire i sacramenti: questi avvengono solo su richiesta del malato o se i parenti lo richiedono, ovviamente valutando prima il da farsi con il medico responsabile.
Ad ogni modo il mio supporto continua: il frate c’è e nell’incontrarlo... arriva sempre un sorriso!

Avete ricevuto delle indicazioni particolari per offrire il servizio in questo momento così delicato? Siete stati, per così dire, "formati" in qualche maniera specifica?
DON MIRKO Personalmente, come suggerito dall’Ufficio nazionale di Pastorale della Salute, ho ritenuto opportuno confrontarmi con i direttori amministrativi degli ospedali locali, vedere con loro la situazione e prendere accordi per il servizio di assistenza religiosa. Così anche per le case di riposo.
Mi sono confrontato con don Dario e padre Renato e abbiamo cercato di tenere una linea comune: la sospensione delle celebrazioni eucaristiche nelle strutture, l’accostarci eventuale ai malati solo valutando le situazioni e le richieste insieme al personale medico, evitando di creare qualsiasi difficoltà.
Per quanto riguarda la richiesta di colloqui con noi cappellani da parte dei familiari, abbiamo dato la disponibilità del nostro numero di telefono.
PADRE RENATO Dall’amministrazione non ho ricevuto particolari direttive, solo la richiesta di attenersi alle indicazioni. Anche per la formazione, non è stato fornito qualcosa di speciale, solo raccomandazione.

Facendo riferimento all’Ospedale di Gorizia, scelto come struttura dedicata ai ricoveri per Covid - 19, che "atmosfera" c’è? Quali le preoccupazioni o i timori sia vostri che delle persone che eventualmente avete incontrato in questi giorni?
DON DARIO L’atmosfera è irreale: meno gente che viene. Troppo silenzio. Senso di paura e impotenza per la prossimità del contagio anche se possiamo ritenerci ancora fortunati a confronto di altre regioni davvero devastate dalla pandemia.
Ansia e preoccupazione per quello che sarà il futuro.
Però, a parte qualche episodio isolato di intemperanza e maleducazione, la gente comprende sempre di più che tutte queste restrizioni della libertà sono necessarie per contrastare la pandemia e sta avendo ormai dei comportamenti responsabili e collaborativi.

Questa esperienza sta mettendo a dura prova soprattutto il personale medico ed infermieristico. Che tipo di supporto viene offerto loro? Credete stiano già ricevendo il giusto aiuto per sopportare il gravare di tutto questo?
DON MIRKO E’ vero, come accennavo, il personale è messo a dura prova in questo periodo. E questo- mi pare di percepire almeno nella casa di Aurisina ma anche in altre strutture del territorio diocesano con le quali sono in contatto - ha rafforzato i vincoli umani tra il personale medico e di assistenza, ha aumentato la sana complicità e comprensione reciproci.
Spesso con il personale medico ci sentiamo per telefono o via WhatsApp per una parola di conforto, per consigli, sfoghi...
Teniamo conto che alcuni di loro per evitare il rischio di contagio ai loro familiari hanno dovuto trasferirsi in altri ambienti e da più di un mese non condividono il calore delle loro famiglie. È un’ulteriore fatica.
Mi pare giusto sottolineare anche la presenza preziosa di diverse suore che sono rimaste all’interno delle case di riposo, come le suore di Villa San Giusto, villa San Vincenzo, le suore di via don Bosco, le suore di Rosa Mistica a Cormòns e tante altre che continuano a offrire assistenza religiosa (nei limiti del possibile e anche con creatività) conforto e consiglio al personale e ai malati.

Vogliamo dare un messaggio di speranza, una parola di conforto in un momento come l’attuale in cui siamo tutti messi alla prova con un enorme cambiamento nelle nostre vite, con il rischio concreto per molti della perdita del posto di lavoro...
PADRE RENATO Questa emergenza sta facendo maturare un po’ tutti in un "salto di qualità": ci fa vedere e prendere coscienza della nostra inter-dipendenza.
E’ un bel camminare, faticoso che fa sperare in un’umanità fraterna.
DON MIRKO Mi auguro che tutta questa sofferenza fisica, interiore, la tanta paura. .almeno per una volta nella storia non sia inutile, a partire da coloro che sono chiamati a dare qualità al bene comune, a governare i popoli, le nazioni, i nostri Paesi. Questo è il tempo- direi così- della pazienza per l’uomo che adesso è costretto a fermarsi e - se vuole- a guardarsi attorno, osservare, ascoltare, toccare la realtà...e - perché no - riconciliarsi con se stesso, con gli altri, con la natura, con il tempo.
Mi viene da dire che è anche il tempo della pazienza di Dio, di un Dio che ci aspetta. Come dice il salmo 52 "Dio dal cielo si china sui figli dell’uomo per vedere se c’è un uomo saggio che cerca Dio".
Anche Dio spera in noi, spera che alla luce della sua Parola rimotiviamo la nostra capacità di bene e di benedizione, i nostri slanci di generosità, la nostra intelligenza. E qual è il motivo se non quello che Lui desidera che continuiamo a collaborare con Lui per rendere bello e felice questo nostro mondo.
Solo ripartendo da Lui potremmo essere più resilienti, capaci di reagire allo spreco e allo sfruttamento delle relazioni tra persone, del creato, del tempo, delle energie. Il Venerdì santo che quest’anno si è inserito dentro questa pandemia ci invita a rimettere al centro la Croce non come luogo di sofferenza ma come cattedra di Carità per superare ciò che non va a livello familiare, nel mondo del lavoro, nella salute. Dalla Croce impariamo e ci diamo da fare perché che nessuno rimanga senza dignità. E allora sentiremo la Pasqua! Quella più vera!
DON DARIO Certo, come in ogni realtà umana, non c’è male dal quale non si possa trarre del bene.
La gente si è accorta che il mondo andava troppo di fretta, che contavano solo i soldi, che le scienze fra cui anche la medicina non sono né onnipotenti, né infallibili, né in grado di risolvere i problemi più grossi dell’umanità.
E poi è accresciuta la solidarietà, ci sono stati degli esempi splendidi di dedizione all’altro anche a prezzo della propria vita (vedi i tanti medici, infermieri e sacerdoti morti per assistere i malati del virus).
Personalmente trovo più tempo per pregare, informarmi, leggere, telefonare ad amici lontani e usare meglio i social e altri mezzi di comunicazione moderna.
Rallentate la corsa (ai divertimenti, al voler essere sempre giovani e al massimo della forma, ai primi posti, al far sempre bella figura …), riflettete di più (sul senso della vita, sulla ricerca di una più autentica giustizia, sulla pace nel proprio cuore e fra i popoli), vedere la pandemia causata dal minuscolo coronavirus come una maiuscola opportunità di cambiamento di stile di vita per rendere più felice e umana l’esistenza dell’uomo sulla terra.

La vicinanza della Chiesa diocesana

“Siate portatori di un segno di Speranza cristiana...”

Nelle scorse settimane la a vicinanza della Chiesa di Gorizia con la preghiera, la stima e l’affetto  a medici, infermieri ed a tutti gli operatori sanitari era stata espressa dall’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, in un videomessaggio pubblicato sui canali social della diocesi.
“Anche voi so che come tutti provate paura in questo momento – sottolinea  il presule – perché siete preoccupati per voi, per le vostre famiglie, per i vostri cari; ma nonostante questo si state impegnando davvero a favore dei malati, dei sofferenti, delle persone in grande difficoltà”.
Il messaggio si concludeva con un appello di mons. Redaelli a quanti fra gli operatori sanitari sono credenti affinchè possano farsi “portatori con l’aiuto dello Spirito Santo di un segno di speranza cristiana ai malati, alle persone più gravi, ai moribondi ed a coloro che non possono essere avvicinati in questo momento dai cappellani. Grazie anche per questo e che il Signore ci permetta presto di arrivare all’alba della Resurrezione”.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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