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Noi siamo i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi...

La mattina del Giovedì Santo, l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la Messa del Crisma concelebrata dai sacerdoti in servizio pastorale in diocesi. Pubblichiamo la parte centrale della sua omelia.

Parole chiave: arcivescovo (18), omelia (9)
Noi siamo i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi...

Ascoltando il brano programmatico con cui, stando al Vangelo di Luca, Gesù inizia a Nazaret la sua missione, noi ministri della Chiesa - vescovo, presbiteri e diaconi - ci sentiamo immediatamente chiamati a condividere la stessa missione di Cristo nella Chiesa e nel mondo di oggi, annunciare cioè ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi l’anno di grazia del Signore, il lieto annuncio della salvezza. La cosa in sé non è sbagliata, perché pur non avendo noi l’esclusiva dell’annuncio e della testimonianza evangelica che spetta a tutti i battezzati, è chiaro che il nostro ministero non può che essere caratterizzato anzitutto dall’annuncio della Parola di Dio. La stessa accentuazione che in questi anni abbiamo dato e stiamo dando alla Parola, in sintonia con il cammino di altre Chiese particolari e della Chiesa nel suo insieme, conferma la priorità da garantire alla missione di annuncio e di testimonianza. E su questo in vari modi ci siamo soffermati più volte negli scorsi anni in occasione della Messa del crisma il giovedì santo.
Oggi, però, vorrei chiedervi di non spostarvi dalla posizione di ascoltatori del Vangelo, di non avere fretta a salire sul pulpito. Anche noi, infatti, siamo i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi cui l’annuncio del Signore è diretto. Permettete che io stesso scenda allora in mezzo a voi per rivolgermi al Signore con una voce sola, vescovo, presbiteri e diaconi.

Signore, noi siamo i poveri cui tu porti il lieto annuncio. Certo non siamo poveri come tante persone che quotidianamente bussano alle porte delle canoniche o si presentano ai centri di ascolto della Caritas. La generosità del popolo di Dio e gli accordi tra la Chiesa e lo Stato ci garantiscono quanto basta per vivere più che dignitosamente. In questo siamo privilegiati rispetto a tanti altri e, con riconoscenza e forse con un po’ di rossore, dobbiamo riconoscerlo. Sperimentiamo però altre povertà. Come presbiterio ci sentiamo sempre di meno, invecchiati e incapaci di essere all’altezza di quanto ci viene chiesto. E per i diaconi la situazione non è diversa. Se poi partecipi a qualche nostro incontro, vedrai come facciamo fatica a non colorare i nostri discorsi di elementi di depressione e di lamentela. Ci sentiamo poi dentro una Chiesa, che presenta certo tanti elementi di speranza, ma che oggi deve riconoscere con amarezza e vergogna l’essere venuta meno anche nei suoi ministri del rispetto verso i piccoli. Per non parlare della povertà delle divisioni e delle critiche reciproche dai più alti livelli fino ad arrivare a noi. Tu, poi, conosci le povertà, le debolezze, i peccati di ciascuno di noi.
Lo sappiamo, ma abbiamo bisogno che ce lo ridici: Tu ci ami così come siamo, non aspetti che siamo santi per fidarti di noi e affidarci la cura del popolo di Dio. Fin dall’inizio non hai scelto come tuoi collaboratori uomini perfetti e così è stato lungo tutta la storia della Chiesa fino ad oggi. Il Vangelo del perdono, della misericordia, del Regno è quindi rivolto a noi. Vorremmo sperimentare maggiormente la gioia di questo Vangelo: così la nostra testimonianza sarà credibile perché verrà dal cuore e dalla vita. E insegnaci a esultare con i molti poveri di spirito che ci fai incontrare nel nostro ministero. Tante donne e tanti uomini che vivono il Vangelo con verità anche in mezzo a grandi prove e ci sono di esempio e di conforto.
Donaci la beatitudine della povertà, Signore.

Signore, noi siamo i prigionieri cui tu proclami la liberazione. Prigionia significa privazione di libertà. Dove non siamo liberi come vescovo, presbiteri e diaconi? Che cosa ci condiziona? Certamente la mentalità del mondo, di cui siamo parte, e che inevitabilmente respiriamo. Si infila, a volte senza che ce ne accorgiamo, nel nostro modo di pensare, di agire, di sentire e nel nostro stile di vita. La mondanità spirituale, cui papa Francesco ha fatto cenno nell’omelia di domenica scorsa, è qualcosa che ci condiziona e ci fa pensare e agire, magari a fin di bene, ma non secondo il Vangelo.
Ma ci sono anche i condizionamenti che provengono dalla comunità ecclesiale e ci rendono meno liberi. Le attese non evangeliche delle persone, a volte persino le pretese di alcuni gruppi che utilizzano la Chiesa per i loro scopi, la frase che si ripropone come un ritornello che blocca ogni cambiamento: "si è sempre fatto così…". Anche dentro il presbiterio e tra i diaconi spesso non ci sentiamo liberi, condizionati dall’etichetta che ci siamo appiccicati addosso a vicenda e dal timore del giudizio degli altri. E nell’intimo di ciascuno di noi ci sono tanti altri condizionamenti, tanti blocchi che tu conosci e ci rendono meno liberi, meno disponibili, meno aperti al vento dello Spirito.
Donaci il tuo Spirito di libertà, Signore.
Signore, noi siamo i ciechi cui tu ridoni la vista. Ciechi perché talvolta non sappiamo vedere il bene e non ci accorgiamo pienamente della tua azione nel cuore delle persone, in particolare dei giovani ai quali tu ancora proponi la via impegnativa del Vangelo. Ciechi o, meglio, miopi, perché non sappiamo vedere lontano e davanti a noi, ma spesso ci ripieghiamo su noi stessi o ci volgiamo a un passato più o meno idealizzato. Facci sentire l’invito del profeta: "Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?" (Isaia 43,18-19). Purifica i nostri occhi, aprili alla luce e alla speranza.
Signore, fa’ che vediamo.

Signore, noi siamo gli oppressi che tu rimetti in libertà. Spesso ci sentiamo oppressi da responsabilità, incombenze, realtà esteriori, in particolare dalle strutture, che dovrebbero servire all’azione pastorale - è così è avvenuto in passato - ma ora sono talvolta un peso, che richiede tanto tempo ed energie.
Ma c’è anche un’oppressione interiore che pesa sul cuore e può arrivare a impedire di respirare, di muoverci, di vivere. L’oppressione più grande è quella della paura che paralizza. Tutti abbiamo delle paure, paure molto umane circa il futuro, la salute, la vecchiaia, la morte. Forse, a volte, anche la paura di aver sbagliato a scegliere la strada del ministero. E, certo, queste paure ci impediscono di essere meno credibili verso i giovani, in particolare di coloro - e ce ne sono anche oggi, magari presenti in questa celebrazione - che percepiscono dentro il loro cuore il fascino di una chiamata a seguirti nel ministero presbiterale e diaconale. Tu, Signore che, come contempleremo questa notte, hai provato paura e angoscia, liberaci dall’oppressione delle nostre paure e rendici la gioia di fidarci di Te.
Donaci la libertà, Signore.

Abbiamo provato, Signore, a esprimerti il nostro essere poveri, prigionieri, ciechi e oppressi. Lo abbiamo fatto non per un gusto quasi masochistico di evidenziare ciò che in noi non va bene, ma per essere ancora più disponibili ad accogliere il tuo annuncio di grazia e di salvezza, la tua misericordia, il tuo amore. Anche questo tempo che viviamo è "un anno di grazia". Del resto solo se consapevoli di essere salvati, possiamo essere annunciatori di salvezza. Solo se oggetto di misericordia, possiamo essere ministri di misericordia. Solo se amati, possiamo amare.
La tua grazia ci salvi e ci apra alla gioia della Pasqua.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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