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Messaggeri di Dio nei confronti dell’altro

Il 2 luglio 1951 mons. Oscar Simčič riceveva l’ordinazione sacerdotale a Trieste dalle mani di mons. Antonio Santin

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Messaggeri di Dio nei confronti dell’altro

Il 2 luglio 1951 nella chiesa dell’Immacolata del seminario di Trieste mons. Oscar Simčič riceveva l’ordinazione sacerdotale per l’imposizione delle mani del vescovo di Trieste, mons. Santin.
Nato a Medana il 4 maggio 1926 (e quindi oggi è il decano del clero diocesano), dopo gli studi di teologia a Roma, ha ricoperto numerosi incarichi pastorali in diocesi fra cui quello di parroco di San Floriano del Collio. Professore in seminario, è stato a lungo vicario episcopale per i fedeli di lingua slovena e cancelliere della Curia arcivescovile. È canonico teologo del Capitolo metropolitano.
Da alcuni anni risiede presso la Comunità sacerdotale di Gorizia,  dove l’abbiamo incontrato per riflettere insieme, prendendo anche spunto dal 40° della Caritas diocesana, su cosa significhi oggi per le comunità cristiane essere charitas.
La carità è la verità ontologica di Dio e quindi elemento costitutivo della missione della Chiesa. Eppure molto spesso per un cristiano è più semplice "fare la carità" piuttosto che "essere carità" e anche in tanti credenti l’idea è che la carità sia un qualcosa da demandare alla Caritas parrocchiale o diocesana. Come fare a cambiare questa prospettiva?
Si tratta davvero di cambiare prospettiva per vivere pienamente il nostro essere cristiani!
La Bibbia ci ricorda che non siamo naufraghi giunti a riva dal mare ma di cui nessuno conosce bene la provenienza. Noi, invece, siamo il frutto dell’intelligenza di Qualcuno: chi ci crea non lo fa dal nulla ma dalla sua pienezza. Questo ci fa capire che Dio è sempre presente nelle sue creature ed esse non esistono senza la Sua sussistenza.
In questo senso noi ci identifichiamo per certi aspetti nel divino: ecco, allora, perchè è pienamente costitutivo della missione della Chiesa essere cristiani ricordandoci che non siamo frutti del caso.
Ognuno di noi ha un nome presso il Creatore: a riguardo la prima lettera di Giovanni e la seconda di Pietro ci offrono un riferimento preciso.
Nel primo testo ci viene ricordato che Dio è carità. Ma Dio è anche essere e quindi vuol dire proprio che noi, in quanto provenienti da Lui, abbiamo qualcosa di Lui e quello che c’è di buono in noi è frutto della sua Grazia.
Questo è importante quando ci mettiamo in relazione con le persone ponendo a noi stessi e a loro la domanda: "in che modo rifletti la bellezza di Dio che è in te?"
Ecco perché noi veniamo anche ad essere Parola.
Uno dei problemi più grandi che la filosofia ha affrontato ed affronta è quello della conoscenza: la nostra è una conoscenza sempre agli inizi e tanto più conosciamo, tanto più ci rendiamo conto di quello che siamo e comprendiamo che quanto conosciamo si colloca sempre in un contesto preciso.
Nelle nostre case, un tempo, quando nasceva un bambino si diceva: "Il Signore l’ha dato!". Dio ha creato quel figlio ed i genitori l’hanno ricevuto da Lui. Ma se in me è presente questa impronta della creazione di Dio, quando parlo o sorrido ad un’altra persona attraverso i miei gesti è Dio che parla e sorride.
In ogni espressione del nostro vivere c’è sempre Dio presente e c’è qualcosa di quanto lui riflette che noi dobbiamo riflettere. Se un cristiano non è capace di fare questo, diventa una cosa inutile, "una campana che non suona", come dice San Paolo.
Quando incontro una persona che non conosco, in un primo momento quella persona magari non mi interessa. Ma poi, se prendo contatto con lei, la conoscenza sarà sempre più profonda proprio perchè avremo superato la fase della conoscenza iniziale.
Quindi è importante in ogni esperienza della nostra vita non dire mai "È finito tutto!" ma piuttosto "Dobbiamo scoprire ancora qualcosa!".
In questo si inserisce tutta la discussione sulla responsabilità, sulla libertà, sui limiti: una discussione che il pensiero odierno porta spesso all’esasperazione chiedendosi fino a che punto sia possibile spingersi nella loro ricerca. Credo che il confine sia individuabile nel punto in cui il bene cessa trasformandosi in qualcosa di negativo.
Questa lettura ci aiuta a non prescindere dal "farsi carità" nel rapporto con l’altro e ci aiuta anche ad affrontare in modo diverso le grandi tematiche che la nostra società si trova ad affrontare quale quella dell’accoglienza...
Certamente questo aiuta a "farsi carità" nel rapporto non solo con gli altri genericamente intesi ma anche con le persone che ci sono più vicine quali marito e moglie.
Essere capaci di questo sguardo è un qualcosa di nuovo che ci permette di cogliere la bellezza dell’altro. L’annuncio cristiano diventa, allora, veramente la più bella novità, ogni giorno; un qualcosa di dinamico, non statico, personalizzato per ogni credente.
Ma significa anche che ognuno ha la responsabilità di essere il messaggero di Dio nei confronti dell’altro.
Se riusciamo ad interiorizzare veramente questa scoperta, cambia completamente la prospettiva del nostro vivere ed il rapporto con le altre persone.
Questo "farsi carità" fa paura?
La prospettiva di lettura deve essere quella del crescere nella Grazia. Più lo comprendiamo e meno paura abbiamo.
Una cosa può sembrare orribile e tremenda quando non la si conosce: quando si comincia a conoscerla, se ne valutano i lati positivi e quelli negativi ma i primi, a poco a poco, saranno quelli davvero vincenti. Nei rapporti interpersonali (ma è successo anche per i rapporti vissuti su queste nostre terre di confine!) arrivare a questa constatazione ci fa vincere la paura.
Abbiamo sentito dire in passato: "La religione nasce dalla paura". Forse nel mondo in cui io da piccolo sono cresciuto, era preponderante la visione di un Dio che soprattutto puniva. È proprio questa visione che dobbiamo rivoltare! Siamo stati abituati a fare le nostre azioni "per piacere" o "per dovere" ma dobbiamo cercare di farci piacere il bene che siamo incaricati di diffondere impegnandoci ad essere presenza di Dio in questo mondo tanto da diventare un raggio della sua bellezza.
Se siamo capaci di questo sguardo, le cose cambiano decisamente.
Se guardiamo le persone alla luce della presenza di Dio non possiamo rimanere indifferenti nei loro confronti. E pensiamo al significato che questo può assumere quando ci troviamo dinanzi ai grandi temi che anche la società si trova a dover affrontare quale quello dell’immigrazione...
Grazie, don Oscar e... ad multos!

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