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"Manteniamo ferma la professione della fede..."

Le comunità della diocesi si apprestano a vivere la prima Visita pastorale del vescovo Carlo: inizia da Trieste il viaggio del nostro settimanale fra le Chiese del Triveneto che stanno vivendo in questo tempo un’analoga esperienza

Arcivescovo - vescovo di Trieste dal 2009, monsignor Giampaolo Crepaldi ha avviato nella primavera di quest’anno la sua Visita pastorale alle comunità della Chiesa tergestina.

Eccellenza, Lei ha scelto come tema della Visita pastorale un passo della Lettera agli Ebrei: "…manteniamo ferma la professione della fede" (Eb 4,14). Quali i motivi alla base di questa scelta?
Ho scelto il passo della Lettera agli Ebrei per sottolineare un sostanziale collegamento della Visita pastorale con il V Sinodo diocesano, il Sinodo della fede. Tale collegamento mi consente di verificare se e come le deliberazioni sinodali vengono via via recepite dalle comunità parrocchiali e anche di individuare le modalità e le forme più adeguate per poterle concretamente realizzare. Il collegamento con i temi e le decisioni sinodali è si sta dimostrando particolarmente utile per dare alla Chiesa tergestina un profilo più unitario, superando individualismi e disarmonie pastorali.

Qual è il "termometro" della Fede della Chiesa tergestina? Quali le maggiori difficoltà a "vivere, alimentare e testimoniare" la propria Fede per i credenti a Lei affidati in una realtà così ricca e complessa come quella di Trieste?
È un termometro che segna una serie di malesseri. Il primo va individuato in una certa indolenza nella testimonianza della fede che sta dando scacco matto alla spinta missionaria della Chiesa tergestina sia ad extra sia ad intra dove sta saltando la trasmissione della fede nel rapporto tra le generazioni cristiane. Il secondo è legato alle problematiche dell’iniziazione cristiana dei ragazzi e degli adulti. Il terzo è connesso ad una manchevole valorizzazione dei fedeli laici, problema che nasce dalla constatazione che all’interno delle nostre comunità non è ancora stata superata una visione riduttiva del fedele laico, del suo essere e del suo operare, soprattutto se prendiamo in considerazione la  famiglia, i giovani e l’impegno sociale e politico, soprattutto verso gli ultimi.

Mi ha colpito un passaggio della Sua riflessione durante la recente Veglia missionaria diocesana: "tocca a noi cristiani … far divenire la Chiesa, per gli uomini che cercano nella fede cristiana un senso compiuto dell’esistenza, una comunità capace di attrarli". Quali strade percorrere perché questo possa realizzarsi?
A questa Sua domanda risponderei in questi termini. Leggendo il seguito del versetto "…manteniamo ferma la professione della fede" (Eb 4,14) e, in particolare il versetto 16 del capitolo quarto della Lettera agli Ebrei, ci viene insegnato che il trono di Gesù Cristo, posto accanto a quello del Padre, è un trono della grazia. Si tratta cioè di una regalità espressa con l’immensità del dono. In questa ottica, cerco che la Visita pastorale sia costantemente orientata  in modo che l’infinito amore divino continui ad essere offerto a tutti. La grazia divina, infatti, non è un premio riservato ai più bravi, ma è offerta a tutti, a partire da quelli che fisicamente o spiritualmente sono ciechi, zoppi, lebbrosi, sordi, morti e poveri. A tutti. In questa ottica, già il Sinodo della fede ci aveva aperto gli occhi sul mistero e sul dinamismo della fede cristiana: essa è un dono inestimabile, un dono di grazia divina e di salvezza umana, un dono che libera le anime e le persone appesantite del peccato, dal male e dalla disperazione, aiutandole a guardare con speranza al futuro e ad operare nella società con carità e amore.

Nella Sua Nota pastorale di presentazione della Visita, Lei sottolineava come "il contatto personale - più diretto e prolungato di quanto solitamente avviene - assume un’importanza assai significativa". Ho visto che nel "calendario delle visite" Lei ha riservato sempre uno spazio a disposizione di quanti vogliono incontrare personalmente il Vescovo? Quali sono gli incontri più significativi che sta avendo? Che cosa racconta la gente al suo vescovo?
È dovere del Vescovo mantenere contatti personali con il clero, i religiosi e le religiose e i fedeli laici. Nel contesto della Visita pastorale, quindi, il contatto personale - più diretto e prolungato di quanto solitamente avviene - assume un’importanza assai significativa. I contatti sono finalizzati, nei limiti del possibile, a confermare, sostenere e stimolare la fede, la testimonianza e l’impegno di ogni battezzato. Evidentemente mettendo in primo piano il valore del contatto personale, non si intende che tutto il resto che attiene alla Visita pastorale venga trascurato e non preso in considerazione. La Visita riguarda anche le strutture e gli strumenti per verificare se sono idonei e utili al servizio pastorale e, in genere, all’opera di evangelizzazione a cui ci sollecita con insistenza Papa Francesco.

Immagino che durante la Sua Visita un "posto" particolare lo abbia l’incontro coi giovani. Concludendo domenica scorsa (28 ottobre) il Sinodo sui Giovani, papa Francesco ha chiesto loro quasi "scusa" perché la Chiesa spesso "non ha saputo ascoltarli". Cosa può fare oggi la Chiesa per rimettersi in ascolto dei giovani, come può aiutarli (uso due dei termini su cui si è soffermato papa Francesco nell’incontro dello scorso mese di agosto al Circo Massimo a Roma) a realizzare i loro "sogni", superando le loro "paure"?
Stimolati dal Sinodo sui giovani, i programmi diocesani - per gli anni pastorali 2017/2018 e 2018/2019  - sono incentrati sul tema dei giovani con grande impegno della pastorale giovanile e vocazionale. Perché? Tutti siamo ben consapevoli che - unitamente alla famiglia - il mondo dei giovani è un mondo che sembra aver preso la strada dell’allontanamento da Cristo e dalla Chiesa, mettendoci tutti di fronte a una situazione complicata e incerta sui suoi esiti futuri. Perché e come si è giunti a questa situazione? È una domanda che, con molta umiltà, tanta preghiera e autentico discernimento pastorale, abbiamo deciso di affrontare, ponendosi in ascolto della realtà giovanile sia all’interno delle nostre comunità (parrocchie, associazioni e movimenti) sia dei giovani del nostro territorio, con la convinzione che senza la fede in Cristo e senza l’esperienza della comunione ecclesiale un giovane rischia non di essere più ricco, ma di essere più povero in umanità e nei suoi propositi e progetti di vita.
(1. continua)

© Voce Isontina 2018 - Riproduzione riservata
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