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Lettera dell'arcivescovo Carlo ai fedeli

Monsignor Redaelli ha scritto, in merito alla diffusione del Covid19, una lettera per tutti i fedeli; verrà letta domenica durante tutte le Sante Messe nelle chiese della diocesi.

Lettera dell'arcivescovo Carlo ai fedeli

Cari fedeli dell’Arcidiocesi di Gorizia,

ritengo utile in questa domenica proporvi alcune riflessioni, nella comune preoccupazione per la situazione che il nostro Paese sta vivendo a causa dell’epidemia in corso. Le condivido con voi, mentre contempliamo il volto di Gesù trasfigurato sul monte, e nel nostro cuore sgorga accorata la comune preghiera per gli ammalati, i loro familiari, per chi in diverso modo si dà da fare per aiutarli e anche per coloro che il Signore ha chiamato a sé. Come ci ricorda oggi l’apostolo Paolo nella seconda lettura, il Signore «ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l'incorruttibilità per mezzo del Vangelo».

La Trasfigurazione è stata per gli apostoli un anticipo di quel mistero che avrebbero vissuto qualche tempo dopo a Gerusalemme: la morte e la risurrezione di Gesù. E’ il mistero della Pasqua verso cui stiamo camminando in questa Quaresima, un mistero che avvolge la sofferenza, la paura, l’angoscia, persino la morte con la luce della risurrezione. Questa è la nostra speranza, basata sulla nostra fede. Una speranza che ci sostiene anche nei momenti difficili e ci apre alla carità. Vorrei che tutti vivessimo questa apertura alla carità, superando con l’aiuto della fede e della speranza, le paure e soprattutto la tentazione di richiuderci in noi stessi, ripiegati sui nostri problemi.

Per questo, anche se la cosa può meravigliare, desidererei che l’attuale epidemia da Covid 19 ci portasse anzitutto a pensare (aggiungendo al pensiero una preghiera…) a tante popolazioni dove questa infezione è solo una delle molte e non certo la più grave, a causa delle situazioni di povertà, della carenza di abitazioni minimamente dignitose, di scarsa igiene, della poca disponibilità di rimedi medici efficaci, della pratica inesistenza della sanità pubblica e spesso di situazioni di malnutrizione, di guerra e anche con la presenza di altre calamità naturali. Quando noi europei andiamo in certi Paesi – ho fatto così anch’ io… –  ci sottoponiamo a molte vaccinazioni, soggiorniamo solo in alberghi di alto livello o comunque (parlo per me) in case delle missioni sicuramente migliori delle povere abitazioni della gente, e abbiamo la garanzia di una buona assicurazione per un pronto rimpatrio in caso di bisogno…

Nonostante noi italiani ed europei siamo ben tutelati, questi primi decenni del terzo millennio ci stanno facendo capire che non si può tenere del tutto fuori dai nostri confini le crisi economiche, le epidemie, il terrorismo, ecc. insomma i problemi del mondo. Non è chiudendosi in una fortezza o cercando di tenere gli altri al di là del confine/muro (v. quello che sta succedendo con i profughi al confine tra Turchia e Grecia) che si risolvono i problemi e neppure si garantisce la propria sicurezza. La pace e il relativo benessere che l’Europa ha goduto dal dopoguerra non sono dei dati ovvi ed acquisiti una volta per sempre. Solo un mondo più coordinato, più solidale, più giusto, più in pace può cercare per quanto possibile di garantire la sicurezza, la salute, il lavoro, la crescita economica, il benessere, la pace, ecc. per tutti e quindi anche per noi.

Venendo alla nostra situazione italiana, siamo chiamati a sperare e pregare per le persone ammalate, soprattutto quelle più gravi, sapendo che la vita di chi è avanti negli anni e ha altre patologie non è meno degna di quella di chi viene interessato dalla malattia in età più giovane e con buona possibilità di ripresa.

Dobbiamo poi pregare, con grande riconoscenza, a favore di tante persone che a tutti i livelli si stanno dando da fare: i medici, i ricercatori, il personale sanitario, i volontari, i corpi di polizia, gli amministratori e i governanti (che si trovano ad assumere per tutti scelte non semplici e doverose, anche se inevitabilmente passibili di critica e di insuccesso). Per quanto ci è richiesto e ci è possibile anche noi siamo chiamati a dare un aiuto anche piccolo a chi è in necessità: penso agli anziani soli che rischiano di restare abbandonati e senza sostegno, ai genitori che hanno a casa i bambini e i ragazzi, a persone comunque in situazione di disagio.

L’attuale epidemia ci aiuta a prendere o a riprendere consapevolezza anche del nostro limite: non siamo onnipotenti, né lo è la scienza. La fragilità della vita umana non è l’eccezione, ma la normalità. Questa considerazione non deve portare alla rassegnazione, ma a una reazione ragionevole e impegnata, capace di gestire le paure e convogliando piuttosto le energie, ciascuno secondo le proprie possibilità, per arginare i pericoli e superare questi momenti difficili.

I comportamenti di semplice civica responsabilità cui le Autorità pubbliche ci chiamano sono doverosi per tutti, anche per i cristiani che sono cittadini leali e hanno molto forte il senso della solidarietà e della responsabilità verso gli altri e il bene comune. In questa ottica vanno viste anche le limitazioni che le esigenze di salute pubblica chiedono alle nostre comunità e alle loro molteplici attività. Anche da un punto di vista giuridico, la Chiesa cattolica e la Repubblica italiana sono impegnate secondo le norme concordatarie «alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese» (Concordato art. 1).

Come è stato indicato con appositi provvedimenti diocesani (da ultimo quello dello scorso 5 marzo) è possibile garantire, a determinate condizioni, le celebrazioni liturgiche fondamentali delle nostre comunità e anche alcune attività. Nel comprensibile disagio non dobbiamo dimenticare che la liturgia, le iniziative di evangelizzazione, gli impegni di carità sono tutte realtà importanti, ma ciò che conta alla fine sono la fede, la speranza e la carità. In ogni caso qualche privazione può positivamente portarci a capire che anche in ambito religioso non tutto è ovvio o dovuto e a riscoprire il ruolo della famiglia nella comunicazione della fede e nella preghiera, senza che venga meno la dimensione comunitaria del nostro essere Chiesa.

Siamo chiamati a vivere questa inedita situazione dal punto di vista della fede, contemplando il volto di Cristo, l’inviato dal Padre. La fede cristiana si fida della Provvidenza di Dio, sa che tutto alla fine concorre al bene di chi è amato dal Signore e lo ama (cf Rm 8,28), sa che il Dio Creatore e Redentore rispetta la natura che ha creato, con le sue leggi e le sue dinamiche, e soprattutto rispetta la libertà degli uomini.

La nostra fede non immagina castighi di un Dio arrabbiato, non cerca soluzioni magiche, ma chiede l’aiuto di Dio perché sostenga chi è nel bisogno, guidi e incoraggi chi si impegna per gli altri, aiuti i credenti a vivere una fede più evangelica, conduca l’umanità a crescere in solidarietà anche dall’esperienza di epidemie o di altri problemi affrontabili solo su scala mondiale.

Un aiuto che chiediamo affidandoci all’intercessione di Maria, salute degli infermi, ai nostri santi e alle nostre sante e confidando nella forza della preghiera dei cristiani e anche di uomini e donne di altre fedi. La benedizione, che come ci ricorda la prima lettura di questa domenica, Dio ha dato ad Abramo, avvolge e abbraccia – ne siamo sicuri – l’intera umanità. Il Signore è il Dio fedele e non ci abbandona.

Gorizia, 8 marzo 2020

Lettera dell'arcivescovo Carlo ai fedeli
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