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La sfida dell'essere minoranza: incontro con i cristiani in Turchia

Testimonianza di Emanuela Vanzan a latere dell'assemblea diocesana con l'intervento di monsignor Bizzeti

Parole chiave: Turchia (1), cristianesimo (4)
La sfida dell'essere minoranza: incontro con i cristiani in Turchia

In occasione dell’assemblea diocesana ho avuto il piacere di presentare l’ospite invitato dall’arcivescovo Redaelli nella serata di lunedì 3 giugno: mons. Paolo Bizzeti, vicario apostolico dell’Anatolia (diocesi della Turchia). Lo conobbi a Padova durante gli anni di studi magistrali presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, in quanto padre superiore della comunità Antonianum dei gesuiti di Padova, di cui ero ospite. Quando nel 2015 venne nominato vicario apostolico iniziò a condividere con tutti noi residenti le peculiarità della comunità cristiana di cui era diventato pastore e capii che non erano poi così diverse da quelle della nostra piccola diocesi di Gorizia. Sentii l’urgente desiderio di incontrare i cristiani in Turchia per vedere personalmente cosa significasse essere parte di una comunità di minoranza e inserita in un contesto sociale che parla un linguaggio religioso e culturale diverso (anche se non così lontano) dal cristianesimo.
L’intuizione nacque dall’osservazione della nostra diocesi, che da tempo mette in evidenza che il cristianesimo qui, oggi, a casa nostra, si sta rivelando sempre più una minoranza, dal sempre minor peso in questioni politiche, etiche e sociali. Affrontare questa evoluzione è di interesse non solo sociologico ma anche teologico, in quanto questo cambiamento scardina la realtà di secoli di cristianità imponendo una nuova riflessione sul messaggio evangelico che permetta di riscoprire le categorie che parlano di Chiesa come "…un piccolo gregge, un minuscolo seme, un pugno di lievito".
Il cristianesimo in Turchia, importante non solo per il suo passato, ma soprattutto per il suo presente, evidenzia un’esperienza unica nel suo genere: la pluralità di volti che mostra questa chiesa locale - di minoranza, ecumenica e in dialogo-, scuote, infatti, l’atteggiamento spesso poco incline al cambiamento, del cristianesimo Occidentale, dandogli una visione nuova della comunità cristiana. L’incontro con questa piccola (nei numeri), ma ricca di carismi chiesa locale, mette in risalto come l’essere minoranza non sia da considerarsi un’accezione negativa, ma un’opportunità. Vivere come minoranza fa comprendere come la proiezione evangelizzatrice, insita nell’annuncio cristiano, debba porre i fedeli in costante confronto con il mondo che la circonda, non sentirsi un’élite, una cerchia di pochi depositari di una verità, ma aprirsi verso l’esterno per evangelizzare attraverso la propria testimonianza.
Durante i miei viaggi in Turchia ho potuto cogliere come sentirsi minoranza significhi radicarsi nella Parola e nello spezzare il pane, per farli diventare una richiesta di pace per tutti gli uomini del mondo; essere minoranza impone una scelta di fede forte, per essere il sale che dà sapore ad una terra che non condivide la stessa fede; essere minoranza vuol dire pregare per il vicino di casa che non crede e condividere le feste con i credenti delle altre religioni; una minoranza non può che vivere di gesti creativi che provochino disorientamento per la loro benevolenza.
Essere minoranza significa essere la periferia, vivere, cioè, quei luoghi in cui lo scambio con l’altro interroga quotidianamente la tua fede, la mette in dubbio, la sollecita, la sfida; non voltare le spalle al mondo ma sentirsi parte integrante di esso, non essere in una tenda sul monte con Gesù, Mosè ed Elia ma essere nelle strade, nell’incertezza, in diaspora. Il vangelo non è facile, è una scelta che scuote e propone la difficile - ma entusiasmante - via delle Beatitudini.
Essere minoranza significa non farsi forti di una fede, ma essere forti nella fede; essere minoranza è responsabilità: la tua vita, infatti, diventa costantemente specchio di una scelta di una scelta di vita, come raccontava Diogneto sui primi cristiani. Essere minoranza significa essere segno e sacramento visibile, per fare davvero la differenza.
Essere minoranza è una sfida: significa avere le mani pronte per aiutare, le orecchie libere da frastuoni e pronte per ascoltare, stare in mezzo, stare fuori, anche tra coloro che non ci vogliono, dimostrando che il nostro essere in Cristo è per tutti, non solo per noi.
Non è più sufficiente accettare di essere presenza: la luce luminosa di Cristo, che fa diventare luminosi i suoi discepoli in quanto portatori di Dio, deve risplendere come "luce sopra il moggio", verso tutti gli uomini. Che il cristianesimo debba confrontarsi con una pluralità, ce lo dice l’esperienza stessa di predicazione di Gesù, il quale si rivolge sempre ad una moltitudine di persone provenienti da culture e condizioni sociali differenti.
L’essere minoranza può diventare un atteggiamento, un modo di vivere la propria fede, anche quando minoranza numerica non si è. L’esperienza dei cristiani in Turchia diventa esempio importante per tutti i cristiani del mondo che, vivendo il proprio essere comunità cristiana con un atteggiamento di minoranza, possono trovare la strada giusta per diventare comunità evangelizzatrice in terre secolarizzate e individualiste, ormai lontane dall’esperienza cristiana.
Con strutture deboli e senza poter esprimere un parere pubblico, ma solo con i piccoli gesti di vita quotidiana, i cristiani in Turchia dimostrano al cristianesimo universale come non serva essere in tanti per essere incisivi nella società; anzi, che spesso essere in tanti impedisce di guardare le minoranze e prendersi cura delle loro reali esigenze, pretendendo spesso di poter parlare per conto di tutti senza porsi in dialogo con chi la pensa in modo diverso.
Impariamo a farci piccoli per lasciare spazio al messaggio evangelico; farci piccoli per non diventare impedimento alla conoscenza di Gesù; farci piccoli perché le chiese siano sempre aperte e capaci di accogliere. Impariamo a sentirci "granello di senape" per non sconvolgerci se le persone non frequentano la chiesa e non conoscono Gesù, ma amarle e cercarle proprio per questo. Impariamo a farci piccoli, a non alzare la voce e a lasciar parlare lo Spirito, per gioire di un’eucarestia celebrata con un fratello e per un gesto di carità verso un non cristiano. Impariamo a sentirci "piccola Chiesa domestica" per dirigere sempre di più il nostro essere cristiani non tanto al successo delle nostre iniziative, ma alla profondità con cui abbiamo pregato e vissuto la Parola. Guidati dallo Spirito Santo, il sentirsi minoranza, renderà più facile cogliersi "un cuor solo, un’anima sola" e rafforzare il cammino di unità delle Chiese, superando incomprensioni, controversie e divisioni. Renderà, inoltre, più facile, vedere e incontrare i "semi del verbo" sparsi tra i fedeli di tutte le religioni, per vivere il dialogo con vero spirito di carità e far sentire il prossimo amato e rispettato.

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