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La santità è la nostra vita

Il paradiso, detto anche raggiungimento della piena santità, c’è o non c’è?

Parole chiave: santità (2), Tutti i Santi (2), 1 novembre (1)
La santità è la nostra vita

Ad un uomo pio e devoto, di quelli di "una volta", si avvicinava il momento del trapasso. Conscio dei suoi doveri e per completare la sua esistenza terrena con tutti i crismi, chiese alla consorte di chiamare il sacerdote per ungere il suo corpo con quell’olio che tutti conoscevano come "olio degli infermi", ma che in realtà tutti, anche lui, ritenevano come "olio dei moribondi".
La moglie, giustamente ligia ad osservare le sue ultime volontà, acconsentì e si preparò per uscire di casa. Mentre era sull’uscio, il marito le sussurrò un’ultima richiesta: "Ma non chiamare il cappellano, piuttosto il parroco".
Cosa gli fece di tanto male quel cappellano da non volerlo avere al capezzale, sul letto di morte?
L’uomo si ricordò che il giovane sacerdote, durante un funerale, dichiarò nell’omelia che il paradiso non era un luogo bensì uno stato di vita, un modo di essere.
Lui invece, il pio moribondo, desiderava tanto entrare proprio là, in quel luogo, nel paradiso, in questo tempo.
Allora, il paradiso, detto anche raggiungimento della piena santità, c’è o non c’è? E’ un sito preciso, seppure infinito, sopra di noi, nei cieli, oppure è una forma spirituale "senza fissa dimora"?
L’autore della Lettera agli Ebrei termine la sua opera chiedendo ai destinatari di salutare "i vostri conduttori e tutti i santi" (Eb 13,24). Ma anche Paolo non disdegna di usare questo termine quando nelle lettere ai Filippesi ed ai Corinzi definisce santi coloro che si trovano nelle comunità cristiane. Se Luca definisce i seguaci di Gesù, quelli battezzati, cristiani, Paolo ben volentieri li chiama santi. Secondo la Parola di Dio quindi santi sono coloro che sono stati immersi nel lavacro battesimale, "hanno lavato le loro vesti" (Ap 7,14).
E’ lo stesso Signore e Maestro poi che ci fa luce circa la santità e circa i santi che sono già in terra e non solamente quelli i cui corpi riposano nei sepolcri, in attesa. "Ma se è con l’aiuto dello Spirito di Dio che io scaccio i demòni, è dunque giunto fino a voi il regno di Dio" (Mt 12,28). La definizione del Rabbì non offre luogo a dubbi o interpretazioni scorrette: coloro che vivono in questa terra e accolgono il dono dello Spirito di Dio (battesimo e confermazione) sono segno del Regno di Dio in mezzo a noi. Si, anche gli esorcismi sono un segno del Regno, e non solo: anche quando "i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella" (Mt 11, 5-6) il Regno del Dio è presente in mezzo a noi. E "beato colui che non si scandalizza" (Mt 11,6). Che non si scandalizza del paradiso (imperfetto) qui ed ora.
La santità è la nostra vita, radicata nel battesimo. Nutrita di opere buone verso i fratelli (guarire, predicare…) e di una costante, sempre più fedele relazione con Dio, è mezzo e culmine della vita di ogni creatura ad immagine di Dio.
Non serve deporre il corpo nelle viscere della terra per essere santi, si è santi già qui, in questo mondo, in questo tempo.
Ma allora perché lo stesso Maestro usa un tempo futuro quando parla del regno dei cieli? "Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli" (Mt 19,23). Chiamiamo in aiuto la scienza astronomica.
Non solo il suo passato è ricco di ricerche e soperte, ma pure il presente e lo sarà certamente anche il futuro. Quasi non c’è giorno che gli astronomi non ci svelino novità circa la scoperta di nuove stelle o perfino nuovi pianeti. Verrà forse il giorno in cui proprio loro, che tanto bramano di conoscere l’inconoscibile, ci diranno: "Ora basta, abbiamo fininito la nostra corsa, abbiamo capito tutto!"? Vi assicuro che non avremo mai il piacere di sentire tale dichiarazione! Quell’universo che noi chiamiamo cielo (o cieli) è tanto immenso e tanto infinito da dare risposte all’infinito. Questo infinito, in parte visibile e in parte in attesa di conoscenza, noi lo chiamiamo cielo. Se il regno di Dio è venuto in mezzo a noi e si manifesta nella celebrazione della fede, nella coltivazione della speranza e nell’azione della carità, cioè si rende visibile nella condivisione della vita umana, il Regno dei cieli è quella parte del Regno che noi sappiamo esistente, ma di cui non abbiamo fatto ancora esprienza. Se il Regno di Dio, fondato sulla Parola e sulla grazia qui, in questo mondo, necessita di contatto fisico, di rapporto oggettivo, di dono materiale, e se in questo tempo e spazio l’essere creato è delimitato necessariamente da luoghi percisi e tempi scanditi, finito il tempo della "corporeità" inizia il tempo dell’immensità, non limitata né ostacolata né racchiusa in un corpo ed in un’epoca. Ma sempre di santità si tratta.
Si, siamo bambini. Lo saremo sempre, fino all’incontro con la sorella morte. Il bambino deve materializzare i significati, deve disegnare e descrivere ciò che la sua mente già possiede, perchè non è ancora capace di esprimere la sua interiorità a parole e definizioni. Noi, amici del Maestro, possediamo già in noi la pienezza della santità, altrimenti Paolo non ci chiamerebbe santi, ma quella santità, che più in la sarà infinita, piena e totale, oggi ha bisogno di esprimersi con metodo didattico del disegno e del componimento.
Ecco perché quel povero vecchietto desiderava tanto entrare in paradiso, vedere gli angeli e toccare i santi come vediamo e tocchiamo in questo spazio.
Ha preso sul serio, troppo sul serio l’invito di Gesù: "Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18,3). Spetta a ciascuno di noi capire quanto deve essere bambino per vivere la propria santità nel Regno di Dio che è vicino a noi ed in noi e quanto deve essere adulto nella fede per credere che la santità, già avviata, avrà un completamento e compimento "nell’aldilà".

* Vicario episcopale per i fedeli di lingua Slovena, Parroco di S. Andrea - Gorizia

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