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La lezione di Ratisbona dieci anni dopo

Un discorso che rappresenta uno fra i punti più alti del pensiero teologico e del magistero di papa Benedetto XVI sul rapporto tra fede e ragione

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La lezione di Ratisbona dieci anni dopo

Sono passati ormai dieci anni da quel 12 settembre 2006, quando l’allora Papa Benedetto XVI nell’ambito di un suo viaggio apostolico in Germania, pronunciava un discorso - che in realtà fu una vera lectio magistralis - all’Università di Ratisbona. Un discorso che rappresenta una fra le punte più alte del suo pensiero teologico e del suo magistero sul rapporto tra fede e ragione.

La storia di un equivoco…
Purtroppo però, anziché ricordare i contenuti profondi di questo pensiero teologico, nella memoria collettiva sono rimaste quasi solo le polemiche e le proteste che si scatenarono in tutto il mondo contro un singolo passaggio riferito all’Islam. La fulminea diffusione mediatica di questo discorso contribuì poi a modificarne il valore amplificandone la portata a dismisura ed enfatizzando solo questo dettaglio a scapito della comprensione completa di tutte le altre significative affermazioni.
Le polemiche si scatenarono e non solo da parte del mondo islamico, bensì pure da un certo ambito occidentale pronto a strumentalizzazioni contro la Chiesa.
Mi meravigliavo, alcuni giorni fa, di trovare in un’enciclopedia on line l’elenco puntuale di tutte le "reazioni" che questo discorso suscitò, con il corollario di proteste di piazza in alcuni paesi a maggioranza musulmana, incendi di chiese e di luoghi di culto cattolici, richieste di scuse da parte di alcune testate internazionali e pure l’omicidio di una suora missionaria in Somalia, probabilmente come protesta per questo discorso.

Ragione e fede insieme contro la violenza
Benedetto XVI stava tenendo una lezione, ricordando gli anni 1969-1977 nei quali fu professore nello stesso ateneo, una lezione da ex-professore che torna dopo molti anni in quella istituzione accademica a lui particolarmente cara; il suo pensiero quindi non può che essere apprezzato che cercando di seguire il "percorso logico" che il relatore propone. Un percorso logico che per il Ratzinger professore è spesso un ragionamento "al negativo", in cui attraverso delle falsificazioni si arriva poi alla dimostrazione di una tesi.
Non deve stupire quindi che il teologo Benedetto XVI sia partito proprio dalla citazione del dialogo-polemica fra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano, in cui si parla della guerra santa (jihad); in esso si trova la citazione incriminata: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L’imperatore spiega poi chiaramente le ragioni per le quali la diffusione della fede mediante la violenza è una cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio; e dice: "Dio non si compiace del sangue, non agire secondo ragione, è contrario alla natura di Dio".
Ed è proprio questo passaggio, fondamentale per il resto del ragionamento, che Benedetto XVI voleva evidenziare citando il dialogo fra Manuele II e il suo interlocutore musulmano. Il Papa intendeva affermare il rapporto di correlatività fra fede e ragione, così come esso si è sviluppato nel pensiero cristiano, senza tuttavia voler avallare tutto il contesto polemico da cui esso si è generato. Del resto sarebbe stato "irrazionale", come tutto il seguito del discorso dimostrerà.
Nel libro-intervista di Peter Seewald, il Papa emerito si sofferma nuovamente su questo argomento: "Avevo letto questo dialogo del Paleologo perché mi interessava il dialogo tra cristianesimo e islam. Quindi, non fu per caso. Si trattava davvero di un dialogo. L’imperatore di cui si parla a quell’epoca era già vassallo dei musulmani, eppure aveva la libertà di dire cose che oggi non si potrebbero più dire. […] Come ho già detto, non avevo valutato bene il significato politico dell’avvenimento" (Benedetto XVI, Ultime conversazioni, p. 185).

La cronaca di una profezia…
Come può un appello alla ragione, al recupero della ragione nel suo significato ampio che abbraccia tutto l’uomo, alla necessità del dialogo fra ragione e fede, scatenare la violenza?
Sono passati dieci anni e ancora ci sentiamo bisognosi di ri-ascoltare questa "lezione di Ratisbona": non agire secondo ragione, è contrario alla natura di Dio… Fra la nostra ragione "limitata" e l’eterna sapienza di Dio esiste un rapporto di analogia; Dio non diventa più Dio se lo confiniamo "oltre" la nostra comprensione, come un Dio-Arbitro che dall’alto ci scruta impassibile... Il Dio veramente divino è quello che si presenta a noi come logos, come Parola feconda di ragione e come tale agisce pieno di amore e per amore.
E questo logos pieno di amore ci chiede di essere uomini e donne che agiscono gli uni verso gli altri con la forza della nostra ragione, con amore.
Comprendiamo allora come, alla luce di queste sottolineature sul rapporto religione-fede, il discorso di Benedetto XVI ci conduca anche alle soglie di un vero dialogo inter-culturale. Ragione e fede sono chiamate a incontrarsi in un modo nuovo. La ragione, abbandonando la chiusura all’orizzonte empirico-sperimentale è chiamata ad abbracciare il tutto dell’uomo; l’umanità con le sue domande e le sue paure; in cui anche le tradizioni religiose devono essere accolte nell’umano inteso in senso ampio. La religione, o le religioni, sono chiamate a loro volta a mettersi in ascolto della ragione, riflesso della luce di Dio, che invita all’umanità, all’amore. Non è un caso infatti che sia il Cristianesimo che l’Islam, si vedono entrambe, seppure in modi diversi, "religioni della ragione".
Solo se ragione e fede sapranno incontrarsi in modo nuovo, superando gli steccati e le logiche del razionalismo e del relativismo ma anche del fideismo, potranno porsi al servizio dell’uomo integrale e la teologia - come ricerca sulla ragionevolezza della fede - potrà dare un suo significativo contributo nel dibattito delle scienze e in questo dialogo.
Pochi sanno che, in realtà, la lectio di Benedetto XVI produsse già frutti di dialogo nell’incontro, avvenuto nell’aprile 2007, con una rappresentanza di intellettuali provenienti dall’Iran: il tema scelto, non a caso, fu Ragione, fede e violenza. Da questo dialogo nacque una dichiarazione ufficiale in cui si trova la seguente affermazione:
"Fede e ragione sono intrinsecamente non violente. Né la ragione né la fede devono essere usate per commettere la violenza; purtroppo entrambe sono state alcune volte usate in modo erroneo per perpetrare violenze. In ogni caso, questi avvenimenti non possono mettere in discussione né la ragione né la fede".

L’attualità di questa lezione
La logica del documento conciliare dedicato al dialogo interreligioso (Nostra Aetate) viene di fatto ripresa e attualizzata nella conclusione del discorso di Benedetto XVI, precisamente in rapporto a quella sfida interculturale che viene spesso utilizzata come motivazione per un’esclusione delle ragioni teologiche dal dibattito culturale.
Sebbene le cronache lo abbiano catalogato e archiviato come il classico incidente di percorso, frutto di una svista e di una gaffe da manuale, i manuali di storia potrebbero invece riabilitare Ratisbona e attribuirle un ruolo di snodo epocale e data cruciale, al punto che un giorno forse, insieme all’11, ricorderemo anche il 12 settembre. In un contesto analogo e non meno drammatico ci ricorderemo della lezione di Ratisbona, ci ricorderemo che "Dio non si compiace del sangue, e che non agire secondo ragione, è contrario alla natura di Dio". E questo vale per tutti.

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