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La fatica positiva di interrogarsi, confrontarsi e stare insieme

Appunti dalla Tre giorni dei sacerdoti a Belluno-Feltre

Parole chiave: ritiro (14), sacerdote (21)
La fatica positiva di interrogarsi, confrontarsi e stare insieme

L'incontro fra le persone -nell’amicizia e fraternità- fondando le relazioni e le conoscenze, diventa insieme una emergenza ma anche  una occasione di fecondità e di futuro. Così è stato per l’incontro che una ventina di sacerdoti, insieme con l’arcivescovo Redaelli, hanno vissuto alla casa di spiritualità Albino Luciani di Belluno. Tre giorni quasi completi all’insegna della vita comunitaria segnata dalle attenzioni dei coronavirus e caratterizzata, soprattutto, dal desiderio di conoscersi e stare insieme, confrontandosi con una serie di tematiche impegnative: la liturgia, l’ascolto delle esperienze della chiesa sorella di Belluno-Feltre, l’approccio nuovo alla vita pastorale (intesa non come ripetizione del già visto ma come risposta al futuro) dopo il confinamento di questi mesi.
L’occasione della introduzione, nella prossima Pasqua, della edizione italiana del Messale romanao ha offerto l’occasione di guardare al tema della liturgia in modo non burocratico ma creativo e attento al futuro. Ha fatto da mediatore l’esperto di liturgia - don Loris - che ha offerto una lettura puntuale e concreta delle opportunità di tale strumento liturgico e pastorale, senza tacere le difficoltà e le ambiguità.

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 La liturgia si presenta come un magma straordinario che -come è stato argutamente argomentato- non può diventare "voglio ma non posso": dentro c’è il cuore dell’annuncio, la potenza dinamica della Parola proclamata che diventa cibo e carità, indicazione programmatica per la vita della comunità cristiana.
La liturgia ha molto da rivelare sia nel linguaggio della fede che nelle motivazioni, ma anche molto da interpretare e appunto "inventare".
L’invenzione che mette in luce il patrimonio teologico incomensurabile ma anche stimola alla ricerca e sperimentazione e non alla ripetizione stanca e spesso sciatta.
Tra le potenzialità, come suggerisce una corretta indagine antropologica e teologica del rito, la liturgia -proprio perché in essa  e nella fede risulta fondamentale la corporeità- è indispensabile per  realizzare una vera esperienza religiosa: indispensabile nel cristianesimo questa attenzione all’incontro con la persona di Cristo, avere un contatto fisico  corporeo e sacramentale.  Questo è in particolare l’insegnamento della tradizione patristica, della chiesa ortodossa. Il rito diventa insieme gioco, sapienza e comunicazione.
La trascendenza va vista non come un al di là, superiore e mistico, ma un modo di essere del sensibile; e così lo spirito è un modo di essere del corpo; la spiritualità non è un fatto interiore ma piuttosto un punto di equilibrio tra esteriore  ed interiore; il rito ha lo scopo di fare da ponte, si tratta di un intreccio che lega, ha cioè valenza intersoggettiva. Nessuna oggettivazione di Dio e della fede perché sarebbero ideologia; invece va privilegiato questo compito intersoggettivo che diventa il primo linguaggio della fede e, comunicando, lega, costituisce una comunità, la comunità cristiana.

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La riflessione accurata e appassionata del monaco -prof. Bonaccorso  - ha consentito di mettere in risalto le componenti dell’atto di fede e anzi la sua struttura nella quale molto spazio è occupato dal mito e dal rito, nella loro capacità di mono-medialità e di multi medialità. Così come si deve sperimentare e non solo descrivere, al punto che  la grazia si serve del dato naturale, altrettanto è vero che la fede non è l’ortodossia o il solo fatto dottrinario: è una esperienza. E’ sentire non sapere solo: un fato che si completa con le emozioni:; la fede  è primato delle mozioni perché sostiene la vita; in una parola è emozione per Dio, non solo riconosce ma inserisce in Dio la persona, l’aiuta a stare dentro. Non basta sapere, occorre sapere secondo l’agire tipico della fede e rendendosi conto che l’essere umano è azione, emozione e ragione.  
Un ruolo specifico,in questa esperienza, è svolto dal silenzio che è componente essenziale del linguaggio verbale e non verbale: tutto tace per scoprire l’interiorità profonda, indicibile,  della fede. Motivi e sottolineature che impongono una revisione non solo celebrativa della liturgia ma anche un ripensamento della azione educativa e della formazione teologica. IL rischio dell’intellettualismo come quello del sentimentalismo, si ricompone dentro ad una esperienza che sia comunicazione di verità dove la pratica è anche causa efficiente della fede , dove la grazia non interviene sulla ragione ma piuttosto illumina le emozioni e diventa conoscenza autentica. Una esperienza di  fede corporea anche per la comunità dei credenti capaci di riconoscersi in una pratica di fede innovata e innovativa.

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Da dove cominciare, anzi ricominciare? L’interrogativo ritorna puntuale ad ogni incontro personale e di gruppo: quindi anche dopo la stagione, pesante, del restringimento che ha messo in  discussione valori condivisi.
Si tratta di riscoprire l’arte del celebrare, ma anche il legame tra teologia e Concilio, tra i diversi cortocircuiti scoppiati a livello umano, spirituale, culturale e sociale e spirituale. La riforma -se non vuole essere un riformetta- deve incidere sul piano della prassi, della formazione soprattutto e del sapere teologico, sulla pratica delle emozioni.
Dal confronto con le esperienze delle persone e delle chiese sorelle - così l’arcivescovo ha introdotto l’incontro con il vescovo di Belluno e Feltre, alcuni sacerdoti e laici- emergono insieme differenze e soprattutto ritmi diversi, oltre che situazioni solo in piccola parte comparabili, ma anche un paziente lavoro di ripensamento e di sperimentazione che vedono impegnate le componenti ecclesiali con buona lena; si possono conoscere esperienze e tentativi di convivenza fra sacerdoti e di messa in collaborazione-comunione esperienze di comunità parrocchiali che restano riconoscibili nella loro individualità ma incominciano a prendere la strada della collaborazione attiva, di sperimentazione e condivisione di alcune iniziative: in questo modo matura un linguaggio non uniforme ma articolato con la valorizzazione di esperienze diverse, comprese quelle associative o le proposte di impegno testimoniale dei giovani nel Terzo mondo.

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Il bilancio finale è attivo per la crescita della capacità di ascolto, di parresia e di richiesta di accostare anche quanti non frequentano; ma registra una domanda esigente, quella di aumentare le occasioni non tanto per memorie comuni ma per una mentalità e disponibilità di identità plurali con un coraggioso allargamento e attenzione delle sensibilità ecclesiali, il ritorno a pratiche organizzative che abbiano punti di incontro e soprattutto di sintesi per non chiudersi nell’autocompiacimento e autoreferenzialità, ma anche per non considerare per acquisiti valori ed esperienze che anzi necessitano critica coraggiosa e puntuale in linea proprio con "la creatività di Dio e degli uomini", ultimo momento interessante dei tre giorni di convivenza.
Renzo Boscarol

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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