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La comunità cristiana è unica e differente

Si è svolto domenica 7 gennaio presso la chiesa dei Padri Cappuccini di Gorizia l’"Incontro fraterno davanti al presepe" con la testimonianza portata da Paolo Valente, direttore della Caritas di Bolzano-Bressanone

Parole chiave: Padri Cappuccini (4), Paolo Valente (1), Caritas (93)
La comunità cristiana è unica e differente

Si è ripetuto domenica 7 gennaio nella chiesa dei padri Cappuccini a Gorizia l’Incontro fraterno davanti al presepe promosso dell’Ordine Francescano Secolare di Gorizia e Nova Gorica. Pubblichiamo di seguito la testimonianza di Paolo Valente, direttore della Caritas di Bolzano – Bressanone che ha preceduto la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Carlo. Ai convenuti ha portato la propria testimonianza, direttore della Caritas di Bolzano - Bressanone, che ha raccontato la complessità di una terra come quella alto-atesina ma anche l’impegno di quella Chiesa locale impegnata ad attuare le indicazioni emerse dal Sinodo diocesano da poco concluso.
Mi avete chiamato a portare una testimonianza, ma voi stessi mi state dando la bella testimonianza di persone che vogliono seguire insieme un cammino di crescita. Siete come i Magi che vengono da paesi diversi, seguono la stessa stella e vanno verso una stessa destinazione.
Vengo dalla città di Merano, dove abito (mentre lavoro nella città di Bolzano, sede della diocesi di Bolzano-Bressanone).
Merano è per vari motivi la “città sul confine”. Da questo coglierete già qual è la parentela con la vostra città di Gorizia, a sua volta una città sul confine.
Merano è l’antica capitale del Tirolo, da sempre luogo di incontro tra lingue e culture. Un tempo i conti del Tirolo, forse lo sapete, furono contemporaneamente anche conti di Gorizia, altro motivo di parentela tra noi.
I conti del Tirolo, tra cui Mainardo II, crearono questa regione proprio per via del confine che metteva in collegamento il Nord con il Sud. Il Tirolo doveva presidiare il confine: ciò significa che il confine doveva essere controllato, ma anche reso transitabile, tenuto aperto.
Il Brennero è conosciuto come il più importante collegamento tra Nord e Sud e voi tutti ricorderete che l’estate scorsa se n’è tanto parlato quando, per motivi politico-elettorali, è stato detto: “Chiudiamo il Brennero”, a causa dei nostri fratelli che arrivano da altre parti del mondo. Quello fu un segnale molto negativo non solo per noi altoatesini, ma per l’Europa intera.
Vado ora un po’ indietro nel tempo. Nel settembre del 1991 sul confine tra Italia e Austria, in cima alla val Senales, i ghiacci restituirono il cadavere mummificato di un uomo vissuto 5300 anni fa, che poi è stato chiamato Ötzi in riferimento alla valle di Ötz, che si trova dall’altra parte, sull’altro versante.
Allora non c’erano Italia nè Austria, ma c’era già lo spartiacque che è anche una frontiera geografica. Quell’uomo era morto sul confine e gli studi fatti successivamente sul suo cadavere portarono alla luce una punta di freccia conficcata nella spalla. Con quella freccia l’Uomo del Similaun era stato ucciso proprio “sul confine”.
Per me Ötzi è il simbolo, la metafora della volontà che tutti abbiamo di “andare oltre”. Ötzi è stato trovato a oltre 3000 m di quota e voleva andare al di là, voleva passare la linea di confine, malgrado le fatiche e le difficoltà della traversata. È anche la metafora tragica di tutte le resistenze che troviamo nella nostra società. Malgrado la nostra volontà di andare oltre, di passare il confine, c’è sempre qualcuno che ci trattiene. Nel caso di Ötzi riuscirono a fermarlo, nel nostro caso spero proprio di no.
Il confine resta per tutti noi il luogo delle contraddizioni, il luogo dove nascono le domande e il luogo dove siamo obbligati a darci delle risposte.
 L’Alto Adige o Sudtirolo (in tedesco Südtirol) da sempre, ma soprattutto dall’800 in poi, è una palestra dei nazionalismi, così come lo furono anche le terre dove ci troviamo adesso. Questi nazionalismi portarono allo scoppio della Prima guerra mondiale, di cui quest’anno ricordiamo i cento anni della conclusione, che per il Tirolo comportò una ferita profonda, perchè portò alla divisione tra le due parti del Tirolo del Nord e del Sud, con l’annessione dell’Alto Adige all’allora regno d’Italia.
Il regime fascista, che seguì tra le due guerre, condusse una politica di snazionalizzazione: bisognava cancellare ogni traccia della cultura e lingua tedesche, imponendo alle minoranze linguistiche un processo di italianizzazione forzata.
Dopo la Seconda guerra mondiale comincia una nuova epoca molto diversa, quella dell’autonomia, che nasce anche da una relazione di collaborazione tra l’Italia e Austria. All’inizio l’autonomia ebbe come scopo quello di tutelare le minoranze, si è poi evoluta in una forma di autogoverno che favorisce la partecipazione di tutti i gruppi linguistici alla costruzione del bene comune.
La diocesi di Bolzano-Bressanone e la Chiesa locale di Trento furono sempre profetiche in questo percorso. Ma è anche vero che i profeti, pensiamo a Giona, non sempre accettano di buon grado la propria chiamata. Così la Chiesa locale ha avuto e ha anche difficoltà ad accogliere pienamente la propria vocazione all’unità.
Siamo davanti al presepe. Come i re Magi seguono una stella, anche la diocesi di Bolzano-Bressanone ha un suo orizzonte, una prospettiva. L’orizzonte della Chiesa altoatesina posso sintetizzarlo così: la comunità cristiana è unica e differente. C’è unità nella diversità.
Nel 1964 fu creata la Diocesi di Bolzano-Bressanone (unificando il territorio della Provincia di Bolzano) e il suo primo vescovo, Joseph Gargitter, ebbe ben presenti alcuni elementi caratteristici:
– doveva trattarsi di una diocesi plurilingue;
– una diocesi con tre gruppi linguistici: tedesco, italiano e ladino;
– il Vescovo rappresenta l’unità perchè la comunità cristiana è una: lo diciamo anche nel Credo.
La Chiesa è una e plurale. Ciò vuol dire che non ci possono essere una comunità (cristiana) tedesca, una italiana, una ladina. C’è un’unica comunità cristiana che al suo interno conosce e accoglie le differenze.
Nel 1964 il vescovo riconobbe la necessità di dare a ciascun gruppo linguistico le strutture e gli strumenti necessari a rafforzare la propria identità culturale e linguistica. Questo perché la lingua materna e la cultura sono molto importanti nel comunicare la fede e nell’annunciare il Vangelo. Per questo motivo sorsero in un primo tempo strutture parallele: due vicari generali (per i fedeli dei due principali gruppi linguistici), due uffici pastorali, due uffici liturgici, due uffici catechistici e anche due sezioni della Caritas diocesana.
Perchè è necessario rafforzare l’identità? Non certo per dividersi, ma per unirsi. Per essere capaci di dialogo, di incontro e per essere in grado di percorrere liberamente il cammino verso l’unità.
50 anni dopo l’applicazione di questa impostazione data dal primo vescovo – che non era per dividere ma per raggiungere un’unità più consapevole – la Chiesa altoatesina fa un passo avanti verso l’unità (e l’unificazione), partendo dal Sinodo diocesano.
Il libro che contiene i documenti e descrive i lavori del Sinodo è molto grosso perchè è scritto in due (in parte in tre) lingue. Cito di seguito alcuni passaggi che riguardano i temi che stiamo trattando, tratti dalle “visioni” del Sinodo rispetto alla convivenza dei gruppi linguistici.
– La nostra Chiesa è chiamata a promuovere una “convivenza nella differenza”, dove la cultura e la lingua dell’altro è vissuta come parte del proprio patrimonio culturale.
– La nostra Chiesa è chiamata ad una testimonianza che arrivi al di là dei nostri confini territoriali.
– Abbiamo tra noi molti “nuovi cittadini”, con le loro lingue e le loro culture. Questa presenza consente di vedere le diversità in un’ottica di mutuo scambio, anzichè di contrapposizione.
– Andiamo al di là delle singole identità, per dire che tutti siamo corresponsabili dell’unica comunità umana.
Ancora il Sinodo dice:
– promuoviamo progetti e strutture che accomunano e uniscono i gruppi linguistici delle diverse culture.
– La nostra società si organizzi in modo da salvaguardare le nostre diversità e al tempo stesso promuovere il bene comune.
– I cristani sono chiamati a dare testimonianza di unità e collaborazione.
– nell’ottica della reciproca conoscenza i cristiani si impegnano a comprendere e parlare la lingua degli altri (un punto che non è facile applicare da nessuna parte);
– per rispettare la libertà personale i cristiani non cedono alle generalizzazioni e si oppongono con decisioni ai pregiudizi nei confronti degli altri gruppi linguistici.
Vi è poi un punto che secondo me è qualificante e riassume tutto: nell’ottica del bene comune siamo tutti responsabili di tutti.
Questo significa che nelle comunità cristiane i membri di un gruppo linguistico sono corresponsabili anche per i membri degli altri gruppi linguistici: il parroco di lingua tedesca è responsabile anche dei fedeli di lingua italiana; il parroco di lingua italiana è responsabile anche dei fedeli di lingua tedesca. E così gli stessi fedeli sono responsabili gli uni degli altri.
Nel sinodo si è proposto infine di avviare processi di unificazione, di realizzare mezzi di comunicazione multilingue e di favorire la celebrazione plurilingue che consente ai cristiani di ringraziare insieme il Padre comune.
Subito dopo il Sinodo, che si è concluso l’8 dicembre 2015, si è cominciato a lavorare per attuare queste decisioni.
Il primo passo molto importante è stato fatto in Curia, perchè dal 1° settembre 2016 tutti gli uffici della diocesi, che prima erano doppi, sono stati unificati.
Quindi non solo un unico vescovo, ma anche un unico vicario generale competente per tutti i gruppi linguistici, un solo direttore dell’ufficio pastorale competente per tutte le lingue e così un solo ufficio catechistico, un solo ufficio scuola.
Il sinodo ha chiesto anche che in una stessa parrocchia non ci siano due consigli pastorali parrocchiali separati, ma un unico consiglio pastorale che si riunisca di regola insieme. Questo non è stato di facile attuazione ovunque. È avvenuto quasi naturalmente nelle parrocchie in cui si erano già avviati dei processi nei decenni passati, ha messo invece in crisi quelle parrocchie che non si erano ancora poste questo problema. Alcune comunità fanno ancora fatica. Questo ci fa capire che i cristiani non solo nella società, ma anche nella chiesa e persino nella propria parrocchia, devono far emergere le contraddizioni, mettere in crisi, far crescere e portare cambiamenti positivi.
In tutto questo processo la Caritas diocesana ha avuto il ruolo, possiamo dire, di un progetto pilota. Nella Caritas, più ancora che nell’ufficio pastorale o liturgico, si capiva già da tempo che non si poteva avere percorsi paralleli. Nella liturgia la lingua è importante, ma la carità parla la lingua dell’amore e insieme ad essa, se è amore autentico, mette in grado di comprendere tutte le altre lingue.
La Caritas ha dunque iniziato questo processo non facile molto prima del Sinodo, all’inizio di questo secolo e, paradossalmente, l’ha concluso dopo gli altri settori pastorali. È dal 1° settembre 2017, un anno dopo rispetto gli altri uffici, che abbiamo un unico direttore della Caritas diocesana.
Ho detto che il processo di unificazione si è concluso, ma la verità è che questo tipo di processo non si conclude mai. Sta continuando e continuerà giorno per giorno. Nelle nostre riunioni, ad esempio, vogliamo che ognuno possa parlare la propria lingua italiana o tedesca , che possa esprimersi nella propria lingua materna. Gli altri devono fare lo sforzo di comprendere. La carità ispira lo stile e suggerisce gli strumenti della buona comunicazione.
Perchè proprio la Caritas ha cominciato per prima e finito per ultima? In parte ho già risposto, ma diciamo anche che la carità è quella forza che inizia processi e li porta a conclusione. È la carità che orienta la comunicazione fatta di parole, di lingue, verso una buona comunicazione, una comunicazione creatrice.
“In principio era la Parola e tutto è stato fatto per mezzo della Parola”, abbiamo sentito dire in questi giorni.
Giovanni ci consegna due parole impegnative: la prima all’inizio del suo Vangelo: “La Parola era Dio” (Gv 1,1) e la seconda nella sua prima lettera: “Dio è amore” (1Gv 4,8). “Deus caritas est”: la parola e l’amore. Dio è Parola e Amore.
La chiave per capire ciò che lega le due affermazioni di Giovanni ce la dà Paolo, nella prima lettera ai Corinzi: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (1 Cor.13,1).
Ciò vuol dire che non basta conoscere le lingue. Devo volere soprattutto il bene dell’altro. Senza la carità le mie parole diventano chiacchiere, voci di corridoio. Suonano a vuoto, sono espressione del Vuoto, del Nulla, distruggono anzichè costruire.
Nella carità invece le parole diventano fatti, accompagnano, curano, sono scintilla della Pienezza, del Tutto, sono una profezia che mostra il cammino, sono la stella che (come ai Magi) ci indica l’orizzonte e ci porta oltre il confine.

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