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La Speranza è una porta riaperta

Intervista a fra Giorgio Basso, guardiano del convento dei padri Cappuccini di Gorizia

Parole chiave: fra Giorgio Basso (1), Mensa dei Poveri (5)
La Speranza è una porta riaperta

Nella memoria di quello che il Covid-19 ha significato per la Chiesa diocesana resterà a lungo impressa l’immagine di una porta chiusa rimasta chiusa dall’inizio di marzo ai primi giorni di luglio. È la porta della Mensa dei Poveri gestita dai frati Cappuccini nel convento di Gorizia grazie: quando il numero dei contagi stava crescendo ed erano state messe in atto le prime misure di contenimento sanitario, la scelta obbligata aveva portati alla sospensione del servizio diretto creando una situazione di difficoltà per la decina di persone che quotidianamente trovano, all’ora di pranzo, un pasto caldo ma anche un luogo di incontro e socializzazione.
Una soluzione d’emergenza era stata trovata grazie allo stanziamento straordinario giunto a metà aprile in diocesi grazie allo stanziamento straordinario deciso dalla Conferenza episcopale italiana grazie ai fondi 8x1000 per contribuire a far fronte alle conseguenze sanitarie, economiche e sociali provocate dal Covid-19.: la Caritas diocesana si era fatta carico di distribuire ogni giorno dei pasti già preparati e singolarmente sigillati, acquistati da una ditta che produce pasti per mense.
Una soluzione d’emergenza, come detto, che non consentiva però quel "contatto" personale, parte fondamentale da sempre di queste esperienza
Per questo si è cercato di ritornare il prima possibile alla "normalità" (pur nel rispetto di tutte le disposizione sanitarie) ed ora finalmente i padri Cappuccini possono di nuovo gestire la distribuzione del pranzo.
La pandemia, purtroppo, ha aspramente toccato la fraternità goriziana non solo costringendola alla sospensione di questo aiuto quotidiano, ma anche e soprattutto portandosi via il caro fra Aurelio Blasotti, molto amato in città. Di lui, dell’isolamento, delle nuove difficoltà che si stanno affacciando abbiamo parlato con fra Giorgio Basso, guardiano del convento goriziano.

Fra Giorgio, purtroppo il Covid 19 ha segnato drammaticamente la fraternità dei padri Cappuccini di Gorizia con la perdita di fra Aurelio. Come state ora e come ricordate fra Aurelio ed i suoi insegnamenti, anche con piccoli gesti, nella vostra quotidianità?
È stato un colpo devastante. Ci stiamo riprendendo dopo tre mesi terribili e la recente riapertura, il 1 luglio, della Mensa dei Poveri, ci sta davvero aiutando a riprendere la nostra vita.
Per frate Aurelio verrà celebrata sabato 18 luglio una messa di suffragio a 3 mesi esatti dalla sua scomparsa, a cui prenderanno parte l’arcivescovo Carlo e il padre provinciale dei Cappuccini.
Noi o ricordiamo costantemente: ci accorgiamo che non c’è. Ha lasciato un vuoto che cerchiamo di riempire, aiutandoci con tanta collaborazione e sostegno reciproco. Questo Coronavirus ha innegabilmente lasciato un segno tra di noi…
Ora operiamo "normalmente", attenendoci strettamente ai protocolli sia interni, che della CEI per lo svolgimento delle celebrazioni, che per la collaborazione dei volontari. Terminata la quarantena abbiamo sanificato completamente i locali di mensa, convento e chiesa grazie all’aiuto della Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli". Cerchiamo di tenerci lontani dal virus, sperando proprio non arrivi!

Facendo riferimento all’attività della Mensa dei Poveri, durante il periodo di chiusura quali erano le vostre preoccupazioni? Avete mai temuto che magari qualcuno degli assistiti non riuscisse ad accedere al pasto durante il lockdown?
In un periodo, appena scoperta la positività di fra Aurelio, siamo stati proprio in isolamento, per cui per forza di cose non potevamo avere contatti con l’esterno e men che meno aprire la mensa.
Molto è stato fatto dalla Caritas diocesana, che nuovamente ringraziamo, che ha coperto il servizio grossomodo dal 20 di marzo ad appunto il 1 luglio.
Devo dire che la paura che qualcuno rimanesse senza un pasto non ne abbiamo avuta molta perché, per chi si presentava all’ora della distribuzione, un pranzo c’era sicuramente, non ci sono stati mai numeri tali da non poter coprire la richiesta, anche perché durante il lockdown, soprattutto nella prima fase, si presentavano in pochi, credo per la paura di poter contrarre qualcosa. Con la riapertura, è ripreso anche un flusso più "regolare".
Anche noi abbiamo dovuto usufruire di un aiuto esterno, ovvero del servizio pasti offerto dal Comune di Gorizia, perché appunto in isolamento; li ringraziamo nuovamente per averci aiutato e per esserci anche stati vicini quando frate Aurelio è venuto a mancare, così come un gran numero di persone della cittadinanza goriziana. Nel silenzio del confessionale aveva intessuto belle relazioni con tanti.

Poco fa faceva riferimento a una ripresa dei flussi di persone che si rivolgono nuovamente alla mensa. È forse aumentato il numero delle persone che si rivolgono a voi?
Appena riaperto devo dire che mi sono meravigliato, perché prima del lockdown, c’erano quotidianamente anche 35 - 40 persone in fila fuori dalla porta della mensa. Nei primi giorni dalla riapertura invece  avevamo grossomodo una quindicina di persone. Attualmente arriviamo alla ventina.
Vero che ci sono meno extracomunitari presenti in città in questo momento, ma si sente che c’è qualcosa; a mio avviso potrebbero aver paura di ammalarsi, visto che il virus non è sparito, e magari stando in un posto con altre persone temono il contagio.

In questi giorni un report della Caritas diocesana ha evidenziato come il lockdown abbia portato ad un aumento delle richieste di aiuto da parte di nuclei familiari in difficoltà improvvisa. Voi alla mensa avete forse osservato qualche viso nuovo rispetto a prima?
Sì, devo dire che ce n’è stato più di uno, specialmente all’inizio, nei primi giorni. Poi però non si sono più visti, altri vanno e vengono. Va detto che noi non chiediamo del loro passato e delle loro storie personali, noi solo diamo un pasto e un po’ di calore umano; se poi lo desiderano, sono loro ad aprirsi con noi. Pertanto non so i motivi che li abbiano spinti a venire e poi non tornare, potrebbe essere che non ne hanno più avuto bisogno o, come alcune volte accade, che provassero un senso di disagio.

Nel modo di approcciarsi vostro verso gli utenti, ma anche da parte loro verso di voi, è cambiato qualcosa? C’è qualche timore?
Diciamo che ciò che è cambiato per entrambi è la modalità di accesso: si deve indossare la mascherina, noi e i volontari indossiamo anche i guanti usa e getta, chi entra a prendere il pasto deve igienizzarsi le mani, prende il proprio vassoio, va a sedersi e lo fa stando distanziato dagli altri commensali di 1 metro. Inoltre si entra uno alla volta: come uno finisce di essere servito, entra il successivo, per non creare assembramenti in attesa. Come capienza, con le normative vigenti possono mangiare all’interno della mensa 22 persone contemporaneamente. Se non c’è spazio, si attende il proprio turno fuori; appena uno termina il pasto, l’altro può entrare.
A livello "umano" invece devo dire che non è cambiato nulla nemmeno tra loro: nell’attesa c’è chi chiacchiera, chi a volte bisticcia un po’, ma devo dire che li vedo molto tranquilli. Quelli che non vengono invece forse lo fanno perché hanno ancora un po’ paura di questo brutto virus.

Sui social si leggeva spesso, durante la quarantena, la frase "ne usciremo migliori". Lei cosa ne pensa, cosa vede? Siamo diventati più solidali?
Penso che la solidarietà c’è stata prima, c’è ora e ci sarà anche dopo. Per quanto riguarda il famoso "#andràtuttobene", va detto che durante la fase di chiusura noi italiani ci siamo comportati bene. Ora però, osservando come stanno andando le cose, mi sembra che ci siamo già dimenticati di cosa abbiamo passato. Rischiamo di essere "bastonati" una seconda volta, perché molti, li vedo anche a messa e li riprendiamo, tendono a non rispettare le distanze, a indossare male o non indossare proprio la mascherina... Invito tutti a fare un po’ più di attenzione verso questo virus di cui non abbiamo percezione ma è ancora tra noi, per non tornare a ripetere la triste esperienza degli ultimi mesi.
Colgo infine l’occasione per portare all’attenzione un problema che abbiamo rilevato: in questo momento mancano volontari alla mensa e ne avremmo bisogno. Si tratta di un impegno, nelle giornate in cui si è disponibili, dalle ore 11 alle 12.30. Faccio un appello quindi a chiunque avesse un po’ di tempo libero e fosse interessato a dare una mano nel servizio di distribuzione dei pasti a contattarci.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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