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La Porta Santa e le nostre paure

"Che cosa conservare nel cuore di questo Giubileo? Un ricordo  che non si ingiallisca progressivamente come le fotografie di un volta, ma che resti vivo e soprattutto efficace per la vita?"

La Porta Santa e le nostre paure

Nel pomeriggio di sabato 5 novembre 2016, l’arcivescovo Carlo ha presieduto la solenne liturgia nel corso della quale è stata chiusa la Porta della Misericordia aperta nel mese di dicembre 2015 nella patriarcale basilica di Aquileia. Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da mons. Redaelli.

Stiamo andando verso la fine del Giubileo della Misericordia. Il mese scorso si è chiusa la porta della misericordia di Barbana; oggi viene chiusa quella di questa basilica; tra otto giorni quella della cattedrale a Gorizia e poi sarà papa Francesco a chiudere il Giubileo della misericordia per tutta la Chiesa.
Viene spontaneo domandarsi: che cosa resterà di questo evento? Che cosa conservare nel cuore di esso, un ricordo che non si ingiallisca progressivamente come le fotografie di un volta, ma che resti vivo e soprattutto efficace per la vita? Le letture di oggi ci consegnano da parte di Dio un messaggio, un invito, anzi più di un invito, una parola di coraggio: «Non abbiate paura!». Non aver paura perché niente e nessuno ci può separare dall’amore di Cristo, niente e nessuno ci può togliere dall’abbraccio misericordioso del Padre, niente e nessuno ci può privare della consolazione dello Spirito.
Che cosa ci aiuta a vincere la paura? Una prima risposta ci viene dal Vangelo che ci ricorda anzitutto che anche le realtà più fragili e insignificanti, come i passeri o i nostri capelli, hanno importanza per il Padre. Niente è fuori dalla sua volontà d’amore, niente va perduto. Persino i nostri passi smarriti, le nostre lacrime. Il salmo 56 afferma: «I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime: non sono forse scritte nel tuo libro?». Quelle lacrime che – come ci assicura la profezia di Isaia (cf Isaia 25,8) e la visione dell’Apocalisse (cf Ap 7,17; 21,4) – Dio passerà ad asciugare dagli occhi di ciascuno.
Una risposta ancora più radicale ci viene presentata da san Paolo: il fatto che Dio è per noi. Lo ha dimostrato donandoci suo Figlio, «che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi». Niente e nessuno allora ci può separare dall’amore di Dio, quell’amore che tutti – mi auguro – abbiamo potuto sperimentare come amore misericordioso in questo anno santo, soprattutto accogliendo con commozione e immensa gioia il perdono dei nostri peccati.
Forse però c’è qualcosa in particolare che tenta di separarci da Dio, qualcosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere. Questa realtà è la paura. Non per niente Gesù ci dice: «Non abbiate paura!». La paura è una presenza costante nella vita di ciascuno. Una presenza che a volte resta solo in sottofondo, altre volte esplode con tutto il suo pesante carico di ansietà e persino di angoscia.
Questa mattina mi ha telefonato un amico vescovo, l’arcivescovo di Camerino, che, tra l’altro abbiamo incontrato con il pellegrinaggio diocesano rientrando da Roma quattordici giorni fa.

Mi aveva cercato ieri per farmi gli auguri e, non avendomi trovato, mi ha richiamato stamattina. E’ sfollato con la sua gente. Mi ha detto delle continue scosse di terremoto. Camerino non c’è più: è tutta zona rossa e non si può entrare. Ieri hanno rischiato per salvare una preziosa opera d’arte dentro il duomo, ma di ha detto: “non è ora il tempo per le pietre, ora devo pensare alla pietre vive, alla gente”. Gente in preda
alla paura del terremoto.
Ecco una umanissima e molto forte paura, cha anche la nostra gente friulana ha sperimentato quarant’anni fa.
Ma di paure nella nostra vita ce ne sono tante: penso sia importante prenderne coscienza davanti al Signore per affidarle, senza vergogna, a Lui. Ne elenco qualcuna, ma solo per avviare la riflessione che ognuno di noi deve fare, presentando le proprie paure anche quelle più nascoste al Signore.
Una paura che tutti abbiamo per noi, per i nostri figli, i nostri ragazzi è quella del futuro. Che sarà mai del domani? Ce cosa succederà? Ci sarà ancora pace, sicurezza economica, possibilità di curarsi? I nostri ragazzi potranno trovare lavoro, avranno la possibilità di formarsi una famiglia? E come sarà la mia vecchiaia e la mia salute? E dove andrà il mondo? E che ne sarà dei rivolgimenti di oggi: la crisi economica, le guerre, le crescenti migrazioni, il terrorismo, l’insicurezza? Il futuro…

Come vedete dall’elenco che ho fatto, dentro la paura verso il futuro sono contenute tante altre paure: verso il declinare della nostra vita, la riuscita dei nostri figli, l’andamento del mondo, la salute, ecc. La paura, infatti, è spesso rivolta più che al presente, al futuro.
Un’altra paura, che tutti sperimentiamo e in certi momenti è molto forte, è quella di essere soli, di essere abbandonati, di non essere amati da qualcuno, di non avere il conforto della vicinanza di un volto conosciuto o di una mano amica. Una paura ancora più radicale, che il mese di novembre ci ricorda, è quella verso la morte: la fine della nostra vita, che se anche è illuminata dalla luce della fede, mantiene però ampi spazi di oscuro mistero.
Ma ci sono anche paure più legate al nostro cammino di fede. La paura, per esempio, di non restare fedeli alla propria vocazione (e questa non riguarda solo preti, diaconi e suore, ma anche chi vive la vocazione matrimoniale o altre vocazioni). La paura poi dei nostri peccati, di ricaderci continuamente, specialmente in quelle mancanze legate al nostro carattere, alle circostanze piene di tentazioni in cui magari ci troviamo, alle abitudini o alle inclinazioni sbagliate che non riusciamo a vincere.
Potremmo continuare con l’elenco delle paure.

Vorrei però indicarvene ancora due.

La prima di esse è presentata dalla Parola di Dio di oggi: Gesù invita a non avere paura di chi uccide il corpo e Paolo parla della persecuzione e della spada.
Si tratta di una paura che a noi sembra lontana, perché viviamo in un periodo e, soprattutto, in un luogo di pace e di libertà religiosa. Ma non dobbiamo dimenticare – oggi si celebra la memoria dei martiri aquileiesi – che qui un tempo, moltissimi anno dato la vita per la fede. E neppure fare finta di non sapere che in questo momento, in diverse parti del mondo, ci sono cristiani discriminati, perseguitati, torturati e uccisi per la fede. Il tempo dei martiri non è mai concluso.
L’ultima paura che vorrei indicarvi può apparirvi strana, ma se ci pensate bene, è una paura che tutti abbiamo ed è quella verso Gesù. Come è possibile avere paura del Cristo, avere paura di Dio? Non parlo ovviamente del santo timore di Dio, che è un dono dello Spirito Santo ed è il timore – appunto santo – di non accogliere fino in fondo il suo amore e di non saperlo ricambiare. No, parlo proprio della paura verso il Signore. Una paura che è attestata nelle prime pagine della Bibbia: «Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”» (Gn 3,9-10). Ma che è presentata anche dal Vangelo. Ricordate quello che dice il terzo servo della parabola dei talenti? «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo» (Mt 25,24-25). Si può poi ricordare la paura dei discepoli quando sul lago scambiano Gesù per un fantasma o il timore verso il Risorto.
Avere paura del Signore, di Dio. Una volta era molto presente la paura del suo giudizio, del fatto che niente gli sfugge, che vede tutto.
Ma c’è una paura più sottile, più insidiosa verso Gesù: quella di dirgli finalmente di sì e di affidargli totalmente la nostra vita.
E se mi prende sul serio, c’è da fidarsi? Una paura che blocca sul nascere delle reali vocazioni presenti nel cuore di tanti giovani, ma anche compromette certi passaggi decisivi della nostra vita. Se posso confessarmi in pubblico – tanto siamo ancora nel Giubileo e posso ottenere perdono… – questa è la paura più forte che sento.
La paura della fede: posso davvero affidarmi totalmente al Signore o è meglio che mi tenga qualche uscita di sicurezza a disposizione? Non pretenderà troppo da me?
Una risposta a questa paura ci è stata data ormai tanti anni fa da un uomo pieno di coraggio, un santo, papa Giovanni Paolo II.
Ricordo ancora l’emozione – ero allora giovane seminarista – nel sentire la prime parole dell’omelia nel giorno di inizio del suo pontificato. La sua voce potente: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Oggi chiudiamo la porta di una basilica, ma dobbiamo aprire senza paura la porta del nostro cuore a Cristo.

† Vescovo Carlo

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