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La Chiesa ai tempi della pandemia

Tanti gli interrogativi e le interpretazioni per offrire un senso esistenziale ed evangelico a questa straordinaria condizione

Parole chiave: pandemia (3), Covid - 19 (25)
La Chiesa ai tempi della pandemia

Nell’inedita e per tanti aspetti drammatica situazione che stiamo vivendo, anche la Chiesa si trova imprevedibilmente ad affrontare una serie di restrizioni che incidono in modo radicale sul suo rapporto con il mondo e sull’essenza della sua missione sacramentale e liturgica.
Sospese tutte le celebrazioni in un tempo forte come la Quaresima e anche quelle fondamentali della Pasqua, da papa Francesco a vescovi, presbiteri, teologi, fedeli e commentatori laici, si sono susseguiti interrogativi e interpretazioni per offrire un senso esistenziale ed evangelico a questa straordinaria condizione e proporre possibili soluzioni.

Diverse linee di pensiero
Il sociologo delle religioni, Alessandro Castegnaro, nell’ambito del Forum di Limena (http://www.forumdilimena.com/), gruppo di cristiani del Nord Est, ha costruito una sintesi ragionata delle diverse posizioni emerse sulle restrizioni al culto, la centralità dell’eucarestia nella vita cristiana, il rapporto tra identità ecclesiale e civile e tra scienza e religione.
Si evidenziano visioni molto differenziate all’interno della stessa Chiesa cattolica: alcuni infatti ritengono, come Enzo Bianchi, che "senza eucaristia domenicale per i cristiani non è possibile vivere" o, come Andrea Riccardi, considerano la sospensione delle celebrazioni sintomo "dell’appiattimento della Chiesa sulle istituzioni civili"; altri, invece, biblisti e teologi, propongono di vivere questa emergenza come un kairòs, un tempo nuovo, un’opportunità di incontrare l’aldilà del tempo.
Secondo il teologo Giannino Piana, "Si tratta di accogliere tali limitazioni, non subendole come frustrazione paralizzante, ma assumendole come stimolo a mettere in atto la nostra capacità di trasformazione. La costrizione a ’stare in casa’ può diventare, in questo senso, occasione per rivedere il nostro approccio alla vita e al vivere insieme, per ricuperare valori come la capacità di abitare se stessi - silenzio e solitudine favoriscono processi di interiorizzazione fondamentali per il ricupero della propria identità vera -, per riscoprire l’importanza della prossimità e per promuovere uno stile di vita fondato su una maggiore sobrietà".
Quest’ultimo approccio, improntato alla sollecitudine della Chiesa per il bene comune e per la difesa della vita, appare in sintonia con gli orientamenti della nostra Diocesi e della Conferenza Episcopale Triveneta, per cui vale la pena riportarne alcuni aspetti essenziali.
La "Chiesa domestica"
Scrive il biblista Alberto Maggi: "La fede non sostituisce le normali misure d’igiene, ma le presume. È bene pregare il Signore che ci aiuti a superare il momento, ma non per questo si è legittimati a mettersi in situazioni di pericolo ("Non metterai alla prova il Signore Dio tuo", Mt 4,4; Dt 6,16)…
Gesù ha liberato l’uomo da ogni spazio sacro, non esiste casa di Dio che non sia l’uomo, per questo ha auspicato la scomparsa di ogni santuario ("Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità", Gv 4,21.23)…
Per questo la presenza del Cristo non si limita alla chiesa, al santissimo sacramento.
L’incontro con Dio non è condizionato da luoghi o celebrazioni, ma è reale e autentico ogni qualvolta il suo amore viene comunicato e arricchisce la vita degli altri".
Il nostro vescovo, i nostri parroci ci invitano a riscoprire la famiglia come Chiesa domestica e a valorizzare la partecipazione dell’intero popolo di Dio all’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo (LG 31).

La lunga vigilia
Sulla rivista il Regno, il direttore Gianfranco Brunelli suggerisce di leggere all’interno stesso del mistero pasquale una diversa possibilità della sua celebrazione in questo tempo di veglia: "Se si chiudono le chiese è per la vita. E per la vita nel suo significato evangelico di dono. Per eccedenza d’amore. Non semplicemente per un provvedimento pur necessario di sanità pubblica…
Siamo entrati in una lunga vigilia, un’interminabile veglia notturna. È il Sabato santo della fede, il giorno a-liturgico per eccellenza, un tempo denso di sofferenza, di smarrimento, d’attesa e di speranza, che sta tra il dolore della croce e la gioia della Pasqua. Il giorno del silenzio di Dio.
La Chiesa deve preparare la Pasqua, perché forse neppure la liturgia pasquale potremo celebrare, il centro della nostra fede: il corpo e il sangue di Cristo dato per noi e per tutti.
Ma che cos’è per il cristiano il vigilare se non l’attendere, scrutare nella notte, prestare attenzione al proprio tempo; se non prendersi cura dell’altro, vegliare con amore qualcuno nelle case o in un ospedale?
In questo tempo abbiamo la possibile consolazione della contemplazione della Parola e della preghiera, da quella personale a quella familiare.
Possiamo farla risuonare. In molti modi.
È il tabernacolo dei cuori e delle case che in quest’ora viene aperto.
Cristo sta alla nostra porta".

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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