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L’importanza della prossimità, anche nella malattia

In vista della Giornata del malato, parliamo della delicata tematica della "spersonalizzazione" del malato insieme a don Dario, don Mirko e padre Renato impegnati nel servizio spirituale negli ospedali di Gorizia e Monfalcone e all’hospice di Duino-Aurisina

Parole chiave: Giornata del Malato (8), malattia (5), ospedale (8), hospice (1)
L’importanza della prossimità, anche nella malattia

In vista della Giornata del Malato, che quest’anno sarà l’11 febbraio, abbiamo incontrato don Dario Franco, padre Renato Ellero e don Mirko Franetovich, che prestano servizio spirituale rispettivamente all’Ospedale Civile di Gorizia, di Monfalcone e all’Hospice di Duino - Aurisina. Con loro abbiamo affrontato la delicata tematica della "spersonalizzazione" del malato, che sempre più sembra ricorrere tra i letti d’ospedale da parte delle famiglie, soffermandoci infine anche sul "dono" - sottolineato a più riprese da papa Francesco - del proprio tempo e delle proprie forze con il volontariato, una delle pagine belle della nostra società.

Vorrei partire con voi da una consderazione: si parla molto oggi del cambiamento, da parte delle famiglie, di affrontare gli ultimi momenti di vita e l’ultimo saluto ai propri cari, come fossero quasi un "peso" dal quale liberarsi e in fretta. Avete questa percezione anche qui, sul nostro territorio, all’interno delle nostre realtà ospedaliere?
Padre Renato: Confermo che è un fenomeno che sta galoppando, innanzitutto a causa di malattie e terapie che "rubano" la vita; i parenti stessi arrivano ad un punto in cui sono stanchi, vedono il malato soffrire mentre il tempo passa. Questo si ripercuote sulla vita personale, che viene spesso trascurata.
Nei casi poi di malati gravi, quando arrivano agli hospice, lì noto sempre di più un vero distacco - anche fisico - dal malato, una pesantezza ad affrontare una malattia che sanno già non porterà alla guarigione; alcuni addirittura non riescono a riconoscere (affettivamente e moralmente) la persona cara che hanno avuto accanto.
don Mirko: L’accompagnare senza salutare nasce, a mio avviso, da un aspetto di privatizzazione: "Il defunto è mio, ci penso io", escludendo la possibilità anche ad altri, che hanno avuto familiarità con questa persona, di salutarla, portare un fiore, fare una preghiera.
La mancanza di condivisione degli affetti sta fortemente entrando nel mondo di oggi, come se la persona fosse oggetto e non soggetto nei rapporti. Mancano un aggancio con la Fede, ma anche un aggancio con il senso di comunità.
don Dario: Ricopro il ruolo di cappellanno all’ospedale di Gorizia solo da pochi mesi e non ho ancora un’esperienza nei confronti di questa situazione. Concordo però con quanto espresso da don Mirko e padre Renato: il malato, in particolar modo terminale, pare essere sempre più spesso un "peso" per la famiglia, dal quale potersi sganciare il più presto possibile.
Oggigiorno si respira questo clima, ma è comprensibile dal momento che la società stessa non aiuta molto a superare questi momenti: le famiglie sono spesso lasciate da sole ad affrontare le incombenze del post ricovero (strumentazioni, fisioterapie, strutture apposite...), con costi elevati.
Per cui oltre al problema della mancanza degli affetti, si aggiunge il vero problema pratico del "come faremo?".

Padre Renato, apro una parentesi e mi rivolgo direttamente a Lei, che svolge questo mandato da più tempo: per quanto riguarda i rapporti con le famiglie, come ha modificato negli anni il suo approccio con loro?
Diciamo che, se il rapporto è  forte con il malato - soprattutto quelli che sono costretti a lunghe degenze - tutto è generalmente più facile anche con le famiglie, perché permette di entrare in contatto e conoscersi reciprocamente.
Personalmente poi vado sempre di più "in punta di piedi", con occhi e orecchie aperti per comprendere come approcciarmi. Una parola in più, un atteggiamento troppo confidenziale, una preghiera in più, possono causare malcontento.
Mi trovo ad essere sempre di più delicato nell’interfacciarmi con il malato e la sua famiglia.
Quando poi, nei gesti e nelle parole delle persone malate, trovo risposta, mi dà la carica per svolgere il mio compito.
È il "calore" della conoscenza a cambiare molto le cose; quello che conta, secondo me, è che il sacerdote o il religioso sia quanto più possibile a contatto con le persone, in generale, all’interno dell’ospedale. Esserci.

Don Dario, per lei invece è un ruolo ancora tutto sommato nuovo, che ricopre solo da qualche mese. Come ha deciso di, diciamo, "far fronte" a una mancanza di presenza della famiglia accanto al malato, o comunque nei confronti di un distacco tra Fede e ambiente ospedaliero?
Le tipologie di approccio delle persone sono diverse: c’è chi non dimostra alcun interesse, con il quale si scambia solo un saluto e qualche parola, perché non si riesce o può andare oltre, rimanendo quindi esclusivamente sul piano umano, senza entrare nell’ambito della Fede e dando loro appunto sollievo "umano".
C’è poi l’approccio più specificatamente cristiano, dove si prega insieme, si porta la Comunione, anche se è messo in atto solo con una minoranza di persone all’interno dell’ospedale.

Anche per me si tratta di capire un po’ per volta, con il dialogo, se si può portare anche un aggancio con la Fede e la preghiera.

Don Mirko, Lei invece presta servizio all’Hospice di Duino - Aurisina da quattro anni, una realtà ancora diversa dalle precedenti. Quale il suo tipo di approccio in una struttura che tratta un momento così delicato della vita?
All’Hospice ci si affaccia, non c’è una vera richiesta di sostegno. Sono persone all’ultimo tratto di strada, che spesso non chiedono - né loro, né le famiglie - alcun tipo di supporto religioso, sono chiusi nel loro dolore e questo mi tocca molto.
Ho la grande fortuna di essere affiancato da un ottimo personale medico e infermieristico, che mi "prepara il terreno"; a me spetta comprendere come affacciarmi su questi casi, se solo con un saluto, se con una stretta di mano o rimanendo accanto a loro.
Capitano anche volte in cui non si può nemmeno entrare in stanza, perché non si è desiderati; lo si accetta, ma fa male innanzitutto come persona umana, mi impressiona il voler affrontare questo lasciare la vita senza un ac­com­pagnamento.  Si vive la morte in un pesante silenzio.

Come accennava don Mirko poco fa, spesso la differenza la può fare proprio il rapporto con il personale sanitario; come vivono questi la vostra presenza in ospedale? Medici e infermieri svolgono un lavoro non semplice, a contatto con malattia e morte. Si confidano con voi, cercano sostegno nella Fede?
don Mirko: Qui credo rientri perfettamente il discorso che faceva poco fa padre Renato sull’"esserci": la presenza di un uomo, un religioso, fa bene, sono spesso i medici e gli infermieri a godere di questa presenza con la quale bere un caffé e mel mentre confidarsi e confrontarsi. Si aprono anche alle difficoltà della vita e della Fede a livello personale; aiutano poi anche me nel mio compito e nella mia crescita.
C’è bisogno di un appoggio reciproco, innanzitutto umano, e da questo passa poi il buon Dio.
Don Dario: Io ho un po’ più di difficoltà in questo, innanzitutto per i grandi numeri tra il personale, poi anche per il fatto di non essere una presenza "stanziale" in ospedale, trovando quindi spesso personale diverso, su turni diversi. Creare un contatto a livello personale è più complicato.
Di positivo c’è però sicuramente il fatto di trovare in tutti un’apertura cordiale alla mia presenza, che certamente facilita le cose.
C’è da dire anche che il personale ospedaliero è in difficoltà, è molte volte ridotto all’osso e costretto a svolgere le mansioni in fretta, cosa che lascia poco tempo ad un interscambio "umano" con il resto del personale, me compreso.
Padre Renato: Personalmente, risiedendo in ospedale, ho più possibilità di creare contatto e confidenza con il personale medico e infermieristico.
Questo aiuta entrambi: il cappellano, a capire di più la "vita" ospedaliera, e il personale, per trovare un momento di stacco e conforto. Tutti hanno bisogno di tutti: negli anni è stata creata una rete che è importante non rompere, per essere vicini alla realtà che si vive all’interno delle mura dell’ospedale.

Papa Francesco nel messaggio per la Giornata del Malato di quest’anno pone particolare attenzione alla gratuità del dono. Dove vedete - e in che modo è espresso - ciò all’interno delle realtà ospedaliere del nostro territorio?
Padre Renato: A Monfalcone ci sono tante realtà di volontariato, sia laiche che cristiane, ed è in questo che si rispecchia la gratuità del dono. Ci sono tanti giovani entusiasti, che raccontano la loro esperienza con gioia, e questo fa veramente bene al cuore.
Don Dario: C’è da dire però che il volontariato in ospedale ha subito un po’ una battuta d’arresto a causa di una più stretta regolamentazione sull’avvicinamento ai malati: la somministrazione di cibi, per esempio, che anni fa poteva essere effettuata anche da personale volontario, oggi deve essere effettuata esclusivamente da personale sanitario.
Don Mirko: Dal momento che le forze e la voglia di aiutare ci sono, credo sia importante che questo volontariato possa svilupparsi, magari con contatti all’interno delle parrocchie, per aiutare malati e famiglie nel momento del rientro a casa. Molte volte i parenti non riescono a farsi carico anche di una badante o delle rate per una struttura apposita, pertanto il volontariato in questo senso potrebbe dare un grosso sollievo e sostegno.
Creare una rete di volontariato, orientata su questi nuovi aspetti, credo potrebbe essere veramente d’aiuto, operando all’interno delle leggi e della sicurezza, ma offrendo una vicinanza di cui si ha bisogno.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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